giovedì 25 dicembre 2008

Rosa Luxemburg - di Kurt Marti

Mi hanno inviato questa poesia ... che riporto qui ...

eine kleine hinkende frau
schrieb diesem jahrhundert
ins stammbuch :

"freiheit nur
fur die anhanger der regierung
nur fur die mitglieder einer partei
- mogen sie noch so zahlreich sein -
ist keine freiheit

freiheit ist
immer nur
die freiheit
der anders denkenden "

die kleine hinkende frau
ist ermordert worden.

... Ovvero ...

una piccola donna claudicante
ha scritto nel libro genealogico di questo secolo :

"libertà solo
per chi appoggia il governo
solo per i membri di un partito
-per quanto numerosi-
non è libertà

libertà è
sempre soltanto
la libertà
per chi la pensa in modo diverso"

la piccola donna claudicante
è stata assassinata

lunedì 15 dicembre 2008

The triumph of bullshit - di T. S. Eliot - 1916

Ladies, on whom my attentions have waited
If you consider my merits are small
Etiolated, alembicated,
Orotund, tasteless, fantastical,
Monotonous, crotchety, constipated,
Impotent galamatias
Affected, possibly imitated,
For Christ's sake stick it up your ass

Ladies, who find my intentions ridiculous
Awkward insipid and horribly gauche
Pompous, pretentious, ineptly meticulous
Dull as the heart of an unbaked brioche
Floundering versicles feebly versiculous
Often attenuate, frequently crass
Attempts at emotions that turn isiculous,
For Christ's sake stick it up your ass.

Ladies who think me unduly vociferous
Amiable cabotin making a noise
That people may cry out "this stuff is too stiff for us" -
Ingenuous child with a box of new toys
Toy lions carnivorous, cannons fumiferous
Engines vaporous - all this will pass;
Quite innocent - "he only wants to make shiver us."
For Christ's sake stick it up your ass.

And when thyself with silver foot shalt pass
Among the Theories scattered on the grass
Take up my good intentions with the rest
And then for Christ's sake stick them up your ass.

sabato 11 ottobre 2008

Senza alcun ritegno ...

La carrambata del Tg1
Norma Rangeri

Per una volta non è stata la Carrà a fare la sorpresa, ma il Tg1. Nel bel mezzo di Carramba che fortuna, il programma della lotteria milionaria si è interrotto bruscamente per lasciare spazio all'edizione straordinaria del Tg1. Un attentato? Una strage? Macché, signore e signori, ecco a voi il presidente del consiglio con il sorriso di chi ha una buona notizia da vendere. «Cari italiani state tranquilli, il governo ha varato un piano anticrisi, nessuno perderà un euro». Una bella carrambata, un panino politico formato gigante, infilato tra un «tuca-tuca» e un mambo italiano. Sparare l'edizione straordinaria del telegiornale per un consiglio dei ministri che decreta a favore delle banche, ancora non s'era mai visto.
Notizia di rilievo, non si discute, sfugge tuttavia l'urgenza di comunicarla alle undici della sera, quando, di lì a poco, sarebbe andato in onda il consueto appuntamento con il tg (che infatti ha replicato la conferenza stampa di Berlusconi). Invece, sfruttare l'audience delle carrambate, entrare nelle case degli italiani che si aggrappano alla lotteria, planare sull'euforia di quelle palle colorate che Raffaella apre, piano piano, regalando in pochi attimi, centinaia di migliaia di euro, è tutta un'altra cosa. La televisione ti fa vincere una piccola fortuna e il presidente del consiglio ti culla nella rassicurazione che il mondo cattivo è lontano mentre qui da noi la barca va e la banca è più sicura del materasso. Un incastro prezioso come uno spot.
Chiuso il siparietto, la linea torna a Carramba, il paese delle meraviglie. Una modesta famiglia vince 198 mila euro tra gli applausi del pubblico, un'imbalsamata Patty Pravo balla il tuca-tuca con la Carrà, i boys cantano le canzoncine cretine, per «due ore di leggerezza» come promesso dall'inossidabile conduttrice. Un'allegria scacciapensieri che somiglia all'euforia sul Titanic che affonda.
Se proprio si voleva offrire al telespettatore un supplemento di varietà (e di verità), le telecamere avrebbero dovuto seguire l'infaticabile presidente del consiglio fino al teatro romano del Bagaglino, dove a tarda sera, dopo aver lasciato palazzo Chigi e l'edizione straordinaria del Tg1, ha intrattenuto il pubblico inframmezzando le rassicurazioni ai risparmiatori con il repertorio del barzellettiere. Almeno lo spettacolo del re-giullare sarebbe stato completo.

mercoledì 1 ottobre 2008

Triathlon sprint di Alba - 28 settembre 2008



I quattro pazzi che hanno partecipato al triathlon di Alba (750 metri di nuoto, 20 km di bici -ma dicono fossero 22- e 5 km di corsa).
Primo dei nostri Alberto, con 1.14.07 (parziali 14.24-38.53-20.50) - poi Marco, con 1.18.39 (parziali 14.00-41.07-23.32) - poi Matteo con 1.22.13 (parziali 15.30-41.11-25.32) - poi Enrico con 1.26.37 (parziali 15.16-44.17-27.04) ... complimenti a tutti, e alla prossima ... spero di esserci anch'io!

martedì 23 settembre 2008

Post collegato al sondaggio "Chi l'ha scritto?"

Purtroppo nei sondaggi si possono scrivere solo poche parole, per cui utilizzo questo post collegato, e riporto nel sondaggio solo le lettere per le risposte.
Mi hanno fatto una domanda, che io giro a tutti voi ...
Leggete questa frase:

"La legge deve essere redatta non per vantaggio privato, ma per la comune utilità dei cittadini"

Secondo voi, chi l'ha scritta? Rispondete nel sondaggio, oppure lasciando un commento a questo post:

A: Alberto Franceschini (nato a Reggio Emilia il 26 ottobre 1947), fondatore ed esponente di spicco delle Brigate Rosse

B: Giuseppe Pinelli (nato a Milano il 21 ottobre 1928), anarchico italiano, morto nel 1969 precipitando da una finestra della Questura di Milano, dove era trattenuto per accertamenti in seguito alla Strage di Piazza Fontana

C: Isidoro di Siviglia (nato a Cartagena intorno al 560 d.C.), scrittore e arcivescovo latino. Venerato come santo dalla Chiesa cattolica che lo considera Dottore della Chiesa.

D: Gian Carlo Caselli (nato ad Alessandria il 9 maggio 1939), magistrato italiano, procuratore capo antimafia a Palermo dal 1993 al 1999, attualmente Procuratore Generale presso la Corte d'Appello di Torino

E: Oliviero Diliberto (nato a Cagliari il 13 ottobre 1956), politico, giurista e docente italiano. Segretario nazionale del Partito dei Comunisti Italiani, con un passato prima nel Partito Comunista Italiano e poi nel PRC

F: Costantino Mortati (nato a Corigliano Calabro il 27 dicembre 1891), giurista e costituzionalista italiano. Annoverato fra i più autorevoli giuristi italiani del Novecento, è uno dei Padri della Costituzione Italiana

sabato 16 agosto 2008

I shot the sheriff (but I swear it was in self defence) (B. Marley)

da Il Manifesto del 14 agosto 2008

ABUSO DI POTERE
di Alessandro Robecchi

Giunto avventurosamente al potere, il dittatore dello stato libero di Bananas comunicava ai sudditi le sue prime riforme. Tra queste, l'obbligo di indossare la biancheria sopra i vestiti, e non sotto. Divertente. Ma ci scuserà Woody Allen se consideriamo la sua immaginazione superata - almeno nella repubblica delle banane che abitiamo noi - dal ministro degli interni e dai sindaci di mezza penisola. Alle «ordinanze creative» e alla «fantasia» dei sindaci si era appellato qualche settimana fa Roberto Maroni, quello che persino una sonnacchiosa Europa dei diritti ha saputo riconoscere come un mix di malafede, xenofobia e razzismo. Ora che la fantasia è stata declinata in azione repressiva, lo scenario appare chiaro quanto grottesco. A Novara (sindaco leghista Massimo Giordano) non si può stare al parco in più di due dopo il tramonto. A Voghera non si può sedersi sulle panchine di notte. A Cernobbio se ti sposi arriva un'ispezione sanitaria a casa. A Rimini non si può bere dalla bottiglia per la strada (titolo sul Resto del Carlino: «Vietato bere dalle bottiglie anche di giorno», Woody, dilettante!). Lo stesso a Genova. A Firenze, la città del mitico assessore Cioni, è vietato agli strilloni vendere i giornali ai semafori, ma si vigila attentamente anche sui ragazzini che giocano a pallone in un parco pubblico, grave attentato alla sicurezza.Estinti i lavavetri, la mamma dei capri espiatori è sempre incinta, e le multe serviranno a comprare nuove telecamere di controllo. A Venezia non si può girare per le calli con grosse borse. Groppello (comune di Cassano d'Adda, sindaco forzista Edoardo Sala), chiude nel giorno di ferragosto l'unica spiaggia sul fiume perché è in programma una festa di cittadini senegalesi. Motivazione: «Sicurezza del territorio, ma anche di questi immigrati, che arrivano in gran numero facendo confusione e rischiando di annegare». Come fantasia, come creatività, potrebbe bastare, ma non è che l'inizio. L'arrivo - ci siamo - è l'immagine della prostituta nigeriana segregata e abbandonata a Parma da vigili urbani diventati secondini, privata di ogni dignità e fotografata come una bestia in gabbia. Per il nostro bene, per la nostra sicurezza, per la nostra tranquillità, piccole Abu Ghraib comunali crescono, nella certezza che le coscienze se ne faranno una ragione. La chiamano fantasia, o creatività, ma si tratta sempre della stessa cosa: un digeribile travestimento dell'abuso di potere. E infatti, che razza di fantasia ci sarebbe nel picchiare, deportare, angariare, multare, incarcerare, umiliare i più deboli? Nessuna. Inventare un'emergenza sicurezza è stato semplice, sostenerla e propagarla grazie ai media controllati dal capobanda che ha vinto le elezioni anche. Dedicarle aperture di tg e allarmati fondi sulla stampa pure. E ora? Ora che non si sa bene quale sicurezza garantire, e da che cosa, e da chi, si fa appello alla fantasia. Qualche senegalese non potrà fare il bagno nell'Adda, la prostituta nigeriana (con clienti italiani) non creerà più allarme, il paese è salvo. Fantasia. Del resto, sapete dire cos'ha trasformato il vecchio caro ed evocativo manganello in una semplice «mazzetta distanziatrice»? Sempre lei, la fantasia. La fantasia al potere. Ai tempi del colera.

sabato 26 luglio 2008

Caso Englaro: ovvero, quando un Giudice deve giustificarsi perché ha osato applicare la Costituzione ...

