giovedì 30 settembre 2010

C'è un Giudice a Milano!

da Il Fatto Quotidiano ... ed ecco che la Lega torna ad appellarsi al "sentire dei cittadini" ... brutta storia ... per fortuna, però, i Giudici non devono decidere in base al "sentire dei cittadini" ... ricordo al Sindaco di Tradate che, secondo la Costituzione Italiana,"I giudici sono soggetti soltanto alla legge".

30 settembre 2010

Il bonus bebé “leghista” è discriminatorio
“Ora il comune di Tradate paghi gli arretrati”

di Simone Ceriotti

Il tribunale del Lavoro di Milano boccia il ricorso del comune del Varesotto e lo obbliga a erogare il contributo a tutti i nati dal 2007 ad oggi. Non solo ai figli di italiani. Il sindaco: "Sentenza che non corrisponde al sentire dei cittadini"

Ricorso respinto e obbligo di pagamento degli arretrati dal 2007 ad oggi. Non poteva andare peggio al comune di Tradate (in provincia di Varese, amministrato dalla Lega Nord) nella battaglia legale in difesa del bonus bebé riservato “solo ai figli di entrambi i genitori italiani”. L’attesa sentenza del giudice del lavoro di Milano, depositata ieri, non si limita a respingere il reclamo contro la sentenza di primo grado del luglio scorso (che già definiva discriminatorio il provvedimento), ma dispone anche di pagare i contributi non versati negli ultimi 3 anni. “Il Collegio – si legge nell’ordinanza – ordina al comune di offrire l’erogazione del bonus bebé ai neonati iscritti all’anagrafe del comune stesso dal 2007 in poi”, con il solo vincolo che uno dei genitori sia residente a Tradate da almeno cinque anni. Spazzata via dunque la restrizione contenuta nella delibera originaria del comune, che stabiliva come requisito per l’erogazione di 500 euro (contributo alla natalità) “la cittadinanza italiana di entrambi i genitori”. La sentenza non lascia spazio a dubbi: “Non è possibile individuare – si legge – alcun valido motivo di differente trattamento tra cittadini e stranieri, che non sia quello di escludere dal beneficio previsto gli stranieri solo perché tali”.

“Questa sentenza – spiega l’avvocvato Alberto Guariso, che ha seguito la causa e i ricorsi per Asgi e Avvocati per niente – rende giustizia alle nostre richieste. Ripristina la parità di trattamento obbligando il comune a porre rimedio a una discriminazione”. In sostanza, l’amministrazione di Tradate aveva presentato reclamo contro la sentenza di primo grado, che a luglio aveva ordinato la sospensione del provvedimento, definendolo “discriminatorio”. Gli avvocati delle associazioni che rappresentano gli immigrati hanno deciso di presentare a loro volta un reclamo, contestando quella parte di sentenza che non ordinava al comune di pagare gli arretrati”. Il giudice Silvia Ravazzoni, nella sentenza di appello, ha definito “pienamente condivisibili” le decisioni del giudice di primo grado riguardo al comportamento discriminatorio, ricordando “il principio costituzionale di uguaglianza” che “non tollera discriminazioni”. E, appunto, ha ordinato al comune di pagare i bonus non erogati dal 2007 (anno di pubblicazione della delibera) ad oggi.

Raggiunto al telefono da ilfattoquotidiano.it, il sindaco di Tradate Stefano Candiani, segretario provinciale della Lega Nord, dice di non avere ancora notizia della sentenza, ma rilascia una dichiarazione sarcastica: “Sono soddisfattissimo come cittadino, perché la giustizia ha dato prova di saper completare due gradi di giudizio in poco più di tre mesi”. Sollecitato sulle disposizioni della sentenza, Candiani si lascia andare: “Rispettiamo le sentenze, ma in questo caso non corrispondono al sentire dei cittadini. Prima di dire che ci adegueremo alla sentenza, voglio ricordare che ci sono tre gradi di giudizio”. Nel ricorso presentato ad agosto, il comune di Tradate aveva definito questo bonus “un incentivo contro la morte dei popoli”, sollevando dure polemiche, tra cui quello di “provvedimento nazista”. Ma Candiani non ritratta: “Voglio ripeterlo – continua – il nostro intervento sulla natalità non voleva essere di carattere sociale, ma squisitamente demografico. Alla luce della sentenza, faremo riflessioni di carattere politico, perché questa è una sentenza politica”.

giovedì 16 settembre 2010

Soluzione 5 per cento - di Marco Travaglio

da Il Fatto Quotidiano ... sempre mitico Travaglio

Navigando senza Tom Tom nelle centinaia di paginate dei giornali piene di indiscrezioni, retroscena, interviste, dichiarazioni con smentita incorporata, il cittadino (e)lettore si chiede che diavolo sta succedendo. Ha sentito i finiani garantire il loro voto al 95% del programma in 5 punti e 13 pagine di B, che comprende tutto lo scibile umano, dall’economia planetaria alla Salerno-Reggio Calabria, e ingenuamente domanda: dov’è allora il problema? Perché il pover’ometto, a quell’età e in quelle condizioni psicofisiche, si arrabatta per comprare traditori pronti a tradirlo appena svoltato l’angolo, pescandoli preferibilmente (e comprensibilmente) tra le coppole siciliane? Perché non s’accontenta di quel 95% di riforme, visto che in 16 anni non ne ha fatta manco una? La risposta è banale, addirittura lapalissiana. Ma diventa un rompicapo, una sciarada, visto che la stampa italiana non serve, come nel resto del mondo, a semplificare le cose complicate, ma a complicare le cose semplici. È raro trovare un giornale (men che meno un tg) che spieghi chiaramente cos’angustia il Caimano in queste notti di fine estate: non le grandi o le piccole riforme, e nemmeno la Salerno-Reggio Calabria; bensì, pensate un po’, i suoi processi.

Due (Mills e Mediaset) furono bloccati col “legittimo impedimento” alle soglie della sentenza di primo grado; il terzo (Mediatrade) alle soglie del tribunale. Poi ci sarebbe l’inchiesta di Trani sulle manovre anti-Annozero, ma quella riposa in pace alla Procura di Roma, così solerte invece (addirittura nella pausa estiva) sul mega-scandalo di casa Tulliani, di cui peraltro si ignora il reato. Varato nel febbraio scorso per la durata di 18 mesi, il “legittimo impedimento” scade fra un anno. Ma potrebbe svanire già il 14 dicembre se la Consulta dovesse bocciarlo. Insomma, i tre processi potrebbero ripartire a gennaio e i primi due chiudersi in tribunale entro l’estate. Dunque B. ha tre mesi per inventarsi qualcos’altro di più sicuro e duraturo, e trovare una maggioranza che glielo voti. L’ideale era il “processo breve”, ma ammazzava mezzo milione di processi: ritirato dopo il marameo di Fini. Che fare? Allungare il congelamento con un nuovo “legittimo impedimento” che impedisca alla Consulta di pronunciarsi sul primo? Troppo rischioso. Trattandosi di una nuova legge, la Consulta potrebbe intanto bocciare la vecchia e, implicitamente, anche la nuova: a quel punto persino Napolitano avrebbe difficoltà a firmarla. Meglio una soluzione finale, che fulmini i tre processi una volta per tutte. Perfidamente Fini insiste per il lodo Alfano costituzionale. Ma Ghedini giustamente non ne vuol sapere: per una legge costituzionale occorre almeno un anno di lavori parlamentari, con doppia lettura Camera-Senato-Camera-Senato più un altro anno per il referendum confermativo (evitabile solo con una maggioranza del 66%, e B. non è sicuro nemmeno del 51%) che, con l’aria che tira, diventerebbe abrogativo. Intanto c’è tutto il tempo per arrivare alle sentenze di primo grado, più l’appello della causa civile Mondadori (in primo grado la Fininvest fu condannata a pagare 750 milioni a De Benedetti).

