domenica 27 aprile 2008

Parrebbe comico, se non fosse tragico ...

Quando ci accorgeremo di aver davvero toccato il fondo?

da Repubblica.it
CRONACA

Provvedimento valido in un raggio di 500 metri da piazze e monumenti
Blindata la città di San Francesco. D'accordo i frati del convento

Assisi vieta le chiese ai mendicanti
Il sindaco: "Tutelo i luoghi di culto"

di ALESSANDRA RETICO




La basilica di S. Francesco ad Assisi

ROMA - È la città santificata dall'apostolo della povertà, ma Francesco mica era un accattone. Assisi è serafica, però s'arrabbia se dietro la mano tesa a chiedere elemosina scorge il professionismo della mendicità. E poi i bivacchi, brutto spettacolo sulle scalinate sante, turisti armati di panini e soda che rotolano sui gradini, di bermuda e magliette alzati a prendere il sole. Allora no, neanche il patrono, così gioviale e leggero, avrebbe forse approvato. Ieri c'erano file ovunque per il Grand Tour francescano. C'era anche una nuova ordinanza in vigore in città, quella contro i mendicanti del sindaco eletto con Forza Italia nel 2006 Claudio Ricci. "Preciso subito: sono anni che lavoriamo per la legalità. Questa iniziativa non è che una naturale evoluzione, sollecitata da molte segnalazioni di cittadini, ospiti, comunità religiose".

A Firenze, dopo quello sui lavavetri, un provvedimento simile ha fatto un certo scalpore. Padova e Vicenza pure, per decoro, schierate contro l'accattonaggio. Si ricordano altre celebri reprimenda: contro saccoapelisti e torsi nudi a Venezia, contro le contrattazioni in strada con le prostitute a Padova (provocano traffico), persino contro gli snack consumati sulla pubblica piazza a Verona. Però questa di Assisi sembra quasi un paradosso. Sembra, ma le misure già in atto sono queste: campi nomadi sgombrati, locali chiusi all'una d'inverno e una mezz'ora dopo d'estate, niente bottiglie in vetro in piazza dopo le 22, un circuito di 60 telecamere, 2mila nuovi punti luce, un numero verde per la sicurezza e un corpo di volontari che dal 2004 controlla il territorio (molti sono ex militari). Non proprio ronde, però girano con le auto del comune e con i telefonini e avvertono se qualcosa non va.

La nuova ordinanza per "salvaguardare i luoghi di culto e la decenza", fa "divieto di mendicare nei luoghi pubblici situati a meno di 500 metri da chiese, luoghi di culto, monumenti, piazze ed edifici pubblici". Cioè, in tutto il centro storico. È vietato "sdraiarsi, o sedersi a terra, in prossimità dei luoghi di culto, edifici pubblici, sotto i portici, sulle soglie e sui lati degli ingressi nonché lungo i muri perimetrali di detti edifici". Accattoni di professione e turisti scostumati rischiano sanzioni. Dice Ricci che "l'applicazione seguirà il buon senso. Abbiamo formalizzato una prassi già diffusa: chi è risultato con precedenti penali, foglio di via dal comune".

Assisi è città sicura, lo ammette anche il primo cittadino, "però se ci sono segnali di potenziale pericolo non vogliamo fare finta di niente". Non è un'ossessione politica, il sindaco lo nega, "molte comunità religiose locali ci hanno pregato di provvedere. L'obiettivo è preservare la sacralità di questi luoghi, senza rinunciare all'accoglienza".