La Cassazione precisa sul caso Englaro, di Vincenzo Carbone (1° Presidente)

http://www.associazionedeicostituzionalisti.it/dottrina/libertadiritti/La%20Cassazione%20precisa%20sul%20caso%20Englaro.pdf

Pubblico -e sottoscrivo- un commento di Steve in relazione alla richiesta del Presidente del Senato, Schifani, di sollevare conflitto di attribuzioni nei confronti della Corte di Cassazione, che si sarebbe, a suo dire, sostituita al Parlamento in una materia così delicata come l'eutanasia, ed al relativo chiarimento del 1° Presidente della Corte di Cassazione sulla decisione adottata.

Trovo veramente incredibile che il Senato — organo del potere legislativo — intenda sollevare il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti della Corte di Cassazione — organo del potere giudiziario — per il semplice fatto che la Corte medesima (in applicazione dell’art. 111, 7° c. della Costituzione e dell’art. 65 del RD 30/01/1941 n. 12 sull’ordinamento giudiziario), “quale organo supremo della giustizia”, abbia assicurato “l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge, [e] l’unità del diritto oggettivo nazionale” anche nel caso Englaro.

Benissimo ha fatto il Presidente della Corte dott. Carbone a precisare che «La Corte con tale pronuncia si è limitata ad affermare un principio di diritto sulla base della interpretazione costituzionalmente orientata della legislazione vigente».

Effettivamente, come chiarito dal prof. Gianni Ferrara, «non si può immaginare che il senato possa intervenire con un suo atto sugli effetti che specificamente derivano dalla sentenza. Porrebbe in essere una legge-sentenza. E questa sì che, invadendo l'ambito della giurisdizione, si porrebbe in modo esemplare come violazione del principio e delle norme relative alla divisione dei poteri.». L’illustre costituzionalista ha poi affermato, riferendosi alla mancata legge di attuazione della Convenzione di Oviedo in materia di testamento biologico, che «di abdicazione alla sovranità dello stato italiano si tratta quando si omette di legiferare in materie che attengono al “rispetto della persona umana” di cui all'art. 32 della Costituzione.» (G. Ferrara, Il diritto di Eluana, il manifesto, 17.07.2008).

Ormai in Italia si vorrebbe che i Giudici dessero un’interpretazione orientata ai “valori unici” di una (presunta) “nazione italiana”; ovviamente si suppone che la “nazione italiana” non sia il complesso pluralistico degli individui-cittadini, bensì un macroantropo, un “fantomatico omone” dotato di un nucleo granitico e bene ordinato di valori, di cui sono — manco a dirlo — qualificati interpreti alcuni soggetti politici, qualche personaggio religioso di spicco, nonché certi ben (auto)selezionati(si) opinionisti dei quotidiani. Questo modo di (s)ragionare ricorda in qualche modo le teorie di Carl Schmitt sul “custode della Costituzione”, il capo o füher che guida misticamente il popolo nella sua unità di “sangue e suolo”: per inciso, le teorie di chi approvò le pratiche autoritarie del presidente della repubblica di Weimar prima e dei nazisti poi.

Ma, almeno questa volta, «di fronte alla diserzione del potere legislativo il diritto al rispetto della persona umana ha trovato nella giurisdizione, nella Cassazione italiana, la sua garanzia» (G. Ferrara, nell’articolo citato più sopra).

mercoledì 16 luglio 2008

Come può una società CIVILE rimanere indifferente?

da Repubblica.it ... credo non servano ulteriori commenti ... non ho parole ...

I giudici ciechi di Bolzaneto
di GIUSEPPE D'AVANZO

Non era la "punizione" degli imputati il cuore del processo per le violenze di Bolzaneto. Quel processo doveva dimostrare (e ha dimostrato in modo inequivocabile, a nostro avviso) che può nascere senza alcuna avvisaglia, anche in un territorio governato dalla democrazia, un luogo al di fuori delle regole del diritto penale e del diritto carcerario, un "campo" dove esseri umani - provvisoriamente custoditi, indipendentemente dalle loro condotte penali - possono essere spogliati della loro dignità; privati, per alcune ore o per alcuni giorni, dei loro diritti e delle loro prerogative. Nelle celle di Bolzaneto, tutti sono stati picchiati. Questo ha documentato il dibattimento. Manganellate ai fianchi. Schiaffi alla testa. Tutti sono stati insultati: alle donne è stato gridato "entro stasera vi scoperemo tutte". Agli uomini, "sei un gay o un comunista?". Altri sono stati costretti a latrare come cani o ragliare come asini. C'è chi è stato picchiato con stracci bagnati. Chi sui genitali con un salame: G. ne ha ricavato un "trauma testicolare". C'è chi è stato accecato dallo spruzzo del gas urticante-asfissiante. Chi ha patito lo spappolamento della milza. A. D. arriva nello stanzone della caserma con una frattura al piede. Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole. Sviene. Quando ritorna in sé e si lamenta, lo minacciano "di rompergli anche l'altro piede".
C'è chi ha ricordato in udienza un ragazzo poliomielitico che implora gli aguzzini di "non picchiarlo sulla gamba buona". I. M. T. ha raccontato che gli è stato messo in testa un berrettino con una falce e un pene al posto del martello.
Ogni volta che provava a toglierselo, lo picchiavano. B. B. era in piedi. Lo denudano. Gli ordinano di fare dieci flessioni e intanto, mentre lo picchiano ancora, un carabiniere gli grida: "Ti piace il manganello, vuoi provarne uno?". Percuotono S. D. "con strizzate ai testicoli e colpi ai piedi". A. F. viene schiacciata contro un muro. Le gridano: "Troia, devi fare pompini a tutti". S. P. viene condotto in un'altra stanza, deserta. Lo costringono a denudarsi. Lo mettono in posizione fetale e, da questa posizione, lo obbligano a fare una trentina di salti mentre due agenti della polizia penitenziaria lo schiaffeggiano.
J. H. viene picchiato e insultato con sgambetti e sputi nel corridoio. Alla perquisizione, è costretto a spogliarsi nudo e "a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania". Queste sono le storie ascoltate, e non contraddette, nelle 180 udienze del processo. È legittimo che il tribunale abbia voluto attribuire a ciascuno di questi abusi una personale, e non collettiva, responsabilità penale. Meno comprensibile che non abbia voluto riconoscere - tranne che in un caso - l'inumanità degli abusi e delle violenze. Era questo il cuore del processo.
Alla sentenza di Genova si chiedeva soltanto di dire questo: anche da noi è possibile che l'ordinamento giuridico si dissolva e crei un vuoto in cui ai custodi non appare più un delitto commettere - contro i custoditi - atti crudeli, disumani, vessatori. È possibile perché è accaduto, a Genova, nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della polizia di Stato tra venerdì 20 e domenica 22 luglio 2001, a 55 "fermati" e 252 arrestati.
È questo "stato delle cose" che il blando esito del giudizio non riconosce. È questa tragica probabilità che il tribunale rifiuta di vedere, ammettere, indicarci. Nessuno si attendeva pene "esemplari", come si dice. Il reato di tortura in Italia non c'è, non esiste. Il parlamento non ha trovato mai il tempo - in venti anni - di adeguare il nostro codice al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell'Onu contro la tortura, ratificata dal nostro Paese nel 1988. Agli imputati erano contestati soltanto reati minori: l'abuso di ufficio, l'abuso di autorità contro arrestati o detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai tre anni che ricadono nell'indulto (nessuna detenzione, quindi). Si sapeva che, in capo a sei mesi (gennaio 2009), ogni colpa sarebbe stata cancellata dalla prescrizione.
Il processo doveva soltanto evitare che le violenze di Bolzaneto scivolassero via senza lasciare alcun segno visibile nel discorso pubblico.
Il vuoto legislativo che non prevede il reato di tortura poteva infatti consentire a tutti - governo, parlamento, burocrazie della sicurezza, senso comune - di archiviare il caso come un imponderabile "episodio" (lo ripetono colpevolmente oggi gli uomini della maggioranza). Un giudizio coerente con i fatti poteva al contrario ricordare che la tortura non è cosa "degli altri". Il processo doveva evitare che quel "buco" permettesse di trascurare che la tortura ci può appartenere. Che - per tre giorni - ci è già appartenuta.
I pubblici ministeri sono stati consapevoli dell'autentica posta del processo fin dal primo momento. "Bolzaneto è un "segnale di attenzione"", hanno detto. È "un accadimento che insegna come momenti di buio si possono verificare anche negli ordinamenti democratici, con la compromissione dei diritti fondamentali dell'uomo per una perdurante e sistematica violenza fisica e verbale da parte di chi esercita il potere".
I magistrati hanno chiesto, con una sentenza di condanna, soprattutto l'ascolto di chi ha il dovere di custodire gli equilibri della nostra democrazia, l'attenzione di chi ostinatamente rifiuta di ammettere che, creato un vuoto di regole e una condicio inhumana, "tutto è possibile". Bolzaneto, hanno sostenuto, insegna che "bisogna utilizzare tutti gli strumenti che l'ordinamento democratico consente perché fatti di così grave portata non si verifichino e comunque non abbiano più a ripetersi". È questa responsabile invocazione che una cattiva sentenza ha bocciato.
Il pubblico ministero, con misura e rispetto, diceva alla politica, al parlamento, alle più alte cariche dello Stato, alla cittadinanza consapevole: attenzione, gli strumenti offerti alla giustizia per punire questi comportamenti non sono adeguati. Non esiste una norma che custodisca espressamente come titolo autonomo di reato "gli atti di tortura", "i comportamenti crudeli, disumani, degradanti". E comunque, il pericolo non può essere affrontato dalla sola macchina giudiziaria: quando si muove, è già troppo tardi. La violenza già c'è stata. I diritti fondamentali sono stati già schiacciati. La democrazia ha già perso la partita. I segnali di un incrudelimento delle pratiche nelle caserme, nelle questure, nelle carceri, nei campi di immigrati - dove i corpi vengono rinchiusi - dovrebbero essere percepiti, decifrati e risolti prima che si apra una ferita che non sarà una sentenza di condanna a rimarginare, anche se quella sentenza fosse effettiva (come non era per gli imputati di Bolzaneto).
L'invito del pubblico ministero e una sentenza più coerente avrebbero potuto e dovuto indurre tutti - e soprattutto le istituzioni - a guardarsi da ogni minima tentazione d'indulgenza; da ogni volontà di creare luoghi d'eccezione che lasciano cadere l'ordinamento giuridico normale; da ogni relativizzazione dell'orrore documentato dal processo. Al contrario, la decisione del tribunale ridà fiato finanche a Roberto Castelli, ministro di giustizia dell'epoca: in visita nel cuore della notte alla caserma, bevve la storiella che i detenuti erano nella "posizione del cigno" contro un muro (gambe divaricate, braccia alzate) per evitare che gli uomini molestassero le donne.
"Bolzaneto" è una sentenza pessima, quali saranno le motivazioni che la sostengono. È soprattutto una sentenza imprudente e, forse, pericolosa. Nel 2001 scoprimmo, con stupore e sorpresa, come in nome della "sicurezza", dell'"ordine pubblico", del "pericolo concreto e imminente", della "sicurezza dello Stato" si potesse configurare un'inattesa zona d'indistinzione tra violenza e diritto, con gli indiscriminati pestaggi dei manifestanti nelle vie di Genova, il massacro alla scuola Diaz, le torture della Bixio.
Oggi, 2008, quelle formule hanno inaugurato un "diritto di polizia" che prevede - anche per i bambini - lo screening etnico, la nascita di "campi di identificazione" che spogliano di ogni statuto politico i suoi abitanti. Quel che si è intuito potesse incubare a Bolzaneto, è diventato oggi la politica per la sicurezza nazionale. La decisione di Genova ci dice che la giustizia si dichiara impotente a fare i conti con quel paradigma del moderno che è il "campo". Avverte che in questi luoghi "fuori della legge", dove le regole sono sospese come l'umanità, ci si potrà affidare soltanto alla civiltà e al senso civico delle polizie e non al diritto. Non è una buona cosa. Non è una bella pagina per la giustizia italiana.
(16 luglio 2008)