Qualche buontempone ripropone il lodo Consolo: decide il Parlamento se un reato è ministeriale o no. Ma i delitti contestati a B. sono corruzione, falso in bilancio, appropriazione indebita, frode fiscale: che c’entrano con le funzioni di governo? In attesa che il cilindro di Mavalà partorisca un nuovo coniglio morto, B. passa le notti in bianco. E il Paese è sempre appeso ai suoi processi: 60 milioni di scudi umani presi in ostaggio in cambio della sua impunità. Ma zitti, mi raccomando, non si deve sapere. Ieri Ostellino, sul Pompiere, invitava B. a “mostrare di essere un uomo di Stato” e “chiarire quali ostacoli istituzionali, politici, sociali gli hanno impedito di fare le riforme”. Povero Ostellino, la mamma non gli ha ancora spiegato nulla. Quando uno lo legge, non capisce mai se ci è o ci fa. L’ipotesi più accreditata è che ci sia e ci faccia contemporaneamente.

Una repubblica fondata sulla volgarità - di Angelo d'Orsi

da Micromega ... che bello questo articolo ...

Quando si sta per un po’ di tempo fuori del Bel Paese, nell’Europa Occidentale, al rientro, inesorabilmente, lo si ritrova così brutto, così piagato dalle sue tante mafie, che ci si chiede come lo si possa ancora definire Bello. Certo, direte: i paesaggi, i musei, le città d’arte (e cittadine: quante sono!), la cucina… Ma i paesaggi sono scempiati giorno dopo giorno, inesorabilmente, dall’attivismo dei nostri concittadini, tollerati quando non addirittura incoraggiati (ah, i condoni edilizi!), dai governi, quest’ultimo, in particolar modo: in ogni caso la logica della ruspa vince, senza neppure istituire gare, contro la logica della bellezza, che è peraltro la logica della salvezza della natura.

E che dire dei musei? Privi di fondi, con strutture spesso cadenti, si barcamenano come possono, con orari ridotti, personale insufficiente (e sovente dequalificato), scarsa o nulla sicurezza. E quanto alle città d’arte, troppi interventi all’insegna del cosiddetto “arredo urbano”, troppe automobili, troppi torpedoni che scodellano torme di turisti, a cui si esemplano ormai le strutture economiche e urbanistiche: ossia, queste città sono diventate luoghi in cui è quasi impossibile condurre un’esistenza “normale”. Provate a fare la spesa a Venezia, Firenze, o Roma: se non vi allontanate dal centro è impresa improba, tanto per dirne una. Senza contare la ricaduta sui prezzi.

Infine, ci rimane la cucina: ma benché la televisione pulluli di programmi ad hoc, e a dispetto delle migliaia di manifestazioni enogastronomiche – per cui parrebbe che oggi non si possa realizzare un raduno culturale senza spaccio di vino e “prodotti del territorio” – troppi sono i locali in cui si mangia in modo mediocre e si spendono cifre esorbitanti. Insomma, smettiamola, con questi miti. Che non corrispondono più se non in piccola parte alla realtà. A meno che non siamo in grado di fare una rivoluzione culturale; perché se non assumiamo tutti un’ottica volta a cogliere l’interesse generale, se non smettiamo di praticare la politica del guardare all’immediato senza tener conto del dopo, e se non ricominciamo a partecipare in prima persona alla vita della cittadinanza (attiva), sarà impossibile invertire la rotta.

Ma lo choc maggiore rientrando in Italia lo si riceve aprendo i giornali, riguardando la tv, ascoltando la radio... Ritrovando i servi fedeli del tycoon che fingono di fare i giornalisti, gli opinionisti, i commentatori, o addirittura i narratori di fatti (magari inventati: ma il nesso tra fatti e notizie è ormai puramente casuale); riascoltando le cattiverie di Brunetta, o le insinuazioni di Cicchitto, o le scempiaggini di Buonaiuti; ma, soprattutto, ovviamente, rivedendo LUI, il Cesare, il supremo barzellettiere di casa nostra (o di cosa nostra?), il principe dei bugiardi, l’uomo-che-si-è-fatto-da-sé, o, chissà, con qualche misterioso “aiutino”, che ancora oggi lo sostiene, come rivelano giorno dopo giorno la ragnatela di comitati d’affari che tutti, per un verso o per l’altro, a lui conducono.

L’ho visto, dunque, l’uomo della Provvidenza, il più grande presidente del Consiglio della storia mondiale, l’individuo a cui forse solo Gesù, il Cristo, è stato superiore (ma v’è tempo per ribaltare anche questo piazzamento in classifica, naturalmente). L’ho visto e sentito, mentre apostrofava i magistrati italiani, in un consesso internazionale, con le ben note accuse; l’ho visto e sentito gigioneggiare, intubato nel suo vestito anti-grasso, e raccontare mentre una scempia ministra che ha come solo atout la giovane età (ma a mio avviso trattasi di aggravante) fingeva di intervistarlo: impresa improba, d’altronde, vista la logorrea del piazzista; l’ho ammirato mentre si prestava al gioco della torre, con tanto di cubi con le facce dei politici, da far cadere… È stato a quel punto che una voce interiore mi ha mormorato: sei tornato nel Bel Paese. Ma che (Bel) Paese è mai questo?

E costui è il nostro presidente? E milioni di nostri concittadini gli concedono ancora fiducia? A questo propalatore di menzogne? A questo raccontatore di favolette? A quest’uomo ossessionato dalla “tutela” del suo patrimonio, per la cui difesa è pronto a mandare a fondo una nazione? A questo maschio infoiato che, a furia di Cialis e Viagra, sembra aver perso qualsiasi senso non dico del pudore (sentimento a lui negato dalla natura), ma della decenza?

Ho cambiato canale, e mi è capitato di assistere a uno degli ormai innumerevoli raduni leghisti: ho sentito il lider maximo, in camicia verde, che bofonchiava, e incitava, con i suoi giannizzeri accanto, e un figlio inerte che manco annuiva: presenziava. Ma intanto il suo posto è accanto al padre padrone, delfino che suppone di ereditare un partito. Un misto di sdegno e pena mi ha travolto.

Mentre scuotevo la testa, un po’ scoraggiato, ho provato ancora a cambiare canale tv, mentre distrattamente sfogliavo vecchi giornali (inutili come il giornale di ieri, scrive Prévert, in una sua poesia: ma per noi l’inutilità non sta nell’invecchiamento quanto nella impossibilità di distinguerlo da quello di oggi): ho scoperto notizie interessanti, come quella relativa allo “sciopero” dei calciatori (no comment), o notizie ahimé vecchissime, che si ripropongono implacabilmente ogni giorno: 3 morti, 2 morti, 5 morti “sul lavoro”.

La “piaga delle morti bianche,” col presidente della Repubblica che s’indigna, qualche ministro che fa dichiarazioni sottolineando l’impegno del governo, salvo scoprire in altro giornale che Tremonti ha dichiarato che non ci sono fondi da investire nella sicurezza dei lavoratori, e la signora Marcegaglia tuonare che ci sono troppi vincoli e restrizioni e pesi a carico dei poveri imprenditori.

E che dire delle ultime imprese leghiste? Ho un solo termine per definirle: raccapriccianti. La mia preferita (!), è quella della scuola di Adro, nel Bresciano, di cui leggo essere stata “appaltata” al partito di Bossi. Il mio sogno è un drappello di carabinieri, che, su ordine di un magistrato, vada ad arrestare la Giunta comunale, il dirigente scolastico, e l’intero stato maggiore della “Lega Nord – Padania”, della provincia. In attesa che l’intero gruppo dirigente – i resistibili Signor Nessuno portati alla ribalta dal celodurismo bossista – del partito, finisca al fresco: imputazione? Attentato alla sicurezza e all’unità nazionale. Basta?

Depresso per i volti di Bossi, Calderoli, Borghezio, e ancora più per il silenzio o l’attitudine minimizzatore di troppi davanti a episodi di tale gravità, vado a frugare nelle cronache mondane: tra immagini e parole, mi sono imbattuto nelle storie, storielle e storiacce dei “vip in vacanza”. Beh, qui mi devo fermare. L’Italia è diventata dunque una repubblica fondata sulla volgarità?
Aiuto!

