lunedì 11 aprile 2011
Omaggio a Sidney Lumet
Tutti ricordano "Quinto potere" ... magnifico film ... ma Sidney Lumet non è solo quello ... altri film sono altrettanto belli, altrettanto arrabbiati ... altrettanto tristi ...
Terzo grado, per evidenti ragioni, mi tocca molto ...
domenica 13 febbraio 2011
Grandioso questo articolo!
Gioie del sesso e devoti di regime
di Paolo Flores d’Arcais, il Fatto quotidiano, 12 febbraio 2011
“In mutande ma vivi” è l’esibizionistico titolo che Giuliano Ferrara ha voluto dare alla manifestazione indetta “contro il moralismo puritano e ipocrita” di chi si ostina a pensare che il comportamento di Berlusconi sia incompatibile con i requisiti minimi di un politico (“statista” sarebbe parola grossa) delle liberaldemocrazie occidentali. L’iniziativa si svolgerà questo pomeriggio a Milano al Teatro Dal Verme, nome perfettamente propiziatorio e provvidenzialmente adeguato (dappoiché nomina sunt consequentia rerum).
Lo scopo dell’adunata di cotanta goliardia tristemente appassita nel servo encomio di “Lui Culomoscio” (definizione di una fan e pupilla del medesimo – la classe non è acqua – non di esecrabili “azionisti”) è fornire ai minzolini di tutte le testate di regime l’occasione per svillaneggiare in anticipo la manifestazione promossa da alcune donne, non certo in nome del moralismo e nemmeno della moralità, ma della necessità di una seppur minima decenza nel comportamento sulla scena pubblica (che del resto è richiesta dall’articolo 54 della Costituzione – anche per questo invisa alle cheerleader di Forza Arcore? – che recita: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore”). Manifestazione che domenica dilagherà in decine e decine di piazze con centinaia di migliaia di partecipanti, nel minimalismo dei pennivendoli di regime.
Del resto, la manifestazione “Dal Verme” è solo il diapason di una campagna che la setta dei libertini devoti, falsamente libertini ma effettivamente devotissimi al già menzionato “Lui C.”, va sviluppando da mesi sul superdeficitario Foglio (malgrado i milioni elargiti ogni anno dal governo e pescati nelle tasche degli irrisi non-evasori), e che ha segnato una trafelata accelerazione da quando Ilda Boccassini, Pietro Forno e Antonio Sangermano, hanno doverosamente aperto un’inchiesta per una concussione platealmente rivelata dal medesimo “Lui” – altresì “utilizzatore finale” (l’espressione è del suo avvocato onorevole Ghedini) di una prostituta, questa volta minorenne – con una telefonata alla Questura di Milano (su una linea ufficiale che registra): per ottenere, grazie al peso della sua carica, una “altra utilità”, cioè l’indebito rilascio della minorenne che avrebbe potuto inguaiarlo. Il manipolo dei finti libertini di Giuliano Ferrara vuole infatti da mesi far credere che gli avversari (soprattutto le avversarie) del regime liberticida di Berlusconi, in gioventù sessantottina teorizzanti e talvolta anche praticanti “porci con le ali” delle gioie della liberazione sessuale, si siano trasformate/i in occhiuti bacchettoni e laide beghine e vogliano imputare a “Lui”, in sinergia con i “guardoni” delle procure, quanto vorrebbero ancora ma non possono. Invidia e risentimento, insomma, altro che legalità e moralità.
Ferrara e la sua coorte di devotissimi di “Lui” sanno benissimo di mentire per la gola. Ma con la cassa di risonanza di un controllo televisivo quasi totalitario è molto facile far diventare bianco il nero. Contano su questo, sull’incubo orwelliano della neolingua sontuosamente realizzato da “Lui-con-quel-che-segue”.