martedì 15 luglio 2008

Passaparola: "I Maiali sono più uguali degli altri"

Dal sito Voglio Scendere , riporto alcuni pezzi significativi dell'intervento di Marco Travaglio sulla manifestazione di Piazza Navona contro le leggi canaglia ...
Chi avesse voglia di vedersi il video, può cliccare qui

"La libertà di parola non è stata conquistata al prezzo del sangue per applaudire il potere, perchè quel tipo di libertà di parola c'è anche nelle tirannidi. La libertà di parola è stata conquistata al prezzo del sangue per poter criticare il potere e la satira, con il suo linguaggio, può fare molto di più rispetto alla critica - magari spesso paludata - dei professori, degli intellettuali e dei giornalisti. La satira si è sempre potuta permettere ciò che gli altri non si potevano permettere, proprio perchè la satira è la satira. Come dice Daniele Luttazzi, la satira fa esattamente quel cazzo che le pare, l'unico limite è il codice penale. Insomma, abbiamo affermato il diritto di critica e lo abbiamo esercitato fino in fondo. E' il contrario del diritto all'applauso ed è la ragione per cui le democrazie si distinguono dalle dittature, dove è possibile parlare per applaudire il potere ma non per criticarlo. Nelle democrazie si possono fare entrambe le cose senza, in teoria, subire conseguenze"

"Era il presidente Salini, aveva anche una condanna per falso, non solo per abuso, e dato che con la condanna non poteva più fare il presidente della regione, nemmeno il consigliere regionale ma neanche il sindaco del suo paese, il presidente della sua provincia, nemmeno il consigliere circoscrizionale, si decise di promuoverlo in Parlamento. Voi sapete che con una bella condanna non si può più entrare negli enti locali ma nel Parlamento nazionale si"

"Adesso hanno arrestato Del Turco, degno successore di questo Salini. (...) io direi: è inutile fare il processo. Invece di processarlo, rinviarlo a giudizio, fare le indagini, fare le udienze che costano un sacco di soldi, facciamo così: dichiariamolo immediatamente parlamentare di diritto. Evitiamo questa lunga fase di perdita di tempo che è il processo: quando uno viene arrestato per tangenti va di diritto al Parlamento nazionale. Potrebbe essere una riforma che snellisce le procedure giudiziarie, libera i magistrati da questi processi inutili che vengono fatti ai pubblici amministratori e ai politici, tanto lo sappiamo che se lo condannano lo promuovono al Parlamento. E' inutile aspettare: promuoviamolo subito! Diamolo già per condannato e promuoviamolo subito, visto che la sanzione accessoria in caso di condanna per tangenti di solito è un seggio sicuro alla Camera o al Senato"

"è giusto che anche un sindaco, un presidente di circoscrizione, un consigliere provinciale abbiano la giusta serenità e il giusto tempo per farsi a loro volta i cazzi propri derubandoci. Rendiamoli immuni tutti, creiamo una categoria di immunodeficienti acquisiti o immunodelinquenti acquisti. Come diceva il grande Claudio Rinaldi su L'Espresso, l'autorizzazione a procedere, in Italia, diventa immediatamente autorizzazione a delinquere. Sappiamolo, che se vogliamo delinquere tranquillamente dobbiamo almeno arraffare un posticino in un consiglio comunale, altrimenti pazienza: ci rassegniamo a fare il ruolo dei derubati, che tra l'altro è il ruolo che esercita ciascuno di noi da decine e decine di anni a seconda della nostra data di nascita"

"Lo scandalo era tale che la gente non ne poteva più, tant'è che nel '92 questi signori erano asserragliati nel Palazzo non solo per proteggersi dai giudici ma anche per proteggersi dai loro stessi elettori che, avendo scoperto come usavano il potere, volevano fargli la pelle. Qualcuno ricorderà degli episodi molto spiacevoli come lanci di monetine, politici inseguiti per le strade al grido di "ladro! ladro!". Fu l'ultimo momento felice di una democrazia dove i cittadini ancora avevano a cuore le sorti del proprio futuro e andavano a dire quello che pensavano direttamente ai loro rappresentanti."

martedì 1 luglio 2008

Retoriche del disumano - di Marco Revelli

Dunque, le cose stanno così.
C'è un piccolo numero di persone, quelle che stanno in alto, più in alto di tutti, dichiarate per legge al di sopra di ogni giudizio. Investite, in quanto tali, per ciò che sono non per ciò che possono aver fatto, del privilegio dell'impunità. E ce ne sono altre, più numerose, ma razzialmente delimitate, separate dai buoni cittadini da un confine etnico - quelle che stanno in basso, più in basso di tutti, considerate invece, per legge, in quanto tali, per ciò che sono, non per ciò che possono aver fatto, colpevoli. Almeno potenzialmente. Pre-giudicate.
Alle prime non si guarderà mai in tasca, anche se fossero colte, per un accesso di cleptomania, in furto flagrante; alle seconde si prendono fin da bambini le impronte digitali, le si fotografano, perquisiscono, spostano, schedano e controllano senza limiti, come appunto con i delinquenti abituali, o per natura.
Questa è oggi, sotto il profilo giuridico e politico, l'Italia. In un solo consiglio dei ministri i due estremi che definiscono i nuovi confini sociali e morali della costituzione materiale della «terza repubblica» sono stati mostrati a tutti, come in un'istantanea.
In pochi mesi, in nome dell'ammodernamento e dell'innovazione nell'arte del governo, abbiamo abbattuto ad uno ad uno alcuni dei pilastri fondamentali della modernità, a cominciare dall'universalismo dei diritti. Dal principio dell'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Dal carattere personale della responsabilità giuridica. L'immagine che offre oggi il Paese è quella di un ritorno brutale, rapido, in buona misura inconsapevole, ma devastante, alle logiche di una società di caste: universi sociali separati e gerarchicamente sovrapposti. Signori, e servi. Eletti, e paria. Uomini, e topi.
È un'immagine inguardabile. Dovrebbe produrre un moto istintivo di disgusto, repulsione, vergogna, in chiunque si sia formato nell'orizzonte di valori di una sia pur debole e moderata democrazia. Invece non è così. Inutile nascondercelo: lo scandalo è tale solo per pochi. Tace miseramente - miserabilmente - quell'ombra di opposizione che non rinuncia a credersi e a fingersi governo senza più esserlo. Tacciono pressoché tutti gli opinion leaders (quelli che magari si commuovono per Obama, ma lasciano correre sulla schedatura del popolo rom). Con poche, nobili per questo, ma limitatissime eccezioni. Tace, e in qualche misura acconsente, anche quell'opinione pubblica fino a ieri considerabile «di sinistra», socialmente sensibile, «politicamente corretta»... Tace, magari soffre, ma tace. Per varie ragioni.
Perché questo ritorno in buona misura irrazionale al pre-moderno, all'imbarbarimento dello stato di natura, è argomentato con ragioni «pragmatiche», tecniche, efficientistiche, in qualche misura a loro volta «moderne»: perché «serve». Perché «funziona». Perché bisogna «fare». CONTINUA PAGINA 12
Maroni non è Goebbels (non ne possiede né il fanatismo né la cultura): non tratta i rom come untermenschen - sottouomini - per ragioni «genetiche», ma per ragioni «pratiche».
Non perché sono razzialmente «inferiori», ma perché razzialmente disturbano i suoi elettori. La nuova segregazione razziale ha il volto dell'imprenditore brianzolo dai metodi spicci ma efficaci, non più quello dell'ideologo berlinese della razza ariana. E d'altra parte in un universo sociale sempre più complesso e indecifrabile, pagano le semplificazioni estreme: la logica atroce del «capro espiatorio».
Ma soprattutto la proposta indecente che viene dall'alto trova consenso nella società che sta in mezzo - nel grande ventre molle di quelli che cercano faticosamente di restare a galla nella crisi che cresce senza affondare sotto la soglia di povertà - perché in tempi di deprivazione le «retoriche del disumano» hanno un devastante potenziale di contagio. Chiamo con questo nome le forme del discorso che negano un tratto comune di umanità a una parte dell'umanità. Che con espedienti retorici pongono un pezzo di umanità al di fuori dell'umanità. Che appunto, in forma diretta o indiretta, tracciano un confine tra uomini e non-uomini, producendo un dispositivo di esclusione e segregazione. Che separano le persone da trattare «come persone» e quelle da trattare «come cose». E in alcune circostanze è drammaticamente gratificante, o comunque rassicurante - per chi è sempre più incerto sulla propria identità e sulla propria condizione sociale, per chi teme di «scendere» o di «cadere» -, essere riconosciuti «come persone» per differenza da chi tale non è. Godere del privilegio di appartenere alla categoria degli «uomini» per differenza da altri, da questa esclusa. Si troverà sempre un imprenditore politico spregiudicato, pronto a quotare alla propria borsa questa risorsa velenosa, ma potente. Questo acido sociale, che scioglie il timore sul proprio futuro in rancore e in consenso.
Questo accade oggi in Italia. La deprivazione economica e sociale che colpisce una fascia crescente di popolazione, si converte in deprivazione morale, in un quadro sociale ed economico che vede diventare sempre più intoccabile chi sta in alto (sempre meno redistribuibili le grandi ricchezze), e sotto la spinta di una retorica politica non più contrastata. Di un ordine patologico del discorso che non trova più anticorpi, perché le culture democratiche di fine novecento si sono consumate, nell'agire sconsiderato di un ceto politico a sua volta impegnato prevalentemente a salvare se stesso dal naufragio. Per chi non ci sta, si apre un periodo di sofferenza e responsabilità. Di secessione culturale. Una condizione da esuli in patria. Da apolidi. Per questo la tentazione di mettersi in coda, davanti alle Prefetture, per pretendere che siano rilevate anche a noi le impronte digitali, è grande. Non tanto per solidarietà. Ma perché siamo noi più che loro - i quali in grande misura sono cittadini italiani a tutti gli effetti e risiedono stabilmente sul territorio da decenni - i veri nomadi.