Angelo d'Orsi

domenica 12 settembre 2010

martedì 7 settembre 2010

I fischi democratici d’Europa

da Micromega pubblico questo articolo ... che sarebbe banale in un paese civile ...
eppure non lo è ... Domenica, ad una commemorazione partigiana, ho sentito esaltare la libertà, che non c'era durante il Fascismo e che c'è oggi ... e poi, subito dopo, stigmatizzare la protesta ... ma ... mi sono detta ... accidenti ... eppure ... la libertà di dire "W IL DUCE" c'era anche durante il Fascismo ... è la libertà di dire qualcosa CONTRO il potere ad essere stata conquistata ... almeno ... io la vedo così ... e per fortuna, evidentemente, leggendo questo articolo, non solo io!

Che succede al presidente Napolitano? Che succede ai massimi dirigenti politici del Paese (opposizione compresa)? Che succede a un giornalismo che dovrebbe essere libero? Sabato in Europa sono accaduti due episodi di contestazione: a Dublino l’ex premier inglese Tony Blair, in tourneé per presentare un suo libro, è stato accolto dal lancio di uova e di scarpe, e da urla di “assassino”. A Torino il presidente del Senato Renato Schifani (si parva licet), invitato dal Pd alla festa nazionale del partito, è stato accolto da fischi e da domande su frequentazioni mafiose.

Non si hanno notizie che il capo dello Stato del Regno Unito, sua maestà Elisabetta II, o il presidente della Repubblica d’Irlanda, di fronte alla gragnuola di uova e di scarpe, e al grido di “assassino”, abbiano stigmatizzato l’accaduto come “intimidatoria gazzarra” e lo abbiano denunciato come “segno dell’allarmante degenerazione che caratterizza i comportamenti di gruppi, sia pur minoritari, incapaci di rispettare il principio del libero confronto”. Non risulta che il capo del partito opposto a quello di Blair, il conservatore Cameron, abbia parlato di “squadrismo”.

Meno che mai risulta che l’editoriale del Guardian, a firma di un ipotetico Aldous Bigslave, si sia sbrodolato in arzigogoli sulla “violenza e intolleranza” che ci porrebbe “di fronte a una patologia sociale che rischia di travolgere i fondamenti della vita civile”. Il quotidiano “The Indipendent”, invece, ha spiegato come il viaggio di promozione per il suo libro sia cominciato per Blair tra comparsate televisive, chiacchierate radiofoniche e “of course, an entourage of protesters”. Per la stampa anglosassone uova e scarpe contro un politico fanno parte del “of course”. Come confermato dalla circostanza che lo stesso Blair che non ha fatto una piega.

È bastato invece qualche fischio a Schifani, perché Napolitano, Fassino e commentatori d’ordinanza si siano dedicati alle invettive di cui sopra (mentre l’unica violenza realmente avvenuta, semmai, sono le manganellate della polizia prese da alcuni contestatori). È probabile che nel mondo liberale anglosassone tali invettive verrebbero qualificate come intimidazioni contro l’esercizio dei diritti democratici dei cittadini. In quel mondo, del resto, tutto il passato di Schifani sarebbe stato raccontato per filo e per segno dalle testate di destra e di sinistra, e insomma dal giornalismo-giornalismo. In Italia lo hanno fatto solo Il Fatto Quotidiano e L’espresso.

Paolo Flores d'Arcais

(7 settembre 2010)

sabato 14 agosto 2010

Fini giustifica i mezzi

da Il Fatto Quotidiano del 12 agosto 2010
lucida e per me completamente condivisibile analisi di Travaglio sul "caso Fini"

Fini giustifica i mezzi
Come racconta l’ex avvocato di Luciano Gaucci, a maggio un suo collega che lavora per l’ex presidente del Perugia ma anche per B. ramazza le carte della causa civile tra il cliente e l’ex compagna Elisabetta Tulliani. Carte che, al momento opportuno (una settimana fa, all’indomani della cacciata di Fini dal Pdl), finiscono sul Giornale della famiglia B.

Il copione è lo stesso collaudato negli anni contro chiunque abbia osato mettersi di traverso sulla strada di B.: Di Pietro e gli altri pm del pool di Milano, Ariosto, Bossi, Veronica, D’Addario, persino Casini e Boffo. Talvolta le notizie sono vere ma insignificanti, però opportunamente pompate, manipolate e decontestualizzate diventano enormi. Altre volte si mescola il vero al falso. In certi casi, alla disperata, s’inventa e basta. Il dossier Montecarlo usato contro Fini ricorda il dossier Gorrini usato contro Di Pietro per farlo dimettere dal pool nel ’94 e trascinarlo sotto processo a Brescia nel ’95. I fatti sono veri: Di Pietro accetta un prestito da un amico, poi lo restituisce; Fini fa vendere un alloggetto ereditato da An che finisce a due società offshore, una delle quali l’affitta al “cognato” di Fini. Entrambe le faccende non costituiscono reato (ma apposite denunce innescano indagini della magistratura, destinate fra qualche mese all’archivio), né investono denari o cariche pubbliche. Ma sono leggerezze: un pm non deve accettare prestiti, un politico non deve consentire a membri della propria cerchia familiare di beneficiare del proprio potere. Giusto, dunque, che la gente conosca i fatti. Che però vanno misurati col metro della loro gravità intrinseca (scarsa) e del contesto in cui avvengono (una classe politica inquinata da mafie, corruzioni e malversazioni di ogni genere). Una pulce dovrebbe restare una pulce e un elefante un elefante. Ma in Italia l’elefante il padrone dell’informazione, così le pulci diventano elefanti e gli elefanti pulci.

Ieri il Corriere dedicava le pagine 1, 8, 9, 10, 11 a Fini & cognato, confinando a pagina 25 una notizietta da niente: un appunto di Vito Ciancimino, consegnato ai pm dalla vedova, su finanziamenti di Berlusconi a Provenzano (titolo: “Mafia, Ciancimino jr tira in ballo il premier”, così è impossibile capire che si tratta di un documento, non di parole al vento). E’ la miglior prova su strada del conflitto d’interessi e del perché nessuno ha mai osato né mai oserà estirparlo.

Chi resta sotto l’ombrello protettivo di B. può fare qualunque cosa, anche la più terribile, e godrà sempre di totale ed eterna protezione. Capiterà che un raro giornale estraneo alla banda ne sveli le malefatte, ma esse resteranno confinate su quelle pagine e ben presto evaporeranno: nessuno le riprenderà per farne un caso. Se invece uno s’azzarda ad allontanarsi dall’ombrello, i cecchini sparano a vista. Se il tizio ha una pagliuzza nell’occhio, la trasformano in trave. Se non ha pagliuzze, gl’inventeranno una trave. Si cerca un personaggio in rovina, dunque disperato (ieri Gorrini e D’Adamo, ora Gaucci), gli si fa balenare un futuro radioso sotto l’ombrello, e non c’è neppure bisogno di spiegargli cosa ci si attende da lui: lo capisce da solo.

I giornali e i tg della ditta (quasi tutti) rilanciano le sue accuse come un sol uomo, anche perché l’informazione politica è ridotta a collage di dichiarazioni di politici, e tutti i politici di B. hanno ordine di ripetere sempre le stesse accuse fino alla noia. Giornali e tg non della ditta, per non sfigurare, le riprendono, magari tentando di riportarle alle giuste dimensioni, ma vengono subito tacciati di censura, con inviti ai loro lettori a non acquistarli e agli inserzionisti a ritirarne la pubblicità.

La solita Procura di Roma, che dorme sonni profondi sulle inchieste a carico di B. (Trani), si scatena con indagini, blitz, rogatorie anche se non si capisce bene dove stia il reato. E subito gli house organ pronti a titolare: “La Procura indaga”. Ergo – sottinteso – c’è del marcio in casa Fini. Se invece una procura indaga su evidenti reati di B., è la prova che B. è perseguitato, dunque innocente.

mercoledì 30 giugno 2010

Storie dell’altro target

da Il fatto quotidiano
Carino questo articolo ... comunque ... anch'io sono nel 2% non coperto! Magari siamo vicini di casa ...