E invece. Libertari e garantisti siamo rimasti (e libertini talvolta, ma questa è irrinunciabile privacy). Libertari: pensiamo che in fatto di sesso, tra adulti consenzienti, di tutto e di più. Adulterio, masturbazione, orge, sadomasochismo, uso di pornografia e “gadget” sessuali, scambio di coppie, prostituzione, financo sesso con animali (se non si dà luogo a maltrattamento), e chi più ne ha più ne metta, il tutto sia in chiave etero che omo che transessuale. Nessuno, magistrato o giornalista che sia, in questa sfera privata deve poter mettere becco.
Le righe che precedono le ho scritte oltre un mese fa, sul sito del Fatto (quasi duecentomila visitatori al giorno), e gli unici dissensi sono stati di qualche lettore animalista. Bacchettoni e beghine, si tranquillizzi il devotissimo Ferrara, non albergano da queste parti. Quanto alla tutela della privacy, noi giustizialisti-giacobini-girotondini-azionisti (sempre e comunque trinariciuti nel nostro affetto per la Costituzione nata dalla Resistenza), siamo più rigidi della Comunità europea, per non parlare degli Usa (“che hanno sempre ragione” secondo il lapidario servilismo di “Lui”, prono-americano solo se si tratta di guerre) dove la tutela della privacy della persona pubblica è per legge infinitamente minore di quella del privato cittadino. Noi no. Noi pensiamo che debba essere la stessa, catafratta, e che solo il politico possa stabilire le eccezioni che lo riguardano. Se fa della difesa della famiglia un tema per ottenere consensi, legittima qualsiasi domanda o inchiesta sulle proprie infedeltà. Se si dedica a campagne contro i gay non può invocare la privacy qualora si scopra un suo penchant omosessuale, se propone leggi draconiane contro la prostituzione (clienti compresi) ogni sua utilizzazione di prostituta diventa fatto pubblico, se dichiara che certe cose non le ha mai fatte, anziché limitarsi al secco “fatti miei”, rende legittima la curiosità giornalistica sull’eventuale menzogna. Altrimenti no. Chiaro il criterio, devotissimo Ferrara?
Quanto alla gioiosa libertà sessuale: cosa c’entra il sesso libero, che è condiviso e reciproco piacere per il piacere (o per amore, o per curiosità, gioco, sperimentazione...) con l’acquisto a ore di un corpo, o di un’infornata di corpi, mossi non già da gioiose voglie ma da “danaro o altra utilità”, auri sacra fames capace di compensare lo schifo, confessato pre e post alle amiche, per le carni in smottamento alla cui virilità chimico-meccanicamente artefatta devono dedicarsi? Se non capisci la differenza lascia perdere, devotissimo Ferrara: non parlare di cose che non conosci.
(12 febbraio 2011)
domenica 30 gennaio 2011
Siamo a questo punto?
Ne ricordavo il significato, ma non ricordavo esattamente la scena ... sono andata a rivedermela (fonte Youtube)...
... Veramente inquietante ...
martedì 4 gennaio 2011
Sulla mancata estradizione di Cesare Battisti ...
Da Il fatto quotidiano pubblico questo articolo che condivido pienamente nelle motivazioni. In più, aggiungerei: dov'erano tutti questi giustizialisti quando è morto Craxi? Uomo condannato con sentenza passata in giudicato per reati contro la PA, fuggito in Tunisia per sottrarsi alla giustizia ... e cosa si è fatto? ADDIRITTURA IL FUNERALE DI STATO ... E caliamo un velo pietoso su chi c'era al governo in quel momento ... Che tristezza ... Povera Italia ...