articolo tratto da Il manifesto del 29 giugno 2008

sabato 14 giugno 2008

A proposito della sentenza della Corte Suprema US su Guantanamo ...


Leggendo l'articolo, provate ad immaginare di trovarvi nelle condizioni di essere arrestati, senza sapere per quale motivo, torturati, senza sapere cosa dire perché smettano le torture, o semplicemente lasciati lì, in carcere (e non in un carcere-albergo, ma in un carcere "vero") ad attendere di sapere perché siete lì ... per citare solo le cose più banali ... allora, capirete almeno in parte come si sente un detenuto a Guantanamo e -spero- vi stupirete del perché si è aspettato tanto per arrivare a questa decisione della Corte Suprema e, soprattutto, perché la decisione è stata raggiunta solo a stretta maggioranza, 5 contro 4, il minimo ... e perché una decisione che appare, agli occhi di chi crede di vivere in uno stato di diritto, addirittura banale, abbia richiesto più di 100 pagine di motivazioni ... forse la risposta sta nelle conclusioni dell'articolo ... su cui mi trovo completamente d'accordo

Da Il manifesto del 13 giugno 2008
CAMP DELTA
UNO SCHIAFFO ALLE GUERRE DI BUSH
Danilo Zolo

Mentre Berlusconi e il papa accolgono a braccia aperte George W. Bush, arriva una notizia che getta l'ennesimo cono d'ombra sulla sua figura e, indirettamente, sui suoi alleati. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha riconosciuto ai detenuti nel campo-Lager di Guantanamo il diritto costituzionale di ricorrere ai tribunali ordinari contro la loro detenzione. Si tratta della terza sconfitta del presidente Bush sulla legittimità costituzionale dell'apparato giudiziario messo in piedi dalla sua amministrazione dopo l'11 settembre 2001. Questo apparato, in nome della guerra contro il terrorismo, viola nel modo più palese i diritti elementari dei presunti terroristi, fatti prigionieri in particolare in Afghanistan e nei paesi islamici.
Contro la lettera della Quarta Convenzione di Ginevra, ai «terroristi» è stata persino negata la qualità di prigionieri di guerra, attribuendo loro, arbitrariamente, lo stigma infamante di «illegittimi nemici combattenti». Lo stratagemma persecutorio ha consentito di negare alle vittime di Guantánamo qualsiasi diritto di habeas corpus: essi possono essere detenuti per un tempo imprecisato, senza essere oggetto di alcuna accusa specifica, né essere sottoposti a un regolare processo. L'amministrazione Bush ha inoltre dato vita a Tribunali speciali con facoltà di processare e di condannare anche alla pena capitale i presunti terroristi, ignorando i normali Tribunali militari. Nella scia delle norme liberticide del Patriot Act, l'intera civiltà giuridica e giudiziaria del rule of law è stata brutalmente violata nei suoi valori più alti e nelle sue pratiche più consolidate all'origine della dottrina dei diritti dell'uomo e dell'intera esperienza dello «Stato di diritto» europeo e occidentale.
La sentenza della Corte Suprema potrebbe avere effetti sui processi in corso a Guantanamo, tra cui quello ai presunti responsabili dell'11 settembre, e sul futuro dei circa 270 detenuti della base. E offre nuove armi a chi negli Usa si oppone all'infamia di Guantanamo e delle altre prigioni create in Iraq e in Afghanistan - da Abu Ghraib a Polj-Charki, a Bagram - dove la tortura resta all'ordine del giorno. Ed è auspicabile che la decisione della Corte suprema incoraggi i due candidati alla Casa Bianca, John McCain e Barack Obama, a tenere fede all'impegno elettorale di chiudere Guantanamo.
Quali aspettative politiche da questa vicenda giudiziaria? In Italia sarebbe auspicabile che la decisione del governo Berlusconi di alterare le regole d'ingaggio delle truppe italiane in Afghanistan venisse denunciata e sanzionata dalle autorità giudiziarie competenti come una gravissima lesione dell'art. 11 della Costituzione. Sul piano internazionale dovrebbe diffondersi la convinzione che nessuno strumento giudiziario o poliziesco sarà in grado di fermare il terrorismo internazionale. Nessuna violazione delle libertà fondamentali avrà l'effetto taumaturgico di riportare la pace in Europa, in Occidente e nel mondo. Anzi, questa strategia avrà molto probabilmente effetti perversi, comprimendo il valore della libertà delle persone, della loro integrità fisica e intellettuale, della loro vita. Non è negando se stesso che l'Occidente si salverà. L'Occidente non si libererà dal terrorismo internazionale se non avrà anzitutto liberato se stesso dalla pretesa di dominare il mondo con il suo strapotere economico e con l'uso illegale della forza militare.

venerdì 13 giugno 2008

Buone notizie dalla Corte Suprema US

Finalmente la Corte Suprema ha riconosciuto il diritto COSTITUZIONALE dei detenuti di Guantanamo ad avere un Giudice ORDINARIO ...
un bel passo avanti … Certo, si chiude la stalla quando i buoi sono fuggiti, cioè dopo anni di torture, ma forse i detenuti potranno evitare la corte militare e — forse — scampare la condanna a morte … In ogni caso, ora sarà chiaro che Bush admin. ha operato male, illegalmente, come il Congresso che — vergogna — ha approvato il patriot act …

Supreme Court Restores Rule Of Law To Guantánamo (12 GIU 2008)

Decision Represents Beginning Of End Of Failed Detention Policy, Says ACLU

FOR IMMEDIATE RELEASE
CONTACT: (212) 549-2666;
media@aclu.org

NEW YORK - In a stunning blow to the Bush administration’s failed national security policies, the Supreme Court ruled today 5-4 that the U.S. Constitution applies to the government’s detention policies at Guantánamo. The Court concluded that detainees held at Guantánamo have a right to challenge their detention through habeas corpus.

The following can be attributed to Steven R. Shapiro, Legal Director of the American Civil Liberties Union:

“Today’s decision forcefully repudiates the essential lawlessness of the Bush administration’s failed Guantánamo policy. It should also mark the beginning of the end of the military commission process, which permits the use of coerced evidence and hearsay and thus cannot survive the constitutional scrutiny that today’s decision demands. It is time to close Guantánamo, end indefinite detention without charge and restore the rule of law.”

»»»»»»»»»»

Non è vittoria completa, perché — da un altro commento sul blog dell’ACLU — si ricava che la Corte demanda alla Corte distrettuale di decidere se i detenuti debbano essere rilasciati e “we do not address whether the President has authority to detain” (sarà sempre la Corte distrettuale a decidere). Però "The Court, dividing 5-4, ruled that Congress had not validly taken away habeas rights"

martedì 10 giugno 2008

Mi hanno letto questa poesia ...

Prima di tutto vennero a prendere
gli zingari e fui contento perchè

rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e

stetti zitto perchè mi stavano
antipatici.
Poi vennero a prendere gli
omosessuali e fui sollevato perché
mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti
ed io non dissi niente perchè non
ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me
e non c’era rimasto nessuno a
protestare

(Martin Niemöller)

Io ... aggiungerei una strofa iniziale:

Inizialmente arrestarono i clandestini,
ed io non dissi niente perchè non
ero clandestino.

venerdì 23 maggio 2008

A proposito del pacchetto sicurezza

Da Il manifesto del 22 maggio 2008
... sottoscrivo in pieno ...