La Tim e la Vodafone (e tutti gli altri) ci informano che il loro segnale mobile copre il 98% della popolazione, e non so quanto del territorio italiano. Accidenti, io sono sempre nel restante 2%? Come mai a me il segnale cade sempre, manca, arriva a stento? La famiglia bella, mattiniera, gaia, con moglie gnocca, padre figo e figlio ideale, ha un segreto: il frollino. Ieri c’ho provato anche io. Ho preso il frollino in questione e l’ho intinto nel caffè. Non si è materializzata nessuna famiglia (e soprattutto nessuna gnocca).

L’insalata che compravo tempo fa era ottima, ben imbustata, fragrante, già lavata. Poi un giorno ho notato che costava 11 euro al chilo. Mi è parso un po’ troppo. Ho verificato quella normale, sfusa, da lavare, costava 1,20 euro. Qualcuno pensa che per me lavare l’insalata sia così insopportabile da farmela pagare 10 volte tanto? Mi sono sentito molto pirla. I prodotti ad altezza spalla, nei supermercati, costano dal 15 al 30 per cento in più. Lo sapevo, certo. Però un giorno mi sono messo a guardare: quasi sempre i produttori dei prodotti erano gli stessi stabilimenti! Dunque costavano di più solo perché così evitavo di chinarmi e prendere quello sotto. Altra sensazione di essere molto pirla.

Mio padre è dovuto tornare al satellite perché il digitale terrestre non funziona. Grande battage, ve lo ricordate? Ma non va. Stavolta il grande pirla era lui, che ci aveva creduto. Le migliori sono le banche, le assicurazioni, che ci dicono che sono nostre, proprio nostre, sono la nostra casa, ma che dico, il nostro regno, disegnato tutto intorno a noi, e che se abbiamo un incidente si fanno in quattro… Beh recentemente ho avuto un sinistro in barca. L’assicurazione per pagarmi (come dovrebbe) mi chiede duecento documenti obbligatori, dunque cose che devo avere per la legge, e se non ce le ho mi danno una multa. Come se io per pagare il premio avessi chiesto loro se retribuiscono i dipendenti, se hanno pagato le tasse. Altro che regno… Sono un suddito (pirla).

L’ultima è di ieri: ho pagato una multa, ma devo tenere il tagliando per 5 anni. Perché? Per provare che ho pagato. Ma come, ho pagato! Eccomi! Non basta. Tenere tagliando. E’ un mondo di fuffa. I messaggi raccontano storie che non esistono, prodotti che non hanno valore, chincaglierie. Sono le moderne perline, i moderni specchietti che il Comandate Cook scambiava con terre e oro degli indigeni (che un giorno però lo fecero fuori e lo divorarono. Forse perché si erano rotti di essere presi in giro).

Ecco. Quando parlo di cambiamento, intendo cambiare rispetto a questo stato di cose. Cioè rispetto a ciò che di questo posso cambiare. Prenderò ancora multe per divieto di sosta, certo. Non potrò cambiare tutto. Ma qualcosa sì. Cambio visuale, cambio cultura, cambio approccio. Cambio così tanto (?!) che mi lavo l’insalata, che mi chino per prodotti meno cari (ma identici), che faccio tutto il possibile per non farmi fregare. Ma badate bene, non tanto (e non solo) economicamente. Lì posso fare qualcosa, del mio meglio. Il cambiamento vero è che non perdo tempo ad ascoltare, a credere, e perfino a diffidare. Esco dalla loro visuale, dal punto d’osservazione del capitale e chi gli fa da vedetta.

Cerco il benessere altrove, non compro nulla o quasi, non dipendo né dai prodotti né dalla loro comunicazione. Esco, vado a farmi un giro, non ascolto. Divento parte di un altro target, che dovranno sforzarsi molto di più per raggiungere. Dovranno corrermi dietro, piegarsi, lavare, restare senza segnale, ed è ancora da vedere se sapranno prendermi. Io sono altrove, inutile tentare. Sono in uno spazio dove i messaggi non hanno presa. Dove per convincermi bisogna fare molta, molta più fatica. E poi, spesso, essere preparati a fallire.

di Simone Perotti

venerdì 18 giugno 2010

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martedì 15 giugno 2010

Pretendiamo rispetto

da Antefatto

pubblico questo "accorato appello" di Gian Carlo Caselli ...
e spero con lui che quel qualcuno non sia troppo in alto per sentire ...

L'ultimo attacco di Berlusconi contro i magistrati ha lo scopo di distogliere l'attenzione dalla legge sulle intercettazioni, dalla crisi economica e dai veri problemi che angosciano il Paese

di Gian Carlo Caselli

Ennesimo attacco del premier contro i giudici, che sarebbero “politicizzati” e avrebbero l’obiettivo di rovesciare per via giudiziaria il risultato elettorale. Tesi non priva di un che di grottesco. Liquidata dalla “Jena”, sul quotidiano La Stampa, osservando che dopo 16 anni di tentativi inutili i giudici andrebbero licenziati per manifesta incapacità… Ma l’ironia non basta. La ripetizione ossessiva di una tesi, anche bislacca, con martellanti campagne spesso prive di contraddittorio, finisce per diffondere e consolidare un pregiudizio pericoloso per la democrazia. Perché in democrazia la fiducia dei cittadini nella giustizia non è un optional, ma un elemento strutturale: se viene meno, si affaccia il rischio di derive illiberali e disgreganti. I tentativi del premier di circoscrivere i suoi attacchi ad una parte della magistratura non sono credibili perché smentiti dalle vicende degli ultimi anni. L’attacco si è rivelato a geometria variabile, nel senso che è di assoluta evidenza come siano stati costretti a subirlo tutti i magistrati (proprio tutti: pm e giudici, fino alle Sezioni Unite della Cassazione e addirittura alla Corte costituzionale) che adempiendo i loro doveri, in qualunque città o ufficio, abbiano avuto la sventura di imbattersi in interessi che pretendono di sottrarsi ai controlli istituzionali previsti per tutti gli altri.

Ma l’obiettivo di una propaganda tanto infondata quanto insistita è anche distogliere l’attenzione rispetto ai veri problemi che angosciano il Paese. Riproporre il vecchio ma sempre verde ritornello della magistratura politicizzata significa parlare meno della crisi economica; della manovra finanziaria; delle pensioni; del lavoro che non c’è o se c’è è sempre più spesso nero, precario, insicuro. Significa provare ad offuscare la realtà incontestabile di una legge sulle intercettazioni che stritola in una tenaglia micidiale informazione, investigazione e sicurezza dei cittadini, picconando in un colpo solo alcune pietre angolari della democrazia. Significa continuare ad ignorare la catastrofe annunziata del sistema giustizia, per tirare invece la volata a riforme che invece di migliorare anche solo un poco l’efficienza del sistema taglieranno ancora di più le unghie agli inquirenti.

Dunque, evocare complotti giudiziari, disegni politici realizzati mediante l’azione penale, persecuzioni per motivi di parte può essere utile perché sempre meno si ragioni sui fatti. Ma questi metodi e questa cultura rischiano di uccidere la verità e la giustizia, rendendo un pessimo servizio al Paese. L’Associazione nazionale magistrati, facendo il suo mestiere, prova ad arginare questa strumentale ondata di propaganda basata sul nulla, ma gli spazi che riesce a ritagliarsi sono sempre più esigui. Il Consiglio superiore della magistratura ha sempre fatto di tutto per difendere l’autonomia e l’indipendenza dei giudici contro gli attacchi di certa politica, ma non possiede radio o televisioni che diffondano ovunque il suo “verbo”. Anzi, dovrà presto pagare il rifiuto sempre opposto alle richieste di maggior “docilità” subendo una trasformazione (due Csm separati per separare le carriere, in vista della agognata – anche se a parole negata – sottoposizione del pm al governo), trasformazione che non è prevista dalla Costituzione, ma tanto si sa che la Costituzione è vista da qualcuno come una pratica da archiviare, non come una Carta di valori irrinunciabili, una spinta al continuo miglioramento del tasso di democrazia del sistema, che nello stesso tempo funziona da argine ai tentativi di arretramento. Il ministro Guardasigilli, il presidente della Camera e il presidente del Senato potrebbero, ciascuno nell’ambito delle proprie competenze istituzionali, intervenire in qualche modo per recuperare un clima di rispetto verso l’ordine giudiziario. Non mi sembra che abbiano molta voglia di farlo. E allora, non resta che sperare in qualcun altro. Che però è troppo in alto perché possa arrivargli la voce sommessa di uno dei tanti servitori dello Stato stanchi di essere vilipesi “a gratis”.

da Il Fatto Quotidiano del 15 giugno 2010

domenica 13 giugno 2010

Costituzione a vanvera

Fonte: Antefatto

Travaglio, sempre grande! Articolo bello e triste ...