In difesa del Brasile- di Massimo Fini
Che garanzie hanno le Autorità brasiliane che Battisti non sia stato condannato da qualche gruppo di magistrati felloni? Nel suo parere favorevole all’estradizione di Battisti l’Avvocatura dello Stato brasiliano dice: “Non si deve tralasciare di riconoscere che lo Stato italiano è indiscutibilmente uno Stato democratico di Diritto e che le sue decisioni devono considerarsi espressione della volontà dei propri cittadini”. Ma proprio questa precisazione dice che in Brasile si hanno dei dubbi sulla effettiva democraticità del nostro Stato. Nessuno si sentirebbe in dovere di chiarire che la Germania o la Svezia o l’Olanda sono “Stati democratici di Diritto”, sarebbe dato per presupposto, per implicito, per scontato. E in effetti l’Italia non è uno Stato democratico. Non è democratico un Paese in cui la Magistratura, che è l’organo di garanzia dell’osservanza delle leggi, quello che ci consente di essere uniti e di non darci alla giustizia privata, alla faida, è delegittimata. Non è uno Stato democratico quello in cui il presidente del Consiglio, proprio in base a questo sospetto sulla Magistratura dello Stato di cui pur è guida, si sottrae, con vari espedienti, alle leggi del suo Paese. In realtà, nel caso Battisti, scontiamo anni di garantismo peloso. Di destra e di sinistra. Da noi esiste un signore, Adriano Sofri, che è stato condannato a 22 anni di reclusione per l’assassinio sotto casa di un commissario di polizia, dopo nove processi, di cui uno, caso rarissimo in Italia, di revisione, avendo quindi goduto del massimo di garanzie che uno Stato può offrire a un suo cittadino.
Eppure Sofri ha scontato solo sette anni di carcere e, senza aver potuto usufruire dei normali benefici di legge, che non scattano dopo solo sette anni su ventidue, è libero da tempo, e scrive sul più importante quotidiano della sinistra, La Repubblica, e sul più venduto settimanale della destra, Panorama, e da quelle colonne lui ci fa quotidianamente la morale ed è onorato e omaggiato dall’intera intellighentia che, ad onta di tutte le sentenze, lo ritiene, a priori e per diritto divino, innocente. Perché, soprattutto vedendo le cose dal lontano Brasile, non potrebbe essere innocente anche Cesare Battisti che ha potuto usufruire solo dei tre normali gradi di giudizio? In verità siamo noi, noi italiani, che ci siamo messi in questa situazione giuridicamente ambigua che con lo Stato di diritto e la democrazia non ha nulla a che vedere. E Silvio Berlusconi che ha guidato per quattro volte il governo ha dato il suo potente e determinante contributo alla delegittimazione della giustizia dello Stato di cui pure è a guida e, con essa, alla delegittimazione del nostro Paese. Nella sostanza e nell’immagine. Per cui è patetico che adesso facciamo le suorine scandalizzate perché il Brasile non ci vuole consegnare l’assassino Cesare Battisti. Raccogliamo ciò che, in questi anni, abbiamo seminato. All’interno ci consideriamo un Paese democratico. All’estero ci vedono per quello che siamo e appariamo: un Paese in cui sono saltate tutte le regole dello Stato di diritto. Io non consegnerei Battisti all’Italia nemmeno se fossi il Burkina Faso.
da Il Fatto Quotidiano del 4 gennaio 2011
domenica 2 gennaio 2011
Buon 2011 ... speriamo ...
... bell'articolo ... interessante vedere chi è chi ...
Non cliccate su mi piace - di Alberto Puliafito
E’ un processo lento e inesorabile, quello che mi va di sviscerare in questa fine 2010. Non che il Capodanno sia mai stato questo gran rito di passaggio, in effetti. Eppure, i riti di passaggio sono stati importanti e dovrebbero esserlo ancora. La festa, la socialità, sono importanti. I sogni collettivi sono importanti. Come le parole. Ma quel processo lì, cui si assiste spesso inermi, se non complici, opera una metamorfosi delle parole, cancella i sogni collettivi e riempie le pance di pochi eletti. Quelli non eletti, provano a riempirsele da sole, come meglio possono.
Mentre festeggiamo, il governo fa passare il Milleproroghe e Napolitano promulga la cosiddetta riforma dell’università – percarità, sollevando alcune eccezioni – un calderone che svuota la parola riforma di qualunque significato.
Il Milleproroghe non esisteva fino al 2005. Giorgio Napolitano, in polemica con Berlinguer, faceva parte, nel Pci, dei Miglioristi (fra le cui fila militava anche, per dire, un certo Sandro Bondi). Perché la questione morale non aveva importanza.