Certo la tentazione dei simboli è forte, Francesco (anche) a mendicare è diventato santo. Ora la miseria, le sue evoluzioni di mercato, messa alla porta dalla città che dell'elemosina ha fatto una Regola. "Però quella francescana prevede prima il lavoro. Solo per necessità i frati possono andare "alla mensa del Signore"". Padre Vincenzo Coli è il custode del Sacro convento di San Francesco, "la mappatura di questo territorio la conosco bene, è cresciuto il business della mendicità professionale. Alcuni pensano di stare a Rimini, se al mare in bikini è giusto, qui serve rispetto". E poi si vedono meglio i monumenti senza l'ingombro dei corpi stesi, "l'iniziativa del comune aiuta a discernere tra chi ha bisogno, e chi ci specula. Certo: andrà applicata con umanità e intelligenza". Con pace, e bene.

(27 aprile 2008)

venerdì 25 aprile 2008

Resistenza e Costituzione - di Stefano Piantino

In occasione della ricorrenza del 25 aprile, pubblico -su gentile concessione dell'autore- un articolo del professor Stefano Piantino sul rapporto tra Resistenza e Costituzione ... ovvero, su come i valori della Resistenza siano entrati a far parte del testo della nostra Costituzione ...
Condivido pienamente tutte le considerazioni svolte e le conclusioni cui l'autore perviene

Il rapporto tra la Resistenza e la Costituzione è un problema di lunga data. Tra i giuristi si trovano svariate opinioni; al fine di evitare un’elencazione ridondante, è opportuno prendere in considerazione soltanto due membri dell’Assemblea costituente: Calamandrei e Dossetti. Il primo, nel famoso “Discorso agli studenti milanesi1 del 1955, afferma espressamente che la Costituzione è il prodotto della Resistenza, è «un testamento di centomila morti»; il secondo, ne “I valori della Costituzione2 del 1995, sostiene invece che la Carta fondamentale è stata ispirata dalla tragedia della Seconda guerra mondiale. Dossetti non nega quindi l’importanza della Resistenza, ma amplia il discorso al più catastrofico evento del ventesimo secolo.

Un valore unificava però le varie posizioni presenti nella Resistenza prima e nell’Assemblea Costituente poi: l’antifascismo. Pur nella diversità tra di loro, infatti, i gruppi e i partiti avevano in comune l’intento di creare uno Stato nettamente diverso da quello fascista3. Ci si deve però chiedere quanto questa iniziativa abbia avuto successo: l’antifascismo si è trasferito oggettivamente nella Costituzione o è rimasto un atteggiamento psicologico e politico dei costituenti?

Sulla scorta delle teorie di Dworkin4 e Alexy5, si può affermare che i moderni sistemi costituzionali comprendono non solo regole ma anche principî, i quali hanno un’apertura verso la morale; i principî rappresentano valori che vengono convertiti in strumenti utilizzabili nell’ordinaria esperienza giuridica6, soprattutto attraverso l’opera delle Corti costituzionali.

Se la Resistenza ha come valore primario l’antifascismo; e se i principî fondamentali della Costituzione italiana sono l’oggettivo portato del valore “antifascismo”; allora risulta dimostrato non solo il carattere antifascista della Costituzione — che va oltre il divieto di riorganizzazione del partito fascista previsto dalla XII disposizione transitoria e finale —, ma soprattutto il suo basilare collegamento con la Resistenza: il valore supremo della Resistenza (l’antifascismo) diviene valore fondamentale della nostra Carta costituzionale. Ed è precisamente quanto emerge dall’analisi del testo: per dimostrare questa tesi, sarà sufficiente prendere in considerazione i principî fondamentali caratterizzanti la forma di Stato, cioè quelli dotati del massimo potere conformativo della realtà.

Secondo il costituzionalista — e costituente — Mortati7, i principî che contraddistinguono il nostro Stato sono:

(1) il principio democratico;

(2) il principio personalista;

(3) il principio pluralista;

(4) il principio lavorista,

ai quali si aggiunge come indispensabile completamento

(5) il principio internazionalista (o supernazionale).