12 giugno 2010
Mentre il mondo del crimine è in festa per la legge anti-intercettazioni, il Presidente è nervosetto. Non quello del Consiglio che, anzi, è al settimo cielo: con una legge ad personam ma anche ad personas, è riuscito in un colpo solo a mettere al sicuro i suoi eventuali delitti futuri e quelli di migliaia di criminali, così nessuno potrà accusarlo di pensare solo a se stesso. No, il Presidente nervosetto è quello della Repubblica che, come a ogni legge vergogna, deve giustificare la firma che si appresta ad apporvi in calce. E, non sapendo che dire, se la prende con chi lo invita a non firmare: “Parlano a vanvera”.

Ecco, è bene che si sappia: non parla a vanvera chi insulta la Costituzione o la calpesta ogni volta che respira; ma chi gli ricorda che l’articolo 74 della Costituzione gli consente di non promulgare le leggi che non condivide o, peggio, violano la Costituzione. Parlarono e operarono a vanvera già i Padri costituenti i quali, fra gli articoli 73 e 75, infilarono quel maledetto 74 che pare scritto apposta per far dispetto a lui. Non prevedevano che un giorno sarebbe arrivato un Presidente che firma tutto e, quando gli si domanda perché non si avvalga dei poteri di cui al 74, s’incazza. Si spera che ora il governo e chiunque abbia a cuore la serenità del capo dello Stato provvedano al più presto ad abrogare quel dispettoso articolo che gli procura tanti malesseri. Basta un decreto, da approvare con la questione di fiducia, semplice semplice: “Dall’articolo 73 si passa direttamente al 75”.

I requisiti di necessità e urgenza ci sono tutti, visto lo stato nervoso del Presidente. E poi manca pure che lui non firmi proprio quello, di decreto. Risolta così la faccenda, resterà da sistemare un’altra questione di evidente rilevanza costituzionale: la disparità di trattamento fra i delinquenti incastrati dalle intercettazioni secondo la vecchia legge e quelli che la faranno franca grazie alla nuova. La mente corre commossa ai tanti criminali ingiustamente incastrati e violentati nella loro privacy per troppi anni da quell’odioso strumento di tortura. Basti pensare al povero Provenzano, prematuramente invecchiato e debilitato perché costretto per 43 lunghissimi anni, nel timore di essere intercettato, a battere a macchina con un solo dito prolissi e defatiganti pizzini, per giunta in una lingua sconosciuta: l’italiano.

Se lo Stato italiano fosse leale e sportivo, dovrebbe concedergli almeno una libera uscita e consentirgli di assaporare per qualche giorno la nuova vita del mafioso e di dare libero sfogo alla voglia matta di parlare da mane a sera con chi gli pare, al telefono o a tu per tu, senza più il patema delle cimici (che infatti potranno essere posizionate, salvo casi eccezionali, solo in luoghi pubblici: non, per dire, in una masseria fra ricotte e cicorie). Torna anche alla mente la misera fine dei cinque truffatori che un anno fa finirono dentro a Palermo con l’accusa di avere “speso nomi di persone defunte” per ottenere prestiti agevolati da società finanziarie.

Qualche settimana prima erano riuniti in un luogo privato per organizzare i piani di battaglia, ignari di essere ascoltati. Uno qualche dubbio l’aveva avuto: “Allora possiamo parlare qua, giusto?”. Un altro, profondo conoscitore della legge Alfano alla mano, ne aveva precorso i tempi: “Le microspie ci stanno per situazioni di mafia, noi stiamo parlando di truffe, quindi possiamo parlare”. Purtroppo per lui la legge non era ancora attiva: galera per tutti e cinque. Se il Parlamento si fosse spicciato, sarebbero ancora a piede libero a truffare felicemente il prossimo.

Per tutte le vittime delle intercettazioni (compresi Cuffaro, Fiorani, Ricucci, Consorte, Fazio, Moggi, Frisullo, gli scannatori della clinica Santa Rita, Saccà, Di Girolamo, Bertolaso e la sua cricca, gli sciacalli de L’Aquila e così via) bisognerà trovare adeguate forme di risarcimento postumo: cavalierati della Repubblica e di Gran Croce, laticlavi, vitalizi o almeno un abbonamento a vita alla festa del 2 giugno nei giardini del Quirinale.

Da il Fatto Quotidiano del 12 giugno

sabato 24 aprile 2010

25 Aprile, ora e sempre Resistenza

da Micromega rubo questo bell'articolo sulla Resistenza, e sul significato del 25 aprile ... che, purtroppo, ogni tanto ormai bisognerebbe ricordare anche a chi fa parte dell'ANPI ... il che rende il tutto ancora più triste ...

25 Aprile, ora e sempre Resistenza
Il 25 Aprile non può, nemmeno a 65 anni di distanza, essere considerata una tra le tante date celebrative: oggi più che mai quella data vibra di passione civile, e non soltanto di memoria storica. In fondo, è un quindicennio che la vittoria sul nazifascismo è ritornato ad essere un momento essenziale della battaglia politica, oltre che culturale, in questo sfortunato Paese. Bisogna, paradossalmente, dire grazie a Silvio Berlusconi, e ai suoi alleati-succubi, se ora noi crediamo di nuovo, con forza, nell’importanza della «celebrazione» del 25 Aprile. E non è un caso che in tante parti d’Italia, le vecchie sezioni dell’Anpi (la gloriosa associazione dei partigiani), siano state rivitalizzate da manipoli di giovani, mentre via via scomparivano, ad uno ad uno, i reduci di quella guerra fondativa della nostra Repubblica. Negli ultimi tre giorni, personalmente, sono stato invitato a parlare, da circoli Anpi, a Carpi, a Viterbo, ad Avellino. E in tutti i casi, si tratta di circoli nei quali i giovani – trentenni – hanno raccolto il testimone dai vecchi combattenti, e tentano, ben oltre la data canonica, di difendere princìpi, valori, e ideali dell’antifascismo.

Dopo i decenni dell’azione prima sotterranea, poi via via più palese del revisionismo, giunto negli ultimi anni a trasformarsi in «rovescismo», volto non solo a delegittimare i risultati politici della lotta partigiana, ma a rovesciare la verità acclarata dei fatti, siamo giunti alla resa dei conti finale. L’attacco prima storiografico, poi scopertamente ideologico, infine direttamente politico, alla Resistenza, è diventato attacco alla Costituzione Repubblicana, e ai fondamenti stessi dello Stato di diritto. Il Piano Gelli, in sostanza, con Berlusconi, è giunto alle soglie della sua piena realizzazione, e se la banda che si è impadronita del potere non è ancora riuscita a portare a termine il suo disegno di scasso istituzionale, ciò è dovuto anche alla mobilitazione permanente che, pur tra enormi difficoltà, si è manifestata e si manifesta ogni giorno, dovunque in Italia, dalle Isole alle Alpi, dal Sud che resiste alla mafia, alla camorra e alla ‘ndrangheta, al Nord che non vuole saperne di indossare la camicia verde, e men che meno di sfilare adunato in «ronde padane».

La guerra che si combatté in Italia fra l’8 settembre del ’43 e il 25 aprile del ’45 contenne, come ormai è noto, tre distinte guerre. Innanzi tutto, si trattò di una guerra di liberazione nazionale: non a caso parliamo di «liberazione», come sinonimo di Resistenza. La guerra contro un alleato trasformatosi nemico, occupante il suolo della patria. Guerra nazionale, dunque, anche se combattuta da un esercito di irregolari, anzi da un non esercito, contro due eserciti regolari, quello nazista e quello repubblichino, egualmente feroci.