Festeggiamo, e siamo talmente concentrati sugli scandali nostrani – certo, quando troviamo il tempo per pensarci, fra un boccone e l’altro – che ignoriamo che esista anche un mondo là fuori, che vive quotidianamente, fuori dalle Alpi e dal mare, indipendentemente dalla visione italocentrica che va per la maggiore anche nelle realtà antisistemiche. Festeggiamo e possiamo esprimere il nostro consenso cliccando mi-piace-su-Facebook. Il dissenso, su Facebook, non esiste.
Negli anni ’90, qualcuno parlò della dittatura del pensiero unico. Quel qualcuno si chiamava Ignacio Ramonet, direttore de Le monde diplomatique. Era un’idea, un’idea importante. Un’idea che ci siamo velocemente dimenticati, travolti dalla polvere delle Twin Towers, dal sangue versato al G8 di Genova, plasmati dagli slogan dell’amore e del buonismo, persi fra i meandri della controinformazione, che non dovrebbe essere informazione-contro.
L’antagonismo si radicalizza su posizioni sempre meno condivisibili, perché afferiscono a schemi vecchi e slegati dalla realtà – esattamente come le posizioni di una politica che risponde alle proteste a colpi di zone rosse – e parole d’ordine che appartengono ad un’altra epoca; altre realtà emergenti galleggiano in un limbo a metà fra l’essere virtuosi, il moralismo neocristiano e una narrazione manicheista (buoni contro cattivi) che spesso sfocia nel qualunquismo (siamo tutti un po’ buoni e un po’ cattivi).
Montezemolo propone una lista civica nazionale – controsenso in termini. Ma anche il concetto di lista civica, è un controsenso in termini cui siamo ormai assuefatti – da una sinistra rosa pallido emergono ventate di alleanza con il cosiddetto terzo polo (nella cui orbita gravitano, senza troppi misteri, ex fascisti): un abominio politico che va al di là di qualsiasi connubio possibile, e che dovrebbe sembrare aberrante a entrambe le parti. Il papa fa i suoi proclami urbi et orbi e poi opera qualche cambiamento sulla Banca vaticana: arriveranno “gli euri” con la sua effigie, si faranno più controlli, ma tanto i conti resteranno cifrati. Tanto, la memoria storica si perde, e degli scandali dello Ior, prima o poi, si ricorderanno in tre.
Fassino (migliorista anche lui, a quanto risulta) si prepara a candidarsi per la poltrona da sindaco di Torino e intanto dice che da operaio voterebbe sì all’accordo per Mirafiori, con buona pace di Moretti e del suo “dì qualcosa di sinistra”. L’eccezione si fa regola; affiorano ovunque associazioni non-profit che sembrano lobby protomassoniche e che si fanno veicolo delle idee dei grandi pensatori dell’anno o del decennio – i think tank, locuzione che fa rabbrividire, a pensarci sul serio. Le differenze si appiattiscono, i santoni si ritagliano le loro prime serate in tv e in tutto questo il pensiero critico – unico vero nemico del pensiero unico – si affossa e marcisce, impegnato a seguire, quando può, come può, quel corteo, questo scandalo di letto, quella P3, quel movimento di un qualche “no”, condivisibile ma limitato a una visione del mondo parziale.
Fra un pezzo di panettone e una bollicina di spumante, rimarrà di sicuro una traccia di quel pensiero critico lì, che – questo l’augurio che mi sento di fare, per quel che vale – potrebbe rinascere dalle ceneri di un anno passato anche sulle barricate, ma troppo senza un disegno comune, un vero sogno collettivo che non fosse la caduta del sovrano.
Rinascerà, si spera. Resisterà e rinascerà da tutte quelle realtà che, lentamente, costruiscono coscienza civica, studiano e informano e non si limitano a sopravvivere. Non darà frutti nel 2011: forse ci vorranno vent’anni. Ma da qualche parte bisogna pur ricominciare, per creare un modello alternativo, con parole nuove e nuovi significati.