Il principio democratico è il più ampio, poiché in qualche modo comprende tutti gli altri: si collega direttamente all’art. 1 della Costituzione, il quale dichiara che «l’Italia è una repubblica democratica» e che «la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Il significato di queste asserzioni è l’inderogabile attribuzione al popolo di alcuni poteri elevati, principalmente quelli condizionanti la direzione fondamentale dello Stato. Ciò non significa tuttavia l’onnipotenza del popolo: la maggioranza non può schiacciare le minoranze e trova nei diritti previsti dalla Costituzione il limite al dispiegarsi del proprio volere. Il principio democratico va messo in relazione con l’impossibilità di modificare la «forma repubblicana» (art. 139): essendo connaturale a questa, non lo si potrebbe cancellare neppure con la revisione della Costituzione. Il carattere antifascista del principio democratico è evidente: il fascismo aveva eliminato ogni parvenza di democrazia, sostituendola con la dittatura e con il “principio del capo”.

Il principio personalistico è principalmente consacrato nell’art. 2 della Costituzione, in cui si parla di riconoscimento e garanzia, da parte della Repubblica, dei «diritti inviolabili dell’uomo»: non è l’uomo al servizio dello Stato, ma lo Stato al servizio dell’uomo. L’espressione «diritti inviolabili» non deve intendersi come meramente riassuntiva dei diritti previsti dalla Costituzione, ma come clausola aperta, suscettibile di includerne altri per via di interpretazione sistematica; la qualificazione dei diritti come inviolabili colloca il personalistico tra i principî che appartengono «all’essenza dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione italiana»8, quindi al riparo da cancellazioni, anche se attuate tramite revisione della Costituzione9. L’articolo 2 collega i diritti con i «doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale», fondamento di un vero regime democratico. La protezione dei diritti anche nelle «formazioni sociali» implica l’intervento dello Stato per «rimuovere gli ostacoli» che «impediscono il pieno sviluppo della persona umana» (art. 3, 2° comma), la cosiddetta uguaglianza sostanziale; e il valore primario della persona necessita della classica uguaglianza davanti alla legge (uguaglianza formale, art. 3, 1° comma). Anche in questo caso l’opposizione con il passato è netta, poiché il fascismo funzionalizzava l’individuo alle esigenze dello Stato: secondo il giurista fascista Alfredo Rocco, la società ha i suoi scopi e, per realizzare questi, «deve utilizzare gli individui come mezzi e tutta la vita sociale consiste nel fare dell’individuo lo strumento dei suoi fini»10.

Il principio pluralista è anch’esso previsto nell’art. 2, nella parte in cui si parla di «formazioni sociali» ove si svolge la personalità dell’uomo. Superati sia il sospetto nei confronti dei “corpi intermedi” tra lo Stato e il cittadino — proprio del periodo rivoluzionario francese — sia le

ottocentesche concezioni storicistico-organicististe che ponevano l’ente prima e al di sopra dell’individuo, la Costituzione italiana ammette queste formazioni ma solo in quanto funzionali allo sviluppo della persona. Quest’ultima considerazione implica il possibile intervento dello Stato quando il gruppo divenga strumento di oppressione del singolo: si ha quindi non solo la libertà delle formazioni sociali (di costituirle, di fare proseliti, etc.) ma anche la libertà nelle formazioni medesime. Il principio pluralista va collegato anche ai concetti di separazione e diffusione dei poteri e alle autonomie, fortemente tutelate dalla costituzione. Si riscontra di nuovo l’antitesi col fascismo: questo, infatti, aveva fondato lo stato proprio sul monismo centralistico del potere, concentrandolo nelle mani del “capo” del partito unico, diminuendo tutte le autonomie locali o riducendole a emanazioni dall’alto (si pensi al podestà del comune, che era nominato con decreto reale).