In secondo luogo, una guerra sociale: lotta di classe, per un altro genere di liberazione, non più dal nemico esterno, ma dal nemico interno, il nemico di classe: fu l’improvviso ritorno, dopo le avvisaglie del marzo ’43, del protagonismo di vasti strati di ceti subalterni che, dopo un ventennio di compressione, si riaffacciavano, potentemente, a reclamare diritti sociali, economici e politici. In questa guerra emergeva l’ansia di una giustizia dei poveri, gli oppressi, coloro che erano rimasti senza voce per troppo tempo; c’era la speranza del cambiamento politico e sociale. Questo fu «il vento del Nord», espressione oggi compromessa da un improprio uso leghista: e la «Resistenza tradita» significò la mancata realizzazione di quegli obiettivi sociali, come per decenni la Sinistra, quando faceva il suo mestiere, denunciò.

Infine, una guerra civile: italiani contro italiani, antifascisti contro fascisti, guerra di ideali e di interessi insieme, di valori e di opzioni politiche. Sottesa a questo scontro c’era la necessità di individuare e combattere i nemici anche tra i connazionali (di lingua e di suolo), ma non nel senso della nazione democratica, come scelta condivisa di valori e ideali.

Le tre guerre si mescolarono. Nella guerra civile vi era la guerra di classe, nella guerra nazionale la guerra civile: i fascisti difendevano interessi padronali, perlopiù, ed erano alleati (subordinati) dei tedeschi: dunque combattendo i fascisti si combatteva il padronato e il nazismo. E combattendo i padroni si combattevano i tedeschi e i fascisti; mentre combattendo contro l’invasore tedesco (dunque per la patria italiana) si combatteva contro il regime fascista, che invano tentava di rinascere dalle proprie ceneri, proprio grazie al poco disinteressato aiuto tedesco.

Più che alle pure pregevolissime ricerche storiche, ci sono dei testi d’altro genere a cui occorrerebbe sempre ritornare, per capire la nuda essenza del 25 Aprile, e la sua luminosa bellezza: le Lettere dei condannati a morte della Resistenza (esistono in commercio sia quelle della Resistenza italiana, sia quelle della Resistenza europea). Vi possiamo trovare quanto basta per non perdere di vista il senso profondo di quella guerra. Difficile resistere alla commozione davanti alla semplicità innocente di quei ragazzi e ragazze, donne e uomini maturi, che si sono battuti, immolati, o hanno sacrificato affetti, beni, tempo, carriera, vita, per difendere un bene che oggi è di nuovo a rischio: la libertà di tutti. Da questo punto di vista, con un pizzico di retorica, vorrei ribadire forte e chiaro che nessun “rovescismo” può cancellare il significato della Resistenza, atto davvero di liberazione, di creazione di un nuova Italia, che cercava di ribaltare tutto quanto, dal punto di vista prima di tutto etico, aveva significato il fascismo e il suo regime.

Se oggi possiamo discuterne liberamente come liberamente possiamo discutere e litigare di politica e di qualsiasi altro tema (almeno finché ce lo lasceranno fare i nuovi padroni, che gli spazi di libertà cercano diuturnamente di comprimere e limitare), lo dobbiamo anche e, almeno sul piano morale, innanzi tutto a quegli eroi perlopiù sconosciuti, eroi ora per caso, ora per scelta, ora per necessità, i cui nomi a stento si leggono sulle sbiadite targhe delle nostre strade, davanti alle quali le amministrazioni comunali o le locali sezioni e i nuovi circoli dell’Anpi mettono un fiore pietoso ad ogni ricorrenza del 25 Aprile, aggiungendo magari un tricolore, a sottolineare che la Repubblica è il frutto di quel sangue. Ad esse gettiamo un’occhiata distratta e rapida, specie quando quei fiori sono freschi: e la prima cosa che ci colpisce è la varietà di collocazione sociale, con una netta prevalenza dei ceti popolari: operaio, tipografo, tramviere, impiegato, studente, insegnante, ferroviere, artigiano, manovale… Il secondo elemento che balza all’occhio pur distratto, è l’età: ad essere «barbarmente trucidati» – come spesso si esprime il canonico stile marmoreo – sono fanciulli (dai 14 anni in su) o poco più che tali; gente semplice, umile, ma determinata e forte.

Davanti a quelle pietre, come davanti ai testi dei condannati, scritti sovente su materiali di fortuna, prima che il boia giungesse a prelevarli dalle celle per portarli al patibolo, abbiamo il dovere morale non soltanto del rispetto e della memoria solidale, ma quello civile, ciascuno nel suo ambito, di raccogliere il testimone – come i giovani che animano le sezioni dell’Anpi, oggi – per le nuove battaglie che premono, a cominciare dalla strenua difesa della Costituzione Repubblicana, sottoposta a un attacco incessante, tendenzialmente devastante. Al cospetto di quei martiri, e dinnanzi alla necessità di questa battaglia (che difende tutti, anche coloro che la pensano diversamente), nessuno potrà dire, domani, che non aveva capito.

Angelo d’Orsi

(24 aprile 2010)

giovedì 15 aprile 2010

A volte qualcuno riesce ancora a farci sognare e credere nell'umanità ... grazie, imprenditore di Adro!

Sono figlio di un mezzadro che non aveva soldi ma un infinito patrimonio di dignità. Ho vissuto i miei primi anni di vita in una cascina come quella del film L'albero degli zoccoli. Ho studiato molto e oggi ho ancora intatto tutto il patrimonio di dignità e inoltre ho guadagnato i soldi per vivere bene.

È per questi motivi che ho deciso di rilevare il debito dei genitori di Adro che non pagano la mensa scolastica. A scanso di equivoci, premetto che: non sono "comunista". Alle ultime elezioni ho votato per Formigoni. Ciò non mi impedisce di avere amici di tutte le idee politiche. Gli chiedo sempre e solo la condivisione dei valori fondamentali e al primo posto il rispetto della persona. So perfettamente che fra le 40 famiglie alcune sono di furbetti che ne approfittano, ma di furbi ne conosco molti. Alcuni sono milionari e vogliono anche fare la morale agli altri. In questo caso, nel dubbio sto con i primi. Agli extracomunitari chiedo il rispetto dei nostri costumi e delle nostre leggi, chiedo con fermezza ed educazione cercando di essere il primo a rispettarle. E tirare in ballo i bambini non è compreso nell'educazione.

Ho sempre la preoccupazione di essere come quei signori che seduti in un bel ristorante se la prendono con gli extracomunitari. Peccato che la loro
Mercedes sia appena stata lavata da un albanese e il cibo cucinato da un egiziano. Dimenticavo, la mamma è a casa assistita da una signora dell'Ucraina. Vedo attorno a me una preoccupante e crescente intolleranza verso chi ha di meno. Purtroppo ho l'insana abitudine di leggere e so bene che i campi di concentramento nazisti non sono nati dal nulla, prima ci sono stati anni di piccoli passi verso il baratro. In fondo in fondo chiedere di mettere una stella gialla sul braccio agli ebrei non era poi una cosa che faceva male. I miei compaesani si sono dimenticati in poco tempo da dove vengono. Mi vergogno che proprio il mio paese sia paladino di questo spostare l'asticella dell'intolleranza di un passo all'anno, prima con la taglia, poi con il rifiuto del sostegno regionale, poi con la mensa dei bambini, rna potrei portare molti altri casi.

Quando facevo le elementari alcuni miei compagni avevano il sostegno del patronato. Noi eravamo poveri, ma non ci siamo mai indignati. Ma dove sono i miei compaesani, ma come è possibile che non capiscano quello che sta avvenendo? Che non mi vengano a portare considerazioni "miserevoli". Anche il padrone del film di cui sopra aveva ragione. La pianta che il contadino aveva tagliato era la sua. Mica poteva metterla sempre lui la pianta per gli zoccoli. (E se non conoscono il film che se lo guardino...). Ma dove sono i miei sacerdoti? Sono forse disponibili a barattare la difesa del crocifisso con qualche etto di razzismo. Se esponiamo un bel rosario grande nella nostra casa, poi possiamo fare quello che vogliamo? Vorrei sentire i miei preti "urlare", scuotere l'animo della gente, dirci bene quali sono i valori, perché altrimenti penso che sono anche loro dentro il "commercio".