E ora, se cliccate su mi piace, si consumerà il paradosso.
giovedì 30 settembre 2010
C'è un Giudice a Milano!
30 settembre 2010
Il bonus bebé “leghista” è discriminatorio
“Ora il comune di Tradate paghi gli arretrati”
di Simone Ceriotti
Il tribunale del Lavoro di Milano boccia il ricorso del comune del Varesotto e lo obbliga a erogare il contributo a tutti i nati dal 2007 ad oggi. Non solo ai figli di italiani. Il sindaco: "Sentenza che non corrisponde al sentire dei cittadini"
Ricorso respinto e obbligo di pagamento degli arretrati dal 2007 ad oggi. Non poteva andare peggio al comune di Tradate (in provincia di Varese, amministrato dalla Lega Nord) nella battaglia legale in difesa del bonus bebé riservato “solo ai figli di entrambi i genitori italiani”. L’attesa sentenza del giudice del lavoro di Milano, depositata ieri, non si limita a respingere il reclamo contro la sentenza di primo grado del luglio scorso (che già definiva discriminatorio il provvedimento), ma dispone anche di pagare i contributi non versati negli ultimi 3 anni. “Il Collegio – si legge nell’ordinanza – ordina al comune di offrire l’erogazione del bonus bebé ai neonati iscritti all’anagrafe del comune stesso dal 2007 in poi”, con il solo vincolo che uno dei genitori sia residente a Tradate da almeno cinque anni. Spazzata via dunque la restrizione contenuta nella delibera originaria del comune, che stabiliva come requisito per l’erogazione di 500 euro (contributo alla natalità) “la cittadinanza italiana di entrambi i genitori”. La sentenza non lascia spazio a dubbi: “Non è possibile individuare – si legge – alcun valido motivo di differente trattamento tra cittadini e stranieri, che non sia quello di escludere dal beneficio previsto gli stranieri solo perché tali”.“Questa sentenza – spiega l’avvocvato Alberto Guariso, che ha seguito la causa e i ricorsi per Asgi e Avvocati per niente – rende giustizia alle nostre richieste. Ripristina la parità di trattamento obbligando il comune a porre rimedio a una discriminazione”. In sostanza, l’amministrazione di Tradate aveva presentato reclamo contro la sentenza di primo grado, che a luglio aveva ordinato la sospensione del provvedimento, definendolo “discriminatorio”. Gli avvocati delle associazioni che rappresentano gli immigrati hanno deciso di presentare a loro volta un reclamo, contestando quella parte di sentenza che non ordinava al comune di pagare gli arretrati”. Il giudice Silvia Ravazzoni, nella sentenza di appello, ha definito “pienamente condivisibili” le decisioni del giudice di primo grado riguardo al comportamento discriminatorio, ricordando “il principio costituzionale di uguaglianza” che “non tollera discriminazioni”. E, appunto, ha ordinato al comune di pagare i bonus non erogati dal 2007 (anno di pubblicazione della delibera) ad oggi.
Raggiunto al telefono da ilfattoquotidiano.it, il sindaco di Tradate Stefano Candiani, segretario provinciale della Lega Nord, dice di non avere ancora notizia della sentenza, ma rilascia una dichiarazione sarcastica: “Sono soddisfattissimo come cittadino, perché la giustizia ha dato prova di saper completare due gradi di giudizio in poco più di tre mesi”. Sollecitato sulle disposizioni della sentenza, Candiani si lascia andare: “Rispettiamo le sentenze, ma in questo caso non corrispondono al sentire dei cittadini. Prima di dire che ci adegueremo alla sentenza, voglio ricordare che ci sono tre gradi di giudizio”. Nel ricorso presentato ad agosto, il comune di Tradate aveva definito questo bonus “un incentivo contro la morte dei popoli”, sollevando dure polemiche, tra cui quello di “provvedimento nazista”. Ma Candiani non ritratta: “Voglio ripeterlo – continua – il nostro intervento sulla natalità non voleva essere di carattere sociale, ma squisitamente demografico. Alla luce della sentenza, faremo riflessioni di carattere politico, perché questa è una sentenza politica”.