Il principio lavorista trova espressione diretta nell’art. 1, ove si menziona la Repubblica «fondata sul lavoro»: il lavoro assume il cómpito di «supremo criterio valutativo della posizione da attribuire ai cittadini»11. In connessione con l’art. 2, il lavoro diventa quindi strumento per lo sviluppo della personalità; con l’art. 4, diritto e dovere caratterizzato giuridicamente. Non sono quindi posizioni o titoli acquisiti senza merito a dare valore sociale alla persona, ma principalmente ciò che si consegue con l’apporto della creatività del soggetto, il quale — ai sensi dell’art. 4, 2° comma — deve avere la possibilità di svolgere un’attività di sua scelta; ma tutto ciò richiede l’intervento dello Stato nell’economia. È di tutta evidenza la polemica non solo nei confronti del fascismo (che aveva considerato sullo stesso piano lavoratori e datori di lavoro), ma anche delle teorie economiche liberali della “mano invisibile” e, in generale, di posizioni che considerano l’appropriazione privata di mezzi di produzione come unico o principale valore sociale12.

Il principio internazionalista o supernazionale trova riconoscimento principalmente negli articoli 10 e 11. Nel primo articolo si contempla l’adattamento automatico dell’ordinamento italiano alle «norme del diritto internazionale generalmente riconosciute», cioè le consuetudini internazionali, e la condizione dello straniero. Ma è nell’art. 11 che sono contenute le previsioni più innovative. La prima proposizione prevede infatti l’«istanza pacifista»13: da parte di tutti i più significativi gruppi presenti nell’Assemblea costituente si richiedevano il ripudio della guerra e il perseguimento di una politica di pace14, nonché il trasferimento sul piano internazionale dei principî di libertà e giustizia che si intendeva affermare all’interno del nuovo Stato15; tale esigenza ha portato quindi a respingere non solo la guerra (intesa anche in senso “atecnico”, cioè inclusiva di qualunque «altra forma di violenza armata di portata equiparabile»16) come «strumento di offesa alla libertà degli altri popoli» ma pure «come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», le quali devono dunque essere definite con mezzi non bellici, quali l’attività diplomatica, l’affidamento ad arbitri o a tribunali internazionali: è perciò ammessa soltanto la guerra di difesa17. Non meno importante è la seconda proposizione, con la quale vengono

consentite — «in condizioni di parità con gli altri Stati» — «limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni». La disposizione mostra una notevole apertura in senso internazionale della Repubblica italiana, permettendo così il trasferimento di poteri a vantaggio di organizzazioni mondiali ed europee ma soltanto alle due condizioni contemplate: la parità e la finalità pacifista. Questa previsione è storicamente sorta per autorizzare l’adesione dell’Italia all’ONU, ma ha avuto una notevole dilatazione di utilizzo, avendo costituito la base di legittimazione alle pesanti riduzioni di sovranità statuale determinate dalla partecipazione alle Comunità europee. La Corte costituzionale italiana, a partire dalla sentenza n. 183/1973, ha però posto un freno all’ingresso di norme europee con i cosiddetti “controlimiti”: sono considerati tali «i principî fondamentali del nostro ordinamento costituzionale, o i diritti inalienabili della persona umana» (sentenza citata). Qualora le norme comunitarie andassero oltre queste limitazioni, la Corte potrebbe sottoporre le leggi di esecuzione dei trattati comunitari a giudizio costituzionale; una linea molto simile è stata tenuta dalla Corte costituzionale tedesca. Anche per questo principio è chiarissima la posizione di netta frattura con il passato: il fascismo era nazionalista, bellicista e del tutto ostile a perdere quote di sovranità a favore di organizzazioni internazionali.

Considerato che i principî caratterizzanti la forma di Stato sono tutti informati all’antifascismo, resta quindi dimostrata la tesi dell’oggettivo collegamento tra Costituzione e Resistenza, che si è tradotto in una serie di principî della Costituzione medesima destinati a plasmare lo Stato italiano.