Ma dov'è il segretario del partito per cui ho votato e che si vuole chiamare "partito dell'amore". Ma dove sono i leader di quella Lega che vuole candidarsi a guidare l'Italia. So per certo che non sono tutti ottusi ma che non si nascondano dietro un dito, non facciano come coloro che negli anni 70 chiamavano i brigatisti "compagni che sbagliano". Ma dove sono i consiglieri e gli assessori di Adro? Se credono davvero nel federalismo, che ci diano le dichiarazioni dei redditi loro e delle famiglie negli ultimi 10 anni. Tanto per farci capire come pagano le belle cose e case. Non vorrei mai essere io a pagare anche per loro. Non vorrei che il loro reddito (o tenore di vita) venga dalle tasse del papà di uno di questi bambini che lavora in fonderia per 1.200 euro mese (regolari).

Ma dove sono i miei compaesani che non si domandano dove, come e quanti soldi spende l'amministrazione per non trovare i soldi per la mensa. Ma da dove vengono tutti i soldi che si muovono, e dove vanno? Ma quanto rendono (O quanto dovrebbero o potrebbero rendere) gli oneri dei 30000 metri cubi del laghetto Sala. E i 50000 metri della nuova area verde sopra il Santuario chi li paga? E se poi domani ci costruissero? E se il Santuario fosse tutto circondato da edifici? Va sempre bene tutto? Ma non hanno il dubbio che qualcuno voglia distrarre la loro attenzione per fini diversi. Non hanno il dubbio di essere usati? È già successo nella storia e anche in quella del nostro paese.

IL SONNO DELLA RAGIONE GENERA MOSTRI. Io sono per la legalità. Per tutti e per sempre. Per me quelli che non pagano sono tutti uguali, quando non pagano un pasto, ma anche quando chiudono le aziende senza pagare i fornitori o i dipendenti o le banche. Anche quando girano con i macchinoni e non pagano tutte le tasse, perché anche in quel caso qualcuno paga per loro. Sono come i genitori di quei bambini. Ma che almeno non pretendano di farci la morale e di insegnare la legalità perché tutti questi begli insegnamenti li stanno dando anche ai loro figli.

E CHI SEMINA VENTO, RACCOGLIE TEMPESTA! I 40 bambini che hanno ricevuto la lettera di sospensione servizio mensa, fra 20/30 anni vivranno nel nostro paese. L'età gioca a loro favore. Saranno quelli che ci verranno a cambiare il pannolone alla casa di riposo. Ma quel giorno siamo sicuri che si saranno dimenticati di oggi? E se non ce li volessero piu cambiare? Non ditemi che verranno i nostri figli perché il senso di solidarietà glielo stiamo insegnando noi adesso. È anche per questo che non ci sto. Voglio urlare che io non ci sto. Ma per non urlare e basta ho deciso di fare un gesto che vorrà dire poco, ma vuole tentare di svegliare la coscienza dei miei compaesani. Ho versato quanto necessario a garantire il diritto all'uso della mensa per tutti i bambini, in modo da non creare rischi di dissesto finanziario per l'amministrazione.

In tal modo mi impegno a garantire tutta la copertura necessaria per l'anno scolastico 2009/2010. Quando i genitori potranno pagare, i soldi verranno versati in modo normale, se non potranno a vorranno pagare il costa della mensa residua resterà a mio totale carico. Ogni valutazione dei vari casi che dovessero crearsi è nella piena discrezione della responsabile del servizio mensa. Sono certo che almeno uno di quei bambini diventerà docente universitario o medico o imprenditore o infermiere e il suo solo rispetto varrà la spesa. Ne sono certo perché questi studieranno mentre i nostri figli faranno le notti in discoteca o a bearsi con i valori del "grande fratello".

Il mio gesto è simbolico perché non posso pagare per tutti o per sempre e comunque so benissimo che non risolvo certo i problemi di quelle famiglie. Mi basta sapere che per i miei amministratori, per i miei compaesani e molto di più per quei bambini sia chiaro che io non ci sto e non sono solo. Molto più dei soldi mi costerà il lavorio di diffamazione che come per altri casi verrà attivato da chi sa di avere la coda di paglia. Mi consola il fatto che catturerà soltanto quelle persone che mi onoreranno del loro disprezzo. Posso sopportarlo. L'idea che fra 30 anni non mi cambino il pannolone invece mi atterrisce. Ci sono cose che non si possono comprare. La famosa carta di eredito c'e, ma solo per tutto il resto.


Un cittadino di Adro

lunedì 12 aprile 2010

Flores d’Arcais: Perché Ratzinger e Wojtyla sono responsabili per la peste pedofila

di Paolo Flores d’Arcais, Il Fatto Quotidiano, 10 aprile 2010

Cinque anni fa, durante la solenne Via Crucis del venerdì santo al Colosseo, Joseph Ratzinger esclamava: “Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Cristo!”. In questi giorni ci è stato ripetuto che la “sporcizia” di cui si scandalizzava Ratzinger era proprio quella dei sacerdoti pedofili, a dimostrazione che la Chiesa gerarchica già allora (solo cinque anni fa, comunque) non aveva alcuna intenzione di “insabbiare”. Ma quanta di tale “sporcizia” è stata da Ratzinger realmente denunciata? Denunciata, vogliamo dire, nell’unico modo in cui si denuncia un crimine, perché sia fermato e non possa essere reiterato: ai magistrati dei diversi paesi. Quanti di quei sacerdoti pedofili? Nessuno e mai.

Non nascondiamoci perciò dietro un dito. La copertura che è stata data per anni (anzi decenni) a migliaia di preti pedofili sparsi in tutto il mondo, non denunciandoli alle autorità giudiziarie, garantendo perciò ai colpevoli un’impunità che ha consentito loro di reiterare lo stupro su decine di migliaia di minorenni (talora handicappati), chiama direttamente e personalmente in causa la responsabilità di Joseph Ratzinger e di Karol Wojtyla. Se responsabilità morale o anche giuridica, lo decideranno tra breve alcuni tribunali americani. La responsabilità morale è comunque evidenziata dagli stessi documenti che l’Osservatore Romano (organo della Santa Sede) ha ripubblicato qualche giorno fa.

Qui non stiamo infatti considerando i casi singoli di “insabbiamento” anche nell’ambito della “giustizia” ecclesiastica, ormai accertati e riportati dalla stampa soprattutto americana e tedesca, e che vanno moltiplicandosi man mano che si allenta la cappa di omertà, paura e rassegnazione. Ci riferiamo invece alla responsabilità diretta e personale dei due pontefici per tutti i delitti di pedofilia ecclesiastica che non sono stati denunciati alle autorità civili, molti dei quali, ripetiamolo – mai come in questa circostanza orribile repetita juvant – non sarebbero mai stati perpetrati se casi precedenti fossero stati denunciati e sanzionati nei tribunali statali.

La questione cruciale è infatti proprio questa: non la “Chiesa” in astratto, ma le sue gerarchie, e in particolare il Sommo Pontefice e il cardinal Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, hanno imposto un obbligo tassativo a tutti i vescovi, sacerdoti, personale ausiliario ecc., sotto solenne giuramento sul Vangelo, di non rivelare se non ai propri superiori, e dunque di non far trapelare minimamente alle autorità civili, tutto ciò che avesse a che fare con casi di pedofilia ecclesiastica.

La confessione viene da loro stessi. L’Osservatore Romano ha ripubblicato il motu proprio di Giovanni Paolo II, che riservava al “Tribunale apostolico della Congregazione … il delitto contro la morale”, cioè “il delitto contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età”, e la “Istruzione” attuativa della Congregazione per la Dottrina della Fede, con queste inderogabili disposizioni: “Ogni volta che l’ordinario o il gerarca avesse notizia almeno verosimile di un delitto riservato, dopo avere svolto un’indagine preliminare, la segnali alla Congregazione per la dottrina della fede”.