giovedì 16 settembre 2010
Soluzione 5 per cento - di Marco Travaglio
Navigando senza Tom Tom nelle centinaia di paginate dei giornali piene di indiscrezioni, retroscena, interviste, dichiarazioni con smentita incorporata, il cittadino (e)lettore si chiede che diavolo sta succedendo. Ha sentito i finiani garantire il loro voto al 95% del programma in 5 punti e 13 pagine di B, che comprende tutto lo scibile umano, dall’economia planetaria alla Salerno-Reggio Calabria, e ingenuamente domanda: dov’è allora il problema? Perché il pover’ometto, a quell’età e in quelle condizioni psicofisiche, si arrabatta per comprare traditori pronti a tradirlo appena svoltato l’angolo, pescandoli preferibilmente (e comprensibilmente) tra le coppole siciliane? Perché non s’accontenta di quel 95% di riforme, visto che in 16 anni non ne ha fatta manco una? La risposta è banale, addirittura lapalissiana. Ma diventa un rompicapo, una sciarada, visto che la stampa italiana non serve, come nel resto del mondo, a semplificare le cose complicate, ma a complicare le cose semplici. È raro trovare un giornale (men che meno un tg) che spieghi chiaramente cos’angustia il Caimano in queste notti di fine estate: non le grandi o le piccole riforme, e nemmeno la Salerno-Reggio Calabria; bensì, pensate un po’, i suoi processi.
Due (Mills e Mediaset) furono bloccati col “legittimo impedimento” alle soglie della sentenza di primo grado; il terzo (Mediatrade) alle soglie del tribunale. Poi ci sarebbe l’inchiesta di Trani sulle manovre anti-Annozero, ma quella riposa in pace alla Procura di Roma, così solerte invece (addirittura nella pausa estiva) sul mega-scandalo di casa Tulliani, di cui peraltro si ignora il reato. Varato nel febbraio scorso per la durata di 18 mesi, il “legittimo impedimento” scade fra un anno. Ma potrebbe svanire già il 14 dicembre se la Consulta dovesse bocciarlo. Insomma, i tre processi potrebbero ripartire a gennaio e i primi due chiudersi in tribunale entro l’estate. Dunque B. ha tre mesi per inventarsi qualcos’altro di più sicuro e duraturo, e trovare una maggioranza che glielo voti. L’ideale era il “processo breve”, ma ammazzava mezzo milione di processi: ritirato dopo il marameo di Fini. Che fare? Allungare il congelamento con un nuovo “legittimo impedimento” che impedisca alla Consulta di pronunciarsi sul primo? Troppo rischioso. Trattandosi di una nuova legge, la Consulta potrebbe intanto bocciare la vecchia e, implicitamente, anche la nuova: a quel punto persino Napolitano avrebbe difficoltà a firmarla. Meglio una soluzione finale, che fulmini i tre processi una volta per tutte. Perfidamente Fini insiste per il lodo Alfano costituzionale. Ma Ghedini giustamente non ne vuol sapere: per una legge costituzionale occorre almeno un anno di lavori parlamentari, con doppia lettura Camera-Senato-Camera-Senato più un altro anno per il referendum confermativo (evitabile solo con una maggioranza del 66%, e B. non è sicuro nemmeno del 51%) che, con l’aria che tira, diventerebbe abrogativo. Intanto c’è tutto il tempo per arrivare alle sentenze di primo grado, più l’appello della causa civile Mondadori (in primo grado la Fininvest fu condannata a pagare 750 milioni a De Benedetti).