Dall’inizio degli anni ’8018, tuttavia, è iniziata una formidabile campagna di delegittimazione della Costituzione e della legalità costituzionale in generale, nonché — parallelamente — della Resistenza. Tutto ciò ha portato a strappi e sfilacciamenti del tessuto costituzionale nella sua applicazione pratica, poiché i vincoli e gli indirizzi della Costituzione sono stati percepiti da alcune parti politiche, culturali e persino imprenditoriali come impedimenti al libero dispiegarsi della forza politica (o, meglio, della politica come forza) nel suo coagulo di equilibri momentanei e precari. Il culmine di tale atteggiamento è stato raggiunto con il progetto di “riforma” della Costituzione prodotto dalla maggioranza di centro-destra della XIV legislatura: la cosiddetta “costituzione di Lorenzago” avrebbe comportato, di fatto, lo stravolgimento degli equilibri tra organi e poteri dello Stato, con un’enorme concentrazione di poteri nelle mani del “primo ministro”. Il referendum del 25-26 giugno 2006 ha fortunatamente cancellato la controriforma che ci avrebbe precipitati nella “monocrazia19, riconfermando la piena validità della Costituzione del 1947 con i suoi principî e valori. Il legislatore, specialmente costituzionale, dovrà necessariamente tenere conto della chiara volontà espressa dagli elettori con uno strumento di democrazia diretta20.

Note

1 AA. VV., Di sana e robusta costituzione, Milano 2005, p. 1 ss.

2 G. DOSSETTI, I valori della Costituzione, in Costituzione italiana: istruzioni per l’uso, Roma 1995, pp. 12-15

3 Cfr. A. RUGGERI, Interpretazione costituzionale e ragionevolezza, p. 17 e nota 44, in www.costituzionalismo.it, 11-05-2006

4 R. DWORKIN, I diritti presi sul serio, Bologna 1982, p. 90 ss.

5 R. ALEXY, Concetto e validità del diritto, Torino 1997, pp. 73-85.

6 Cfr. G. BONGIOVANNI, Costituzionalismo e teoria del diritto, Roma-Bari 2005, p. 64. A. RUGGERI, op. cit., p. 16, definisce i principî «quali forme giuridicamente espressive dei valori». In senso parzialmente diverso, G. ZAGREBELSKY, Diritto per: valori, principi o regole?, in Quaderni Fiorentini, 2002, p. 877.

7 C. MORTATI, Istituzioni di diritto pubblico, tomo I, Padova 1975.

8 Corte costituzionale, sentenza n. 1146/1988.

9 Conforme a quest’opinione, R. D’ALESSIO, sub art. 2 in Commentario breve alla Costituzione, Padova 1990, p. 12.

10 La crise de l’État. En Italie: la solution fasciste, in Revue des vivants, luglio 1927.

11 C. MORTATI, op. cit., p. 156

12 Cfr. C. MORTATI, ibid.

13 A. CASSESE, Commentario Branca, Bologna-Roma 1975, p. 468.

14 ibid.

15 ibid., p. 472.

16 ibid., p. 572. Cfr. FERRARI, Guerra [stato di], Enciclopedia del diritto, Milano, p. 831. Secondo CONFORTI, Diritto internazionale, VI ed., Napoli, 2002, pp. 186-187, oltre al divieto dell’art. 2, §4 dello Statuto ONU, esisterebbe una norma internazionale comune di carattere cogente (ius cogens) che imporrebbe l’astensione dalla minaccia o dall’uso della forza nei rapporti internazionali (salva beninteso la legittima difesa prevista, tra l’altro, dall’art. 51 dello Statuto stesso).

17 Forti dubbi sulla compatibilità con la Costituzione e lo Statuto ONU delle operazioni militari in Kosovo e Irak sono espressi da L. CHIEFFI nel commento all’art. 11 Cost. in Commentario alla Costituzione, Torino, 2006, pp 275-276.