Lo scempio del diritto
Giuseppe Di Lello

Il pacchetto sicurezza del governo meriterebbe un esame complessivo più dettagliato e, tuttavia, si può già rilevare l'estrema disinvoltura con la quale tenta di travolgere alcuni principi della Costituzione. Con particolare allarme vanno considerati l'introduzione del reato d'immigrazione clandestina e l'estensione della detenzione amministrativa nei Cpt dagli attuali 60 giorni a 18 mesi.
Nulla toglie alla gravità di questo nuovo reato la scelta normativa del disegno di legge che, con la violenza dei numeri in Parlamento, verrà a breve inserito nel nostro ordinamento. La norma dovrebbe avere una forte carica deterrente perché servirebbe a legittimare la reclusione dei migranti nonché un abnorme trattenimento in strutture detentive. Sortirà l'effetto voluto o sarà la solita norma simbolica tendente a soddisfare le pulsioni xenofobe del popolo delle «libertà» e non solo di quello? Consideriamo innanzitutto l'enorme numero di clandestini che dovrebbero essere trattenuti e giudicati: se applicata, affonderebbe definitivamente sia le strutture carcerarie che il sistema giudiziario già intasato di centinaia di migliaia processi in attesa di definizione. La stragrande maggioranza di clandestini, poi, provenendo da aree di fame, guerre e persecuzioni, non ha già nulla da perdere e non sarebbe certo fermata dalla prospettiva della detenzione e del processo.
Un simile reato, inoltre, violerebbe i principi costituzionali di eguaglianza, ragionevolezza e di proporzionalità tra pene e reati e su ciò la Corte Costituzionale si è già chiaramente espressa (sentenza 22/2007). Trattando del sistema sanzionatorio del ben più grave reato di ingiustificato trattenimento nel territorio dello stato in violazione di un legittimo ordine di allontanamento, la Corte lo ha ritenuto «sproporzionato, squilibrato, disarmonico, violativo» dei principi di cui sopra nonché del fine rieducativo di cui all'art. 27 Cost. e ha sollecitato il legislatore a valutare l'opportunità di un sollecito intervento volto a eliminare gli squilibri, le sproporzioni e le disarmonie rilevate nella disciplina dell'immigrazione: invito prontamente disatteso da Maroni & Co.
C'è inoltre un palese contrasto con lo jus migrandi sancito dall'art. 35 della Costituzione che, riconoscendo la libertà di emigrazione, seppure nel rispetto delle leggi, non sembra consentire la trasformazione dell'esercizio di una tale libertà in reato: non a caso fino ad ora si è optato solo per una qualifica di illecito amministrativo.
Dubbia poi è la costituzionalità di una detenzione amministrativa protratta per ben 18 mesi di chi non ha documenti di identificazione e ciò perché, tra l'altro, assolutamente sproporzionata al fine della identificazione stessa. I lavori della commissione de Mistura hanno dimostrato che i tempi tecnici per l'identificazione non superano mai i 60 giorni: se non si raggiunge lo scopo in 60 giorni è praticamente impossibile farlo in seguito.
SEGUE A PAGINA 2
Anche dopo 18 mesi resterebbe comunque sempre problematica l'espulsione dello straniero, dato che l'Italia ha firmato solo pochissimi accordi di riammissione. Un migrante che non ha un paese che se lo riprenda o che non è identificato rimarrà in Italia e dopo aver scontato 18 mesi di «gratuita» detenzione ritornerà clandestino, preda molto più ambita di sfruttamento, lavoro nero e propensione al crimine.
Certo, per qualche tempo si attenderanno i frutti «benefici» delle misure forti e, nell'attesa, è possibile che si plachino gli istinti belluini di quanti credono di risolvere, indistintamente, con i roghi i problemi della spazzatura e degli immigrati. La realtà drammatica dell'immigrazione, e della sua inarrestabilità con misure di polizia, tornerà a imporsi e rimarrà solo un ulteriore scempio dello stato di diritto, con norme liberticide pronte a essere utilizzate anche per altri contesti di disgregazione sociale.
Giuseppe Di Lello

giovedì 22 maggio 2008

Il grande fratello su carta

Da Il Manifesto
Vauro lancia una sfida ... sempre grande ...
Io inserisco la prima immagine, le altre, andate a vedervele cliccando qui



martedì 20 maggio 2008

Si ride a denti stretti

L'avevo già scritto come commento ad un pezzo tempo fa, ma è sempre più vero: ormai non ci resta che l'amara ironia ...

Da Il Manifesto del 18 maggio 2008:

VOI SIETE QUI
Democrazia avanzata
Alessandro Robecchi

Un nuovo clima di serenità e di ritrovata armonia segna l'avvio della legislatura. Ciò si deve al senso di responsabilità dell'opposizione, che ha concordato con il Presidente del Consiglio i nuovi turni per il servizio di pulizie a villa Certosa, in Sardegna. Lunedì e martedì i cattolici della Margherita, da mercoledì a venerdì i Ds (anche vetri), sabato e domenica cura dei giardini e seminari con Massimo D'Alema. Naturalmente non si deve confondere questa disponibilità al dialogo - comune a tutte le democrazie avanzate - con il consociativismo. L'accordo sulle riforme - lavaggio parco macchine aziendali Mondadori e diritto di tribuna alla trasmissione Stranamore - lascerà ai dirigenti del Pd il tempo per lavorare sul partito, a cominciare dal tesseramento. Come si sa, si punta al milione di iscritti, con una campagna che mira a soddisfare le richieste della base: le prime mille tessere del Pd funzioneranno anche con il digitale terrestre Mediaset, oppure i militanti potranno scegliere un impiego come ronda comunale anti-immigrati a Bologna. Intanto, l'opposizione si organizza. Prima mossa per mettere in imbarazzo il governo, la richiesta di una sede adeguata per il governo-ombra - richiesta normalissima in tutte le democrazie avanzate - per cui si pensa alla sala bigliardo del bar «da Lello», sulla Tiburtina. Ancora più intensi gli impegni sul fronte dell'attività politica, ispirati a un'opposizione dura e intransigente. «Aspettiamo i fatti» è il refrain che si sente ripetere dal loft e da tutte le componenti del Pd. Per il momento gli apprezzamenti per l'azione del governo prevalgono sulle critiche, e in qualche caso l'opposizione si è vista spiazzare da provvedimenti già contenuti nel suo programma, come l'eliminazione dell'Ici per i rom e, in alcuni casi come a Napoli, l'eliminazione diretta dei rom. Non faremo sconti, è la formula più usata. Si preferisce infatti il tre per due, e per i saldi si aspetta con trepidazione la finanziaria, come avviene in tutte le democrazie avanzate.

sabato 17 maggio 2008

Ti conosco, mascherina ...

Dal blog di Beppe Grillo

Non posso far altro che sottoscrivere il commento, e chiedermi, una volta in più, quando ci accorgeremo di aver veramente raschiato il fondo del barile ... e ci decideremo a risalire ...

Democrazia a porte chiuse

Fini_Di_Pietro.jpg
Clicca l'immagine

Un mondo a parte. I nostri dipendenti si stanno isolando dal Paese. Il loro alibi è la governabilità. Non ne hanno mai abbastanza di governabilità. E’ come una droga. Il massimo della governabilità coincide con il minimo della democrazia. Il controllo dell’informazione corrisponde al regime.
Stanno spogliando la democrazia come un carciofo. Una foglia alla volta. Hanno eliminato la preferenza diretta. Hanno eliminato le differenze di programma: tra PD e PDL la differenza è la lettera elle. Hanno eliminato i piccoli partiti. Hanno eliminato l’opposizione. E stanno per eliminare il Parlamento.
Fini, neo presidente della Camera, ha richiamato all’ordine Kriptonite Di Pietro che ricordava i trascorsi giudiziari e il conflitto di interessi di Testa d’Asfalto. “Onorevole Di Pietro, lei sa bene che è abbastanza naturale che ci siano delle interruzioni, poi dipende anche da ciò che si dice”. Voce dal fascio fuggita.
Topo Gigio e Testa d’Asfalto si sono annusati. Si sono piaciuti. Si sono sposati. Le nozze sono state consumate ieri su un divano, in un amplesso politico lontano dagli occhi indiscreti del Paese. Dagli italiani che hanno votato il PD perché facesse opposizione in Parlamento e non inciuci.
Le decisioni sul nostro futuro si prendono a porte chiuse. In Parlamento non si discuterà più, si ratificherà la volontà di due persone in un salotto a prendere il tè. I deputati e i senatori non si opporranno. Sono stati eletti dalle segreterie di partito, non dai cittadini. Sono solo impiegati ben pagati legati ai padroni.
E’ la realizzazione della democrazia a porte chiuse. La nuova creazione politica del genio italico. Le emergenze per governare il Paese. I nomadi, i rifiuti, la sicurezza. Prima le creano e poi le usano per giustificare la loro presenza. Ma l’emergenza sono loro. Una emergenza democratica. Il cittadino non deve sapere, il Parlamento non deve parlare, le televisioni e giornali non devono informare. Aspettiamoci decisioni gravi per il bene, sempre per il bene, del Paese. Stanno preparando il terreno.

lunedì 5 maggio 2008

Complimenti Triathleta!



Il 6 aprile 2008 il nostro triathleta inizia la sua carriera al 5° Triathlon Città di Fossano:
750 metri di nuoto in 14'21''
20 km di bici in 42'45''
5 km di corsa in 18'34''
per un tempo totale di 1 ora 15 minuti e 40 secondi

Già sembrava a tutti un ottimo risultato, invece ...
Ci ha stupito con effetti speciali ...

il 3 maggio 2008, al Triathlon Olimpico Pisa
1.500 metri di nuoto in 22'29''
40 km di bici in 1.09'25''
10 km di corsa in 43'55''
per un tempo totale di 2 ore 15 minuti e 49 secondi

Sono stanca già solo a scrivere queste distanze e questi tempi ...
Di questo passo, chissà a Viverone il 18 maggio (3.000 metri di nuoto, 80 km di bici, 20 km di corsa) ...