Qualche buontempone ripropone il lodo Consolo: decide il Parlamento se un reato è ministeriale o no. Ma i delitti contestati a B. sono corruzione, falso in bilancio, appropriazione indebita, frode fiscale: che c’entrano con le funzioni di governo? In attesa che il cilindro di Mavalà partorisca un nuovo coniglio morto, B. passa le notti in bianco. E il Paese è sempre appeso ai suoi processi: 60 milioni di scudi umani presi in ostaggio in cambio della sua impunità. Ma zitti, mi raccomando, non si deve sapere. Ieri Ostellino, sul Pompiere, invitava B. a “mostrare di essere un uomo di Stato” e “chiarire quali ostacoli istituzionali, politici, sociali gli hanno impedito di fare le riforme”. Povero Ostellino, la mamma non gli ha ancora spiegato nulla. Quando uno lo legge, non capisce mai se ci è o ci fa. L’ipotesi più accreditata è che ci sia e ci faccia contemporaneamente.
Una repubblica fondata sulla volgarità - di Angelo d'Orsi
Quando si sta per un po’ di tempo fuori del Bel Paese, nell’Europa Occidentale, al rientro, inesorabilmente, lo si ritrova così brutto, così piagato dalle sue tante mafie, che ci si chiede come lo si possa ancora definire Bello. Certo, direte: i paesaggi, i musei, le città d’arte (e cittadine: quante sono!), la cucina… Ma i paesaggi sono scempiati giorno dopo giorno, inesorabilmente, dall’attivismo dei nostri concittadini, tollerati quando non addirittura incoraggiati (ah, i condoni edilizi!), dai governi, quest’ultimo, in particolar modo: in ogni caso la logica della ruspa vince, senza neppure istituire gare, contro la logica della bellezza, che è peraltro la logica della salvezza della natura.
E che dire dei musei? Privi di fondi, con strutture spesso cadenti, si barcamenano come possono, con orari ridotti, personale insufficiente (e sovente dequalificato), scarsa o nulla sicurezza. E quanto alle città d’arte, troppi interventi all’insegna del cosiddetto “arredo urbano”, troppe automobili, troppi torpedoni che scodellano torme di turisti, a cui si esemplano ormai le strutture economiche e urbanistiche: ossia, queste città sono diventate luoghi in cui è quasi impossibile condurre un’esistenza “normale”. Provate a fare la spesa a Venezia, Firenze, o Roma: se non vi allontanate dal centro è impresa improba, tanto per dirne una. Senza contare la ricaduta sui prezzi.
Infine, ci rimane la cucina: ma benché la televisione pulluli di programmi ad hoc, e a dispetto delle migliaia di manifestazioni enogastronomiche – per cui parrebbe che oggi non si possa realizzare un raduno culturale senza spaccio di vino e “prodotti del territorio” – troppi sono i locali in cui si mangia in modo mediocre e si spendono cifre esorbitanti. Insomma, smettiamola, con questi miti. Che non corrispondono più se non in piccola parte alla realtà. A meno che non siamo in grado di fare una rivoluzione culturale; perché se non assumiamo tutti un’ottica volta a cogliere l’interesse generale, se non smettiamo di praticare la politica del guardare all’immediato senza tener conto del dopo, e se non ricominciamo a partecipare in prima persona alla vita della cittadinanza (attiva), sarà impossibile invertire la rotta.
Ma lo choc maggiore rientrando in Italia lo si riceve aprendo i giornali, riguardando la tv, ascoltando la radio... Ritrovando i servi fedeli del tycoon che fingono di fare i giornalisti, gli opinionisti, i commentatori, o addirittura i narratori di fatti (magari inventati: ma il nesso tra fatti e notizie è ormai puramente casuale); riascoltando le cattiverie di Brunetta, o le insinuazioni di Cicchitto, o le scempiaggini di Buonaiuti; ma, soprattutto, ovviamente, rivedendo LUI, il Cesare, il supremo barzellettiere di casa nostra (o di cosa nostra?), il principe dei bugiardi, l’uomo-che-si-è-fatto-da-sé, o, chissà, con qualche misterioso “aiutino”, che ancora oggi lo sostiene, come rivelano giorno dopo giorno la ragnatela di comitati d’affari che tutti, per un verso o per l’altro, a lui conducono.