18 Ma ci sono diversi precedenti: v. M. DOGLIANI, Interpretazioni della Costituzione, Milano 1982, pp. 75-94 e S. BARTOLE, Interpretazioni e trasformazioni della Costituzione repubblicana, Bologna 2004, pp. 67-74.

19 Il termine è stato introdotto da G. FERRARA in Verso la monocrazia. Ovvero del rovesciamento della Costituzio-ne e della negazione del costituzionalismo, in www.costituzionalismo.it, 23-09-2004. L. ELIA in proposito ha parlato di “premierato assoluto”: v. L. ELIA, La Costituzione aggredita, Bologna 2005, pp. 61-67.

20 Per una valutazione del risultato referendario e delle sue conseguenze, v. G. FERRARA, Attuare la Costituzione, in www.costituzionalismo.it, 05-07-2006.

25 aprile 1945 - 25 aprile 2008

63 anni dopo la Liberazione dell'Italia dalla dittatura Fascista, cos'è rimasto dei valori, della voglia di libertà, di democrazia, di cui è stata portatrice la Resistenza?
Un ragazzo, ieri sera, mi diceva che oggi lui non avrebbe certo festeggiato, che per lui oggi sarebbe stato un giorno di lutto, il ricordo di un'occupazione ...
Certo, lo diceva in modo un po' ironico, ma non del tutto ... in parte lo credeva veramente ...
E gli altri, invece? Coloro che non si riconoscono nel Fascismo, dove sono?
Dobbiamo credere che oggi il ricordo della Dittatura sia troppo lontano, che non abbia senso parlare di Resistenza nel 2008?
Io credo non sia così ... credo che la Dittatura sia più vicina di quanto si pensi ... credo che l'olio di ricino stia ritornando, in forme più avanzate, ma non meno dolorose ... e, purtroppo, credo che sarà difficile trovare abbastanza gente disposta ad "andare in montagna", per cercare di fermare questo processo distruttivo ...
Vedo l'eteronomia avanzare inesorabilmente ... probabilmente, almeno nel futuro immediato, gradevole, manipolativa alla "Brave new world" piuttosto che punitiva alla "1984" ... ma la prospettiva non mi spaventa di meno ...

Scusate lo sfogo

Vale

venerdì 18 aprile 2008

Perchè la destra ha vinto e la sinistra è sparita?

Da http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/politica/elezioni-2008-quattro/operai-fiom/operai-fiom.html
Questo articolo, secondo me, tasta bene il polso dell'Italia ... e ... Tristissima ma frequentissima l'opinione di Gianni

Le tute blu lombarde contro i flussi di extracomunitari
E i camalli di Genova accusano il governo Prodi: "Ha messo fuori i delinquenti"

Gli operai Fiom che votano a destra
"Così protetti da tasse e criminalità"

"Votiamo Cgil in azienda e Bossi nell'urna. Che c'è di strano?
La prima ci dà il contratto, la seconda la garanzia che i soldi restino al Nord"
dal nostro inviato PAOLO GRISERI

BRESCIA - L'importante è saper rispondere alla domanda: "Mi conviene?". Paolo, ad esempio, ha capito che gli conviene votare Bossi perché la Lega lo protegge. Ha 22 anni, sta appoggiato al muro insieme ai coetanei durante la pausa mensa alla Innse Berardi, 250 metalmeccanici specializzati alla periferia di Brescia. Da chi ti protegge la Lega? "Dagli extracomunitari". Ne hai bisogno alla tua età? "Non è bello doversi difendere quando vai alla stazione". Che cosa vuol dire che la Lega ti difende? "Che, bloccherà i flussi, non li lascerà più entrare in Italia".

Il capannello aumenta, la discussione si anima, Enrico contesta: "Tutte balle, ti lasci riempire la testa dalla tv. Non siamo a Chicago, dov'è tutta 'sta criminalità? E poi i criminali non ci sono in Italia? Prova ad andare in Sicilia". "Quelli almeno sono nostri e ce li curiamo noi. Ma dobbiamo preoccuparci anche di quelli che esportano gli altri?". E' facile sfottere Paolo. Christian scioglie la tensione con la battuta vincente: "Vuoi bloccare l'ingresso in Italia agli extracomunitari proprio tu che sei dell'Inter?".