P.S. I complimenti, per l'impegno e l'abnegazione, vanno anche al cameramen d'eccezione che ha seguito il nostro triathleta a Pisa ... video originale, comprensibile solo da pochi adepti ... anche qui ... lo aspettiamo a Viverone per una nuova ripresa ... soprattutto delle particolari caratteristiche del manto stradale ... (-:

domenica 27 aprile 2008

Parrebbe comico, se non fosse tragico ...

Quando ci accorgeremo di aver davvero toccato il fondo?

da Repubblica.it
CRONACA

Provvedimento valido in un raggio di 500 metri da piazze e monumenti
Blindata la città di San Francesco. D'accordo i frati del convento

Assisi vieta le chiese ai mendicanti
Il sindaco: "Tutelo i luoghi di culto"

di ALESSANDRA RETICO




La basilica di S. Francesco ad Assisi

ROMA - È la città santificata dall'apostolo della povertà, ma Francesco mica era un accattone. Assisi è serafica, però s'arrabbia se dietro la mano tesa a chiedere elemosina scorge il professionismo della mendicità. E poi i bivacchi, brutto spettacolo sulle scalinate sante, turisti armati di panini e soda che rotolano sui gradini, di bermuda e magliette alzati a prendere il sole. Allora no, neanche il patrono, così gioviale e leggero, avrebbe forse approvato. Ieri c'erano file ovunque per il Grand Tour francescano. C'era anche una nuova ordinanza in vigore in città, quella contro i mendicanti del sindaco eletto con Forza Italia nel 2006 Claudio Ricci. "Preciso subito: sono anni che lavoriamo per la legalità. Questa iniziativa non è che una naturale evoluzione, sollecitata da molte segnalazioni di cittadini, ospiti, comunità religiose".

A Firenze, dopo quello sui lavavetri, un provvedimento simile ha fatto un certo scalpore. Padova e Vicenza pure, per decoro, schierate contro l'accattonaggio. Si ricordano altre celebri reprimenda: contro saccoapelisti e torsi nudi a Venezia, contro le contrattazioni in strada con le prostitute a Padova (provocano traffico), persino contro gli snack consumati sulla pubblica piazza a Verona. Però questa di Assisi sembra quasi un paradosso. Sembra, ma le misure già in atto sono queste: campi nomadi sgombrati, locali chiusi all'una d'inverno e una mezz'ora dopo d'estate, niente bottiglie in vetro in piazza dopo le 22, un circuito di 60 telecamere, 2mila nuovi punti luce, un numero verde per la sicurezza e un corpo di volontari che dal 2004 controlla il territorio (molti sono ex militari). Non proprio ronde, però girano con le auto del comune e con i telefonini e avvertono se qualcosa non va.

La nuova ordinanza per "salvaguardare i luoghi di culto e la decenza", fa "divieto di mendicare nei luoghi pubblici situati a meno di 500 metri da chiese, luoghi di culto, monumenti, piazze ed edifici pubblici". Cioè, in tutto il centro storico. È vietato "sdraiarsi, o sedersi a terra, in prossimità dei luoghi di culto, edifici pubblici, sotto i portici, sulle soglie e sui lati degli ingressi nonché lungo i muri perimetrali di detti edifici". Accattoni di professione e turisti scostumati rischiano sanzioni. Dice Ricci che "l'applicazione seguirà il buon senso. Abbiamo formalizzato una prassi già diffusa: chi è risultato con precedenti penali, foglio di via dal comune".

Assisi è città sicura, lo ammette anche il primo cittadino, "però se ci sono segnali di potenziale pericolo non vogliamo fare finta di niente". Non è un'ossessione politica, il sindaco lo nega, "molte comunità religiose locali ci hanno pregato di provvedere. L'obiettivo è preservare la sacralità di questi luoghi, senza rinunciare all'accoglienza".

Certo la tentazione dei simboli è forte, Francesco (anche) a mendicare è diventato santo. Ora la miseria, le sue evoluzioni di mercato, messa alla porta dalla città che dell'elemosina ha fatto una Regola. "Però quella francescana prevede prima il lavoro. Solo per necessità i frati possono andare "alla mensa del Signore"". Padre Vincenzo Coli è il custode del Sacro convento di San Francesco, "la mappatura di questo territorio la conosco bene, è cresciuto il business della mendicità professionale. Alcuni pensano di stare a Rimini, se al mare in bikini è giusto, qui serve rispetto". E poi si vedono meglio i monumenti senza l'ingombro dei corpi stesi, "l'iniziativa del comune aiuta a discernere tra chi ha bisogno, e chi ci specula. Certo: andrà applicata con umanità e intelligenza". Con pace, e bene.

(27 aprile 2008)

venerdì 25 aprile 2008

Resistenza e Costituzione - di Stefano Piantino

In occasione della ricorrenza del 25 aprile, pubblico -su gentile concessione dell'autore- un articolo del professor Stefano Piantino sul rapporto tra Resistenza e Costituzione ... ovvero, su come i valori della Resistenza siano entrati a far parte del testo della nostra Costituzione ...
Condivido pienamente tutte le considerazioni svolte e le conclusioni cui l'autore perviene

Il rapporto tra la Resistenza e la Costituzione è un problema di lunga data. Tra i giuristi si trovano svariate opinioni; al fine di evitare un’elencazione ridondante, è opportuno prendere in considerazione soltanto due membri dell’Assemblea costituente: Calamandrei e Dossetti. Il primo, nel famoso “Discorso agli studenti milanesi1 del 1955, afferma espressamente che la Costituzione è il prodotto della Resistenza, è «un testamento di centomila morti»; il secondo, ne “I valori della Costituzione2 del 1995, sostiene invece che la Carta fondamentale è stata ispirata dalla tragedia della Seconda guerra mondiale. Dossetti non nega quindi l’importanza della Resistenza, ma amplia il discorso al più catastrofico evento del ventesimo secolo.

Un valore unificava però le varie posizioni presenti nella Resistenza prima e nell’Assemblea Costituente poi: l’antifascismo. Pur nella diversità tra di loro, infatti, i gruppi e i partiti avevano in comune l’intento di creare uno Stato nettamente diverso da quello fascista3. Ci si deve però chiedere quanto questa iniziativa abbia avuto successo: l’antifascismo si è trasferito oggettivamente nella Costituzione o è rimasto un atteggiamento psicologico e politico dei costituenti?

Sulla scorta delle teorie di Dworkin4 e Alexy5, si può affermare che i moderni sistemi costituzionali comprendono non solo regole ma anche principî, i quali hanno un’apertura verso la morale; i principî rappresentano valori che vengono convertiti in strumenti utilizzabili nell’ordinaria esperienza giuridica6, soprattutto attraverso l’opera delle Corti costituzionali.

Se la Resistenza ha come valore primario l’antifascismo; e se i principî fondamentali della Costituzione italiana sono l’oggettivo portato del valore “antifascismo”; allora risulta dimostrato non solo il carattere antifascista della Costituzione — che va oltre il divieto di riorganizzazione del partito fascista previsto dalla XII disposizione transitoria e finale —, ma soprattutto il suo basilare collegamento con la Resistenza: il valore supremo della Resistenza (l’antifascismo) diviene valore fondamentale della nostra Carta costituzionale. Ed è precisamente quanto emerge dall’analisi del testo: per dimostrare questa tesi, sarà sufficiente prendere in considerazione i principî fondamentali caratterizzanti la forma di Stato, cioè quelli dotati del massimo potere conformativo della realtà.

Secondo il costituzionalista — e costituente — Mortati7, i principî che contraddistinguono il nostro Stato sono:

(1) il principio democratico;

(2) il principio personalista;

(3) il principio pluralista;

(4) il principio lavorista,

ai quali si aggiunge come indispensabile completamento

(5) il principio internazionalista (o supernazionale).

Il principio democratico è il più ampio, poiché in qualche modo comprende tutti gli altri: si collega direttamente all’art. 1 della Costituzione, il quale dichiara che «l’Italia è una repubblica democratica» e che «la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Il significato di queste asserzioni è l’inderogabile attribuzione al popolo di alcuni poteri elevati, principalmente quelli condizionanti la direzione fondamentale dello Stato. Ciò non significa tuttavia l’onnipotenza del popolo: la maggioranza non può schiacciare le minoranze e trova nei diritti previsti dalla Costituzione il limite al dispiegarsi del proprio volere. Il principio democratico va messo in relazione con l’impossibilità di modificare la «forma repubblicana» (art. 139): essendo connaturale a questa, non lo si potrebbe cancellare neppure con la revisione della Costituzione. Il carattere antifascista del principio democratico è evidente: il fascismo aveva eliminato ogni parvenza di democrazia, sostituendola con la dittatura e con il “principio del capo”.

Il principio personalistico è principalmente consacrato nell’art. 2 della Costituzione, in cui si parla di riconoscimento e garanzia, da parte della Repubblica, dei «diritti inviolabili dell’uomo»: non è l’uomo al servizio dello Stato, ma lo Stato al servizio dell’uomo. L’espressione «diritti inviolabili» non deve intendersi come meramente riassuntiva dei diritti previsti dalla Costituzione, ma come clausola aperta, suscettibile di includerne altri per via di interpretazione sistematica; la qualificazione dei diritti come inviolabili colloca il personalistico tra i principî che appartengono «all’essenza dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione italiana»8, quindi al riparo da cancellazioni, anche se attuate tramite revisione della Costituzione9. L’articolo 2 collega i diritti con i «doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale», fondamento di un vero regime democratico. La protezione dei diritti anche nelle «formazioni sociali» implica l’intervento dello Stato per «rimuovere gli ostacoli» che «impediscono il pieno sviluppo della persona umana» (art. 3, 2° comma), la cosiddetta uguaglianza sostanziale; e il valore primario della persona necessita della classica uguaglianza davanti alla legge (uguaglianza formale, art. 3, 1° comma). Anche in questo caso l’opposizione con il passato è netta, poiché il fascismo funzionalizzava l’individuo alle esigenze dello Stato: secondo il giurista fascista Alfredo Rocco, la società ha i suoi scopi e, per realizzare questi, «deve utilizzare gli individui come mezzi e tutta la vita sociale consiste nel fare dell’individuo lo strumento dei suoi fini»10.

