sabato 18 aprile 2009

Chi può sapere com'è andata veramente?

da http://www.corriere.it/cronache/09_aprile_18/schiavi_remigio_radolli_acdf757a-2beb-11de-b2aa-00144f02aabc.shtml

Articolo "leggermente" di parte ... chi può sapere com'è andata? Ok, non criminalizziamo quest'uomo ... che probabilmente avrà agito per legittima difesa ... d'altronde, vige ancora il principio di presunzione di non colpevolezza, no? Sia per lui che per il presunto rapinatore, però ... Non criminalizziamolo, ma non ergiamolo neppure a Santo ... per onor di giustizia ...

Milano, picchiato da un rapinatore. Un collegio di avvocati lo difenderà gratis

«Io, un buono costretto a sparare
Non avevo mai avuto paura»

L’orefice difeso da tutto il paese: sono sollevato ora che il bandito sta meglio

L'orefice con il volto tumefatto dopo la rapina e la sparatoria
L'orefice con il volto tumefatto dopo la rapina e la sparatoria
MILANO—L’orefice Remigio Radolli è una roccia con la faccia tumefatta, un gigante che non riesce a essere cattivo neanche con il cranio fracassato e la frattura del setto nasale: si alza in piedi nella stanzetta al nono piano dell’ospedale di Monza e la sua voce che rimbomba lascia capire di che pasta è fatto: «Sono sollevato se mi dite che anche lui sta meglio». Lui è il bandito albanese che giovedì è entrato nel suo negozio a Cinisello Balsamo e non ha neanche detto «questa è una rapina »: gli si è buttato addosso mentre prendeva un orologio e l’ha colpito con il calcio di una pistola, e poi pugni e calci mentre i due complici stavano sulla porta vestiti da spazzini. Radolli aveva una calibro 22 nel cassetto che forse era convinto di non dovere mai usare, è riuscito a prenderla e ha sparato, quattro, cinque, sette colpi. L’ha ferito gravemente.

«E adesso è qui con gli occhialoni scuri che coprono i lividi sugli occhi, con il figlio, gli amici, i telefonini che gli portano la solidarietà del paese e con gli infermieri che dicono «con questi disperati in giro è sempre peggio». Non c’è la tv in camera e non ci sono giornali sul letto, Radolli non ci tiene a vedere la sua foto con la camicia insanguinata. Scherza coi medici che gli hanno cucito la testa: «Scusatemi, vi sto creando un po’ di casino... ». Ma sente il peso di una vicenda che poteva finire molto peggio, e si commuove quando parla di un collega che conosceva e ci ha rimesso la vita, otto anni fa, a Milano in via Padova: si chiamava Bartocci.

Nelle facce non c’è scritto il destino, ma quella di Remigio Radolli è quella di un uomo tranquillo che non si porta addosso l’immagine del giustiziere: lavoro, lavoro, lavoro, dicono in paese e lui conferma con un sorriso. Profugo dalla Croazia negli anni Sessanta, cresciuto nelle «coree » di Cinisello, quartieri di immigrati e sfollati, una casa povera, la passione per gli orologi, le mani abilissime nelle riparazioni, «era un mago », conferma l’assessore al Commercio Giuliano Viapiana, «un uomo di una bontà esagerata, con un carattere forte, schietto, ma sempre pronto ad aiutare qualcuno». A Cinisello sono tutti con lui, dicono che ha sparato perché si è sentito minacciato come persona, ma anche nella sua attività. Si interessava della sicurezza, anche: aveva organizzato l’associazione dei commercianti di via Garibaldi, dove c’è il suo negozio.

«Mai avuto paura», racconta, mai pensato a un’aggressione del genere. Uno pensa che quel che accade di tragico sia sempre altrove, e invece, un giorno qualunque, può succedere anche a lui. «Siamo in un mondo balordo, che non si capisce più», dice. E stringe la mano al cronista con forza, con lo stesso vigore con cui afferra quella del ministro della Difesa Ignazio La Russa, che è venuto a trovarlo, con il sottosegretario Micaela Brambilla, per una «solidarietà pubblica e privata ». Ieri c’era stata la Lega. «Io ho la fortuna di conoscere questo signore — spiega La Russa — è un uomo che ha coraggio: la sua faccia insanguinata è il volto di un italiano che non ha accettato di arrendersi alla violenza. Ha il diritto di avere lo Stato al suo fianco».

Il Ministro parla di un collegio di difensori pronti ad aiutarlo, gratuitamente. L’orefice Radolli ringrazia: dice che ci penserà lui. La Russa annuisce. Si conoscono: la nipote del ministro fa nuoto agonistico nella stessa squadra del figlio dell’orefice. Sono le 17: è l’ora delle visite. Nella stanza di Radolli si affacciano gli amici di famiglia. Ancora strette di mano, pacche sulle spalle. «E’ andata», fa lui. Sta in piedi, nonostante lo choc e i traumi. «Ha dovuto far coraggio anche alla moglie, era lei la più spaventata», racconta una caposala. Si presenta Alberto Bozzetti, il primario maxillofacciale che deve rimettergli a posto naso e mandibola: «L’altro giorno non gli hanno fatto una carezza, hanno picchiato duro. Ma si riprenderà presto: ha una grande carica umana». E’ un via vai: «Il mio amico Remigio è duro come la roccia e buono come il pane», racconta un vicino di casa, arrivato a Cinisello dal Friuli negli stessi anni di Radolli. L’orefice non è solo, il paese è con lui. In questa storia non ci sono sceriffi o giustizieri, c’è gente normale che la sera desidera tornare a casa dopo aver messo al sicuro l’incasso della giornata, che tiene nel cassetto la pistola dell’estremo pericolo. E ci sono dei balordi, dei disperati senza testa, dei violenti che danno alla vita il valore di uno sputo. «Scriva qualcosa di bello», mi saluta Radolli. Ma come si fa? Qui è sempre peggio.

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