Paolo sembra soccombere. Ma l'aiuto vero gli arriva da Gianni, un ragazzo di 32 anni che a queste elezioni non ha votato. Un grillino adirato con la Casta? "No, non ho votato perché non posso ancora. Sono albanese, sono arrivato nel '99. Il mio vero nome è Hashim ma siccome è troppo complicato, tutti mi chiamano Gianni". Quando potrai votare per chi voterai? "Per il partito che sceglieranno la maggioranza degli italiani". In questo momento è la destra. Ti andrebbe bene la destra? "Perché no?". Forse perché potrebbe bloccare l'ingresso degli stranieri alle frontiere. "E allora? Io sono entrato, in autunno sono arrivati anche mia moglie e i miei figli. Se non arrivano tanti altri a farci concorrenza è meglio".

Così, in dieci minuti di chiacchiere da bar, Paolo e Gianni fanno a pezzi quel che resta del concetto di solidarietà, caro alla Dc di Martinazzoli, che ha governato queste terre durante la prima repubblica, come alla Fiom di Giorgio Cremaschi, che continua a governare il sindacato di fabbrica con il 70% dei voti alle elezioni delle rsu.

Votano Fiom in azienda e Bossi nell'urna? "Dov'è il problema? Si vede che la Fiom e Bossi gli servono". Angelo, delegato a un passo dalla pensione, sa che la sua è una risposta provocatoria. Ma anche profondamente vera. "Da queste parti - spiega - le aziende hanno fame di operai specializzati. Qui i contratti integrativi sono ricchi, arriviamo a strappare aumenti di 2-3 mila euro all'anno".

Tute blu quasi benestanti, ben diverse da quelle che, sull'altro lato della strada, costruiscono i camion all'Iveco, la vecchia e gloriosa Om, e portano a casa i salari degli operai Fiat. "Alla Innse - aggiunge Angelo - molti abitano nei paesi delle valli bresciane. Con il passare del tempo si sono fatti la villetta a schiera. Una conquista che adesso hanno paura di perdere con l'aumento del costo della vita". Qui si chiede ai comunisti di contrattare l'aumento con il padrone, perché loro sono ancora i più bravi nel settore ("tremila euro all'anno, sputaci sopra"), e si chiede a Bossi di realizzare il federalismo fiscale. Il comunista ti porta i soldi ma è la Lega che li difende.

La sirena del federalismo, ad esempio, è quella che ha attirato Giovanni, contadino cuneese prestato all'industria della gomma. Arriva davanti al bar "Sporting", il ritrovo degli operai sul piazzale della Michelin di Cuneo, e spiega la sua soddisfazione: "Finalmente abbiamo vinto, adesso si può fare il federalismo fiscale". Che cosa vuol dire? "Che siamo padroni a casa nostra, che le tasse restano qui e non vanno a Roma. Con tutte quelle che paghiamo io e mia moglie per l'azienda agricola".

Giovanni ha 49 anni e, come molti da queste parti, ha iniziato a compiere le sue scelte politiche nel ventre della Balena bianca: "Qui - ricorda - votavano tutti Dc, anzi votavano tutti Coldiretti", la potente associazione dei contadini democristiani. Rotto quel contenitore, Giovanni è diventato un leghista moderato. Uno che dice: "All'inizio votavo Lega per protesta. Poi mi sono un po' allontanato quando dicevano che volevano la secessione".