Il principio pluralista è anch’esso previsto nell’art. 2, nella parte in cui si parla di «formazioni sociali» ove si svolge la personalità dell’uomo. Superati sia il sospetto nei confronti dei “corpi intermedi” tra lo Stato e il cittadino — proprio del periodo rivoluzionario francese — sia le

ottocentesche concezioni storicistico-organicististe che ponevano l’ente prima e al di sopra dell’individuo, la Costituzione italiana ammette queste formazioni ma solo in quanto funzionali allo sviluppo della persona. Quest’ultima considerazione implica il possibile intervento dello Stato quando il gruppo divenga strumento di oppressione del singolo: si ha quindi non solo la libertà delle formazioni sociali (di costituirle, di fare proseliti, etc.) ma anche la libertà nelle formazioni medesime. Il principio pluralista va collegato anche ai concetti di separazione e diffusione dei poteri e alle autonomie, fortemente tutelate dalla costituzione. Si riscontra di nuovo l’antitesi col fascismo: questo, infatti, aveva fondato lo stato proprio sul monismo centralistico del potere, concentrandolo nelle mani del “capo” del partito unico, diminuendo tutte le autonomie locali o riducendole a emanazioni dall’alto (si pensi al podestà del comune, che era nominato con decreto reale).

Il principio lavorista trova espressione diretta nell’art. 1, ove si menziona la Repubblica «fondata sul lavoro»: il lavoro assume il cómpito di «supremo criterio valutativo della posizione da attribuire ai cittadini»11. In connessione con l’art. 2, il lavoro diventa quindi strumento per lo sviluppo della personalità; con l’art. 4, diritto e dovere caratterizzato giuridicamente. Non sono quindi posizioni o titoli acquisiti senza merito a dare valore sociale alla persona, ma principalmente ciò che si consegue con l’apporto della creatività del soggetto, il quale — ai sensi dell’art. 4, 2° comma — deve avere la possibilità di svolgere un’attività di sua scelta; ma tutto ciò richiede l’intervento dello Stato nell’economia. È di tutta evidenza la polemica non solo nei confronti del fascismo (che aveva considerato sullo stesso piano lavoratori e datori di lavoro), ma anche delle teorie economiche liberali della “mano invisibile” e, in generale, di posizioni che considerano l’appropriazione privata di mezzi di produzione come unico o principale valore sociale12.

Il principio internazionalista o supernazionale trova riconoscimento principalmente negli articoli 10 e 11. Nel primo articolo si contempla l’adattamento automatico dell’ordinamento italiano alle «norme del diritto internazionale generalmente riconosciute», cioè le consuetudini internazionali, e la condizione dello straniero. Ma è nell’art. 11 che sono contenute le previsioni più innovative. La prima proposizione prevede infatti l’«istanza pacifista»13: da parte di tutti i più significativi gruppi presenti nell’Assemblea costituente si richiedevano il ripudio della guerra e il perseguimento di una politica di pace14, nonché il trasferimento sul piano internazionale dei principî di libertà e giustizia che si intendeva affermare all’interno del nuovo Stato15; tale esigenza ha portato quindi a respingere non solo la guerra (intesa anche in senso “atecnico”, cioè inclusiva di qualunque «altra forma di violenza armata di portata equiparabile»16) come «strumento di offesa alla libertà degli altri popoli» ma pure «come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», le quali devono dunque essere definite con mezzi non bellici, quali l’attività diplomatica, l’affidamento ad arbitri o a tribunali internazionali: è perciò ammessa soltanto la guerra di difesa17. Non meno importante è la seconda proposizione, con la quale vengono

consentite — «in condizioni di parità con gli altri Stati» — «limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni». La disposizione mostra una notevole apertura in senso internazionale della Repubblica italiana, permettendo così il trasferimento di poteri a vantaggio di organizzazioni mondiali ed europee ma soltanto alle due condizioni contemplate: la parità e la finalità pacifista. Questa previsione è storicamente sorta per autorizzare l’adesione dell’Italia all’ONU, ma ha avuto una notevole dilatazione di utilizzo, avendo costituito la base di legittimazione alle pesanti riduzioni di sovranità statuale determinate dalla partecipazione alle Comunità europee. La Corte costituzionale italiana, a partire dalla sentenza n. 183/1973, ha però posto un freno all’ingresso di norme europee con i cosiddetti “controlimiti”: sono considerati tali «i principî fondamentali del nostro ordinamento costituzionale, o i diritti inalienabili della persona umana» (sentenza citata). Qualora le norme comunitarie andassero oltre queste limitazioni, la Corte potrebbe sottoporre le leggi di esecuzione dei trattati comunitari a giudizio costituzionale; una linea molto simile è stata tenuta dalla Corte costituzionale tedesca. Anche per questo principio è chiarissima la posizione di netta frattura con il passato: il fascismo era nazionalista, bellicista e del tutto ostile a perdere quote di sovranità a favore di organizzazioni internazionali.

Considerato che i principî caratterizzanti la forma di Stato sono tutti informati all’antifascismo, resta quindi dimostrata la tesi dell’oggettivo collegamento tra Costituzione e Resistenza, che si è tradotto in una serie di principî della Costituzione medesima destinati a plasmare lo Stato italiano.

Dall’inizio degli anni ’8018, tuttavia, è iniziata una formidabile campagna di delegittimazione della Costituzione e della legalità costituzionale in generale, nonché — parallelamente — della Resistenza. Tutto ciò ha portato a strappi e sfilacciamenti del tessuto costituzionale nella sua applicazione pratica, poiché i vincoli e gli indirizzi della Costituzione sono stati percepiti da alcune parti politiche, culturali e persino imprenditoriali come impedimenti al libero dispiegarsi della forza politica (o, meglio, della politica come forza) nel suo coagulo di equilibri momentanei e precari. Il culmine di tale atteggiamento è stato raggiunto con il progetto di “riforma” della Costituzione prodotto dalla maggioranza di centro-destra della XIV legislatura: la cosiddetta “costituzione di Lorenzago” avrebbe comportato, di fatto, lo stravolgimento degli equilibri tra organi e poteri dello Stato, con un’enorme concentrazione di poteri nelle mani del “primo ministro”. Il referendum del 25-26 giugno 2006 ha fortunatamente cancellato la controriforma che ci avrebbe precipitati nella “monocrazia19, riconfermando la piena validità della Costituzione del 1947 con i suoi principî e valori. Il legislatore, specialmente costituzionale, dovrà necessariamente tenere conto della chiara volontà espressa dagli elettori con uno strumento di democrazia diretta20.

Note

1 AA. VV., Di sana e robusta costituzione, Milano 2005, p. 1 ss.

2 G. DOSSETTI, I valori della Costituzione, in Costituzione italiana: istruzioni per l’uso, Roma 1995, pp. 12-15

3 Cfr. A. RUGGERI, Interpretazione costituzionale e ragionevolezza, p. 17 e nota 44, in www.costituzionalismo.it, 11-05-2006

4 R. DWORKIN, I diritti presi sul serio, Bologna 1982, p. 90 ss.

5 R. ALEXY, Concetto e validità del diritto, Torino 1997, pp. 73-85.

6 Cfr. G. BONGIOVANNI, Costituzionalismo e teoria del diritto, Roma-Bari 2005, p. 64. A. RUGGERI, op. cit., p. 16, definisce i principî «quali forme giuridicamente espressive dei valori». In senso parzialmente diverso, G. ZAGREBELSKY, Diritto per: valori, principi o regole?, in Quaderni Fiorentini, 2002, p. 877.

7 C. MORTATI, Istituzioni di diritto pubblico, tomo I, Padova 1975.

8 Corte costituzionale, sentenza n. 1146/1988.

9 Conforme a quest’opinione, R. D’ALESSIO, sub art. 2 in Commentario breve alla Costituzione, Padova 1990, p. 12.

10 La crise de l’État. En Italie: la solution fasciste, in Revue des vivants, luglio 1927.

11 C. MORTATI, op. cit., p. 156

12 Cfr. C. MORTATI, ibid.

13 A. CASSESE, Commentario Branca, Bologna-Roma 1975, p. 468.

14 ibid.

15 ibid., p. 472.

16 ibid., p. 572. Cfr. FERRARI, Guerra [stato di], Enciclopedia del diritto, Milano, p. 831. Secondo CONFORTI, Diritto internazionale, VI ed., Napoli, 2002, pp. 186-187, oltre al divieto dell’art. 2, §4 dello Statuto ONU, esisterebbe una norma internazionale comune di carattere cogente (ius cogens) che imporrebbe l’astensione dalla minaccia o dall’uso della forza nei rapporti internazionali (salva beninteso la legittima difesa prevista, tra l’altro, dall’art. 51 dello Statuto stesso).

17 Forti dubbi sulla compatibilità con la Costituzione e lo Statuto ONU delle operazioni militari in Kosovo e Irak sono espressi da L. CHIEFFI nel commento all’art. 11 Cost. in Commentario alla Costituzione, Torino, 2006, pp 275-276.

18 Ma ci sono diversi precedenti: v. M. DOGLIANI, Interpretazioni della Costituzione, Milano 1982, pp. 75-94 e S. BARTOLE, Interpretazioni e trasformazioni della Costituzione repubblicana, Bologna 2004, pp. 67-74.

19 Il termine è stato introdotto da G. FERRARA in Verso la monocrazia. Ovvero del rovesciamento della Costituzio-ne e della negazione del costituzionalismo, in www.costituzionalismo.it, 23-09-2004. L. ELIA in proposito ha parlato di “premierato assoluto”: v. L. ELIA, La Costituzione aggredita, Bologna 2005, pp. 61-67.

20 Per una valutazione del risultato referendario e delle sue conseguenze, v. G. FERRARA, Attuare la Costituzione, in www.costituzionalismo.it, 05-07-2006.