Tutte le “notitiae criminis” devono insomma affluire ai vertici, la Congregazione per la dottrina della Fede (Prefetto il cardinal Ratzinger, segretario monsignor Bertone) e il Papa. Sarà la congregazione a decidere se avocare a sé la causa oppure “comandare all’ordinario o al gerarca, dettando opportune norme, di procedere a ulteriori accertamenti attraverso il proprio tribunale”. Papa e Prefetto, insomma, sono informati di tutto (sono anzi gli unici a sapere tutto) e sono loro, esclusivamente, ad avere l’ultima e la prima parola sulle procedure da seguire.

Decidano direttamente, per avocazione, o demandino il “processo” al Tribunale ecclesiastico diocesano, ovviamente la “pena” estrema (quasi mai comminata) è solo la riduzione allo stato laicale del sacerdote. In genere si limitato invece a spostare il sacerdote da una parrocchia all’altra. Dove ovviamente reitererà il suo crimine. “Pena” esclusivamente canonica, comunque. Nessuna denuncia deve invece esser fatta alle autorità civili. La Chiesa gerarchica si occuperà insomma del “peccato” (in genere con incredibile indulgenza) ma terrà segreto e coperto il “reato”. Che perciò resterà impunito. E potrà essere reiterato impunemente. Perché l’ordinanza della Congregazione, in ottemperanza al motu proprio del Papa, è imperativa e non lascia margini di scampo: “Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio”.

Di cosa si tratta? E’ spiegato in un documento vaticano del marzo 1974, una “Istruzione” emanata dall’allora segretario di Stato cardinale Jean Villot, seguendo le volontà espresse da Paolo VI in un’udienza ad hoc.

Leggiamone i passi cruciali. “In taluni affari di maggiore importanza si richiede un particolare segreto, che viene chiamato segreto pontificio e che dev’essere custodito con obbligo grave … Sono coperti dal segreto pontificio …” e qui seguono numerosissimi casi, tra i quali due fattispecie in entrambe le quali rientrano i casi di pedofilia ecclesiastica. Il punto 4 (“le denunce extra-giudiziarie di delitti contro la fede e i costumi, e di delitti perpetrati contro il sacramento della penitenza, come pure il processo e la decisione riguardanti tali denunce”) e il punto 10 (“gli affari o le cause che il Sommo Pontefice, il cardinale preposto a un dicastero e i legati della Santa Sede considereranno di importanza tanto grave da richiedere il rispetto del segreto pontificio”).

Ancora più interessante il minuzioso elenco delle persone che “hanno l’obbligo di custodire il segreto pontificio”:
“1) I cardinali, i vescovi, i prelati superiori, gli officiali maggiori e minori, i consultori, gli esperti e il personale di rango inferiore, cui compete la trattazione di questioni coperte dal segreto pontificio; 2) I legati della Santa Sede e i loro subalterni che trattano le predette questioni, come pure tutti coloro che sono da essi chiamati per consulenza su tali cause; 3) Tutti coloro ai quali viene imposto di custodire il segreto pontificio in particolari affari; 4) Tutti coloro che in modo colpevole, avranno avuto conoscenza di documenti e affari coperti dal segreto pontificio, o che, pur avendo avuto tale informazione senza colpa da parte loro, sanno con certezza che essi sono ancora coperti dal segreto pontificio”.

Insomma, certosinamente tutti. Non c’è persona che possa direttamente o indirettamente entrare in contatto con tale “sporcizia” a cui sia concesso il benché minimo spiraglio per poter far trapelare qualcosa alle autorità civili e quindi fermare il colpevole. La “sporcizia” dovrà restare nelle “segrete del Vaticano”, pastoralmente protetta e resa inavvicinabile dalle curiosità troppo laiche di polizie e magistrati. L’impunità penale dei sacerdoti pedofili sarà di conseguenza assoluta e garantita.
Per raggiungere questo obiettivo, che rovinerà la vita a migliaia di bambini e bambine, si esige anzi un giuramento dalla solennità sconvolgente.

Recita l’istruzione: “Coloro che sono ammessi al segreto pontificio in ragione del loro ufficio devono prestar giuramento con la formula seguente: ‘Io… alla presenza di…, toccando con la mia mano i sacrosanti vangeli di Dio, prometto di custodire fedelmente il segreto pontificio nelle cause e negli affari che devono essere trattati sotto tale segreto, cosicché in nessun modo, sotto pretesto alcuno, sia di bene maggiore, sia di causa urgentissima e gravissima, mi sarà lecito violare il predetto segreto. Prometto di custodire il segreto, come sopra, anche dopo la conclusione delle cause e degli affari, per i quali fosse imposto espressamente tale segreto. Qualora in qualche caso mi avvenisse di dubitare dell’obbligo del predetto segreto, mi atterrò all’interpretazione a favore del segreto stesso. Parimenti sono cosciente che il trasgressore di tale segreto commette un peccato grave. Che mi aiuti Dio e mi aiutino questi suoi santi vangeli che tocco di mia mano’”.
Formula solenne e terribile, che davvero non ha bisogno di commenti. Dalle conseguenze tragiche e devastanti per migliaia di esistenze.

Tutte le Istruzioni di cui sopra sono ancora in vigore. Il giuramento ha funzionato. In questi giorni di aspre polemiche, infatti, la Chiesa gerarchica non ha potuto esibire un solo caso di sua denuncia spontanea alle autorità civili, con il quale avrebbe potuto rivendicare qualche episodio di non omertà e di “buona volontà”.

Il “buon nome” della Chiesa è venuto sempre prima, sulla pelle di migliaia di bambini e infangando e calpestando quel “sinite parvulos venire ad me” (Vulgata, Matteo 19,14) del Vangelo su cui si è fatta giurare questa raccapricciante congiura del silenzio. Sempre più testimonianze confermano anzi di una Chiesa gerarchica indaffarata per decenni a “troncare e sopire”, e anzi a negare l’evidenza (in una corte si chiamerebbe spergiuro) o a intimidire le vittime (in una corte si chiamerebbe ricatto o violenza) se qualche ex-bambino ad anni di distanza trovava il coraggio di sporgere denuncia. I casi del genere ormai emersi sono talmente tanti che “il mio nome è Legione”, come dice lo “spirito immondo” di cui Marco, 5,9.

Di fronte a documenti ufficiali talmente “parlanti” si resta dunque allibiti che nessuno chieda ai vertici della Chiesa gerarchica, il Papa e il Prefetto della Congregazione per la Fede, ragione di tanta squadernata responsabilità. Monsignor Bertone, all’epoca della “Istruzione” di Ratzinger vescovo di Vercelli e segretario della Congregazione (il vice di Ratzinger, insomma, allora come oggi), in un’intervista del febbraio 2002 al mensile 30Giorni, ispirato da Comunione e Liberazione e diretto da Giulio Andreotti, si stracciava le vesti dall’indignazione all’idea che un vescovo potesse denunciare il sacerdote pedofilo alle autorità giudiziarie: al giornalista che si faceva eco delle ovvie preoccupazioni dei cittadini con un: “eppure si può pensare che tutto ciò che viene detto al di fuori della confessione non rientri nel ‘segreto professionale’ di un sacerdote...” rispondeva a muso duro: “se un fedele non ha più nemmeno la possibilità di confidarsi liberamente, al di fuori della confessione, con un sacerdote … se un sacerdote non può fare lo stesso con il suo vescovo perché ha paura anche lui di essere denunciato... allora vuol dire che non c’è più libertà di coscienza”. Libertà di coscienza, proprio così.

Quella libertà di coscienza che il mondo moderno, grazie all’eroismo di spiriti eretici mandati puntualmente al rogo, e all’azione del vituperatissimo illuminismo, è riuscito a strappare contro Chiesa (che la giudicava pretesa diabolica), viene ora invocata per garantire l’impunità a migliaia di preti pedofili. Cosa si può dire di fronte a tanta … (lascio in sospeso il vocabolo, non sono riuscito a trovarne uno adeguato alla “cosa” e che rispetti il detto secondo cui “nomina sunt consequentia rerum”)?

Che senso ha, perciò, continuare a parlare di “propaganda grossolana contro il Papa e i cattolici” (l’Osservatore Romano”), di “attacchi calunniosi e