L’ho visto, dunque, l’uomo della Provvidenza, il più grande presidente del Consiglio della storia mondiale, l’individuo a cui forse solo Gesù, il Cristo, è stato superiore (ma v’è tempo per ribaltare anche questo piazzamento in classifica, naturalmente). L’ho visto e sentito, mentre apostrofava i magistrati italiani, in un consesso internazionale, con le ben note accuse; l’ho visto e sentito gigioneggiare, intubato nel suo vestito anti-grasso, e raccontare mentre una scempia ministra che ha come solo atout la giovane età (ma a mio avviso trattasi di aggravante) fingeva di intervistarlo: impresa improba, d’altronde, vista la logorrea del piazzista; l’ho ammirato mentre si prestava al gioco della torre, con tanto di cubi con le facce dei politici, da far cadere… È stato a quel punto che una voce interiore mi ha mormorato: sei tornato nel Bel Paese. Ma che (Bel) Paese è mai questo?
E costui è il nostro presidente? E milioni di nostri concittadini gli concedono ancora fiducia? A questo propalatore di menzogne? A questo raccontatore di favolette? A quest’uomo ossessionato dalla “tutela” del suo patrimonio, per la cui difesa è pronto a mandare a fondo una nazione? A questo maschio infoiato che, a furia di Cialis e Viagra, sembra aver perso qualsiasi senso non dico del pudore (sentimento a lui negato dalla natura), ma della decenza?
Ho cambiato canale, e mi è capitato di assistere a uno degli ormai innumerevoli raduni leghisti: ho sentito il lider maximo, in camicia verde, che bofonchiava, e incitava, con i suoi giannizzeri accanto, e un figlio inerte che manco annuiva: presenziava. Ma intanto il suo posto è accanto al padre padrone, delfino che suppone di ereditare un partito. Un misto di sdegno e pena mi ha travolto.
Mentre scuotevo la testa, un po’ scoraggiato, ho provato ancora a cambiare canale tv, mentre distrattamente sfogliavo vecchi giornali (inutili come il giornale di ieri, scrive Prévert, in una sua poesia: ma per noi l’inutilità non sta nell’invecchiamento quanto nella impossibilità di distinguerlo da quello di oggi): ho scoperto notizie interessanti, come quella relativa allo “sciopero” dei calciatori (no comment), o notizie ahimé vecchissime, che si ripropongono implacabilmente ogni giorno: 3 morti, 2 morti, 5 morti “sul lavoro”.
La “piaga delle morti bianche,” col presidente della Repubblica che s’indigna, qualche ministro che fa dichiarazioni sottolineando l’impegno del governo, salvo scoprire in altro giornale che Tremonti ha dichiarato che non ci sono fondi da investire nella sicurezza dei lavoratori, e la signora Marcegaglia tuonare che ci sono troppi vincoli e restrizioni e pesi a carico dei poveri imprenditori.
E che dire delle ultime imprese leghiste? Ho un solo termine per definirle: raccapriccianti. La mia preferita (!), è quella della scuola di Adro, nel Bresciano, di cui leggo essere stata “appaltata” al partito di Bossi. Il mio sogno è un drappello di carabinieri, che, su ordine di un magistrato, vada ad arrestare la Giunta comunale, il dirigente scolastico, e l’intero stato maggiore della “Lega Nord – Padania”, della provincia. In attesa che l’intero gruppo dirigente – i resistibili Signor Nessuno portati alla ribalta dal celodurismo bossista – del partito, finisca al fresco: imputazione? Attentato alla sicurezza e all’unità nazionale. Basta?
Depresso per i volti di Bossi, Calderoli, Borghezio, e ancora più per il silenzio o l’attitudine minimizzatore di troppi davanti a episodi di tale gravità, vado a frugare nelle cronache mondane: tra immagini e parole, mi sono imbattuto nelle storie, storielle e storiacce dei “vip in vacanza”. Beh, qui mi devo fermare. L’Italia è diventata dunque una repubblica fondata sulla volgarità?
Aiuto!
Angelo d'Orsi