Ma anche lui, quando si tratta di scegliere il sindacato, finisce per affidarsi a Cgil, Cisl e Uil. Gaspare e Luigi, delegati di fabbrica, raccontano del flop del SinPa, il sindacato dei leghisti: "Nel 2000 aveva fatto il pieno alle elezioni del consiglio di fabbrica, avevano il 33% dei voti. Poi sono rapidamente spariti. Quello del sindacalista non è un ruolo che si improvvisa. Non basta dire "Roma ladrona" per chiudere un contratto". Per il momento, comunque, sono i partiti del centrodestra più dei sindacati del Carroccio a mettere in crisi i sindacati confederali. A Brescia, dove lo straordinario è la regola, la detassazione promessa da Berlusconi ha fatto breccia. Aldo, delegato della Fim dell'Innse, ammette sconsolato: "Quello è stato un colpo da maestro".

La Lega è forte, i messaggi del centrodestra bucano il video, ma la sinistra delle fabbriche dov'è finita? Sam, 35 anni, lavora alla Michelin di Cuneo insieme a un gruppo di altri ragazzi di colore. "Arriviamo tutti dal Benin, siamo in Italia da molti anni, abbiamo preso la cittadinanza. Abbiamo sempre votato Rifondazione". Ma? "Questa volta non lo abbiamo più fatto. Ci siamo riuniti per parlarne. Una parte ha scelto il Pd perché sperava di bloccare Berlusconi. Ma alcuni hanno proprio deciso di smetterla con la sinistra. Votano Berlusconi perché la sinistra litiga troppo, non si trova mai d'accordo su nulla".

Per guardare in faccia la delusione della sinistra radicale basta andare a Genova, nel cuore del Porto, roccaforte dei camalli della Compagnia unica dove su sette delegati di area Cgil quattro sono di Rifondazione due dei Ds e due di Lotta Comunista. Mauro spiega la sconfitta dell'Arcobaleno: "A Genova si dice: "Ci hanno presi nella lassa", ci hanno fregati. Molti hanno votato Pd credendo che tanto il 4 per cento alla Camera si faceva e che Veltroni fosse vicino a Berlusconi nei sondaggi. Invece non era vero niente".

Basta l'ingenuità a spiegare tutto? "No che non basta. Ne abbiamo parlato martedì tra di noi. Rifondazione ha sbagliato". Dove ha sbagliato? "Ad esempio con l'indulto". Ma l'indulto, una volta non era una legge di sinistra? "Lo dici tu. Ma quale sinistra? Ha messo fuori i delinquenti altro che sinistra". Forse non sarà solo per questo che nei seggi di Crevari, storico quartiere partigiano di Genova, la Lega batte la Sinistra arcobaleno 486 a 358. Sarà anche perché "un partito come Rifondazione non può votare a favore della guerra", come dice Matteo, operaio all'Iveco di Brescia. O perché "non si raccolgono i voti nelle fabbriche promettendo di cambiare la legge 30 sul precariato per poi non fare nulla", come rimpiange Luca che scarica container al porto.

Così finisce che la delusione ti lascia a casa (a Genova l'astensione coincide con i 40 mila voti persi dall'Arcobaleno) o ti getta nelle braccia di Ferrando e Turigliatto: "Almeno loro la guerra non l'hanno votata", si consola Matteo all'Iveco. Il risultato è che la Lega avrà quattro ministri e l'Arcobaleno non c'è più. "Adesso tocca a Bossi mantenere le promesse", dice Alberto, della Fiom di Brescia. Ma anche lui sa che è una magra consolazione: "Sai come andrà a finire? Che quando la gente che ha votato Lega si incazzerà verrà da noi a chiederci di fare gli estremisti, la lotta dura e i blocchi stradali".

(18 aprile 2008)

giovedì 10 aprile 2008

Da "The Strawberry Statement" di Stuart Hagmann

"Cerchi di fare qualcosa e tutti se ne fregano, con gli sbirri che pestano i manifestanti mentre dovrebbero pestare i guerrafondai. Sarà la guerra non perché sia inevitabile ma perché voi l'avete scatenata"