25 aprile 1945 - 25 aprile 2008

63 anni dopo la Liberazione dell'Italia dalla dittatura Fascista, cos'è rimasto dei valori, della voglia di libertà, di democrazia, di cui è stata portatrice la Resistenza?
Un ragazzo, ieri sera, mi diceva che oggi lui non avrebbe certo festeggiato, che per lui oggi sarebbe stato un giorno di lutto, il ricordo di un'occupazione ...
Certo, lo diceva in modo un po' ironico, ma non del tutto ... in parte lo credeva veramente ...
E gli altri, invece? Coloro che non si riconoscono nel Fascismo, dove sono?
Dobbiamo credere che oggi il ricordo della Dittatura sia troppo lontano, che non abbia senso parlare di Resistenza nel 2008?
Io credo non sia così ... credo che la Dittatura sia più vicina di quanto si pensi ... credo che l'olio di ricino stia ritornando, in forme più avanzate, ma non meno dolorose ... e, purtroppo, credo che sarà difficile trovare abbastanza gente disposta ad "andare in montagna", per cercare di fermare questo processo distruttivo ...
Vedo l'eteronomia avanzare inesorabilmente ... probabilmente, almeno nel futuro immediato, gradevole, manipolativa alla "Brave new world" piuttosto che punitiva alla "1984" ... ma la prospettiva non mi spaventa di meno ...

Scusate lo sfogo

Vale

venerdì 18 aprile 2008

Perchè la destra ha vinto e la sinistra è sparita?

Da http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/politica/elezioni-2008-quattro/operai-fiom/operai-fiom.html
Questo articolo, secondo me, tasta bene il polso dell'Italia ... e ... Tristissima ma frequentissima l'opinione di Gianni

Le tute blu lombarde contro i flussi di extracomunitari
E i camalli di Genova accusano il governo Prodi: "Ha messo fuori i delinquenti"

Gli operai Fiom che votano a destra
"Così protetti da tasse e criminalità"

"Votiamo Cgil in azienda e Bossi nell'urna. Che c'è di strano?
La prima ci dà il contratto, la seconda la garanzia che i soldi restino al Nord"
dal nostro inviato PAOLO GRISERI

BRESCIA - L'importante è saper rispondere alla domanda: "Mi conviene?". Paolo, ad esempio, ha capito che gli conviene votare Bossi perché la Lega lo protegge. Ha 22 anni, sta appoggiato al muro insieme ai coetanei durante la pausa mensa alla Innse Berardi, 250 metalmeccanici specializzati alla periferia di Brescia. Da chi ti protegge la Lega? "Dagli extracomunitari". Ne hai bisogno alla tua età? "Non è bello doversi difendere quando vai alla stazione". Che cosa vuol dire che la Lega ti difende? "Che, bloccherà i flussi, non li lascerà più entrare in Italia".

Il capannello aumenta, la discussione si anima, Enrico contesta: "Tutte balle, ti lasci riempire la testa dalla tv. Non siamo a Chicago, dov'è tutta 'sta criminalità? E poi i criminali non ci sono in Italia? Prova ad andare in Sicilia". "Quelli almeno sono nostri e ce li curiamo noi. Ma dobbiamo preoccuparci anche di quelli che esportano gli altri?". E' facile sfottere Paolo. Christian scioglie la tensione con la battuta vincente: "Vuoi bloccare l'ingresso in Italia agli extracomunitari proprio tu che sei dell'Inter?".

Paolo sembra soccombere. Ma l'aiuto vero gli arriva da Gianni, un ragazzo di 32 anni che a queste elezioni non ha votato. Un grillino adirato con la Casta? "No, non ho votato perché non posso ancora. Sono albanese, sono arrivato nel '99. Il mio vero nome è Hashim ma siccome è troppo complicato, tutti mi chiamano Gianni". Quando potrai votare per chi voterai? "Per il partito che sceglieranno la maggioranza degli italiani". In questo momento è la destra. Ti andrebbe bene la destra? "Perché no?". Forse perché potrebbe bloccare l'ingresso degli stranieri alle frontiere. "E allora? Io sono entrato, in autunno sono arrivati anche mia moglie e i miei figli. Se non arrivano tanti altri a farci concorrenza è meglio".

Così, in dieci minuti di chiacchiere da bar, Paolo e Gianni fanno a pezzi quel che resta del concetto di solidarietà, caro alla Dc di Martinazzoli, che ha governato queste terre durante la prima repubblica, come alla Fiom di Giorgio Cremaschi, che continua a governare il sindacato di fabbrica con il 70% dei voti alle elezioni delle rsu.

Votano Fiom in azienda e Bossi nell'urna? "Dov'è il problema? Si vede che la Fiom e Bossi gli servono". Angelo, delegato a un passo dalla pensione, sa che la sua è una risposta provocatoria. Ma anche profondamente vera. "Da queste parti - spiega - le aziende hanno fame di operai specializzati. Qui i contratti integrativi sono ricchi, arriviamo a strappare aumenti di 2-3 mila euro all'anno".

Tute blu quasi benestanti, ben diverse da quelle che, sull'altro lato della strada, costruiscono i camion all'Iveco, la vecchia e gloriosa Om, e portano a casa i salari degli operai Fiat. "Alla Innse - aggiunge Angelo - molti abitano nei paesi delle valli bresciane. Con il passare del tempo si sono fatti la villetta a schiera. Una conquista che adesso hanno paura di perdere con l'aumento del costo della vita". Qui si chiede ai comunisti di contrattare l'aumento con il padrone, perché loro sono ancora i più bravi nel settore ("tremila euro all'anno, sputaci sopra"), e si chiede a Bossi di realizzare il federalismo fiscale. Il comunista ti porta i soldi ma è la Lega che li difende.

La sirena del federalismo, ad esempio, è quella che ha attirato Giovanni, contadino cuneese prestato all'industria della gomma. Arriva davanti al bar "Sporting", il ritrovo degli operai sul piazzale della Michelin di Cuneo, e spiega la sua soddisfazione: "Finalmente abbiamo vinto, adesso si può fare il federalismo fiscale". Che cosa vuol dire? "Che siamo padroni a casa nostra, che le tasse restano qui e non vanno a Roma. Con tutte quelle che paghiamo io e mia moglie per l'azienda agricola".

Giovanni ha 49 anni e, come molti da queste parti, ha iniziato a compiere le sue scelte politiche nel ventre della Balena bianca: "Qui - ricorda - votavano tutti Dc, anzi votavano tutti Coldiretti", la potente associazione dei contadini democristiani. Rotto quel contenitore, Giovanni è diventato un leghista moderato. Uno che dice: "All'inizio votavo Lega per protesta. Poi mi sono un po' allontanato quando dicevano che volevano la secessione".

Ma anche lui, quando si tratta di scegliere il sindacato, finisce per affidarsi a Cgil, Cisl e Uil. Gaspare e Luigi, delegati di fabbrica, raccontano del flop del SinPa, il sindacato dei leghisti: "Nel 2000 aveva fatto il pieno alle elezioni del consiglio di fabbrica, avevano il 33% dei voti. Poi sono rapidamente spariti. Quello del sindacalista non è un ruolo che si improvvisa. Non basta dire "Roma ladrona" per chiudere un contratto". Per il momento, comunque, sono i partiti del centrodestra più dei sindacati del Carroccio a mettere in crisi i sindacati confederali. A Brescia, dove lo straordinario è la regola, la detassazione promessa da Berlusconi ha fatto breccia. Aldo, delegato della Fim dell'Innse, ammette sconsolato: "Quello è stato un colpo da maestro".

La Lega è forte, i messaggi del centrodestra bucano il video, ma la sinistra delle fabbriche dov'è finita? Sam, 35 anni, lavora alla Michelin di Cuneo insieme a un gruppo di altri ragazzi di colore. "Arriviamo tutti dal Benin, siamo in Italia da molti anni, abbiamo preso la cittadinanza. Abbiamo sempre votato Rifondazione". Ma? "Questa volta non lo abbiamo più fatto. Ci siamo riuniti per parlarne. Una parte ha scelto il Pd perché sperava di bloccare Berlusconi. Ma alcuni hanno proprio deciso di smetterla con la sinistra. Votano Berlusconi perché la sinistra litiga troppo, non si trova mai d'accordo su nulla".

Per guardare in faccia la delusione della sinistra radicale basta andare a Genova, nel cuore del Porto, roccaforte dei camalli della Compagnia unica dove su sette delegati di area Cgil quattro sono di Rifondazione due dei Ds e due di Lotta Comunista. Mauro spiega la sconfitta dell'Arcobaleno: "A Genova si dice: "Ci hanno presi nella lassa", ci hanno fregati. Molti hanno votato Pd credendo che tanto il 4 per cento alla Camera si faceva e che Veltroni fosse vicino a Berlusconi nei sondaggi. Invece non era vero niente".

Basta l'ingenuità a spiegare tutto? "No che non basta. Ne abbiamo parlato martedì tra di noi. Rifondazione ha sbagliato". Dove ha sbagliato? "Ad esempio con l'indulto". Ma l'indulto, una volta non era una legge di sinistra? "Lo dici tu. Ma quale sinistra? Ha messo fuori i delinquenti altro che sinistra". Forse non sarà solo per questo che nei seggi di Crevari, storico quartiere partigiano di Genova, la Lega batte la Sinistra arcobaleno 486 a 358. Sarà anche perché "un partito come Rifondazione non può votare a favore della guerra", come dice Matteo, operaio all'Iveco di Brescia. O perché "non si raccolgono i voti nelle fabbriche promettendo di cambiare la legge 30 sul precariato per poi non fare nulla", come rimpiange Luca che scarica container al porto.

Così finisce che la delusione ti lascia a casa (a Genova l'astensione coincide con i 40 mila voti persi dall'Arcobaleno) o ti getta nelle braccia di Ferrando e Turigliatto: "Almeno loro la guerra non l'hanno votata", si consola Matteo all'Iveco. Il risultato è che la Lega avrà quattro ministri e l'Arcobaleno non c'è più. "Adesso tocca a Bossi mantenere le promesse", dice Alberto, della Fiom di Brescia. Ma anche lui sa che è una magra consolazione: "Sai come andrà a finire? Che quando la gente che ha votato Lega si incazzerà verrà da noi a chiederci di fare gli estremisti, la lotta dura e i blocchi stradali".

(18 aprile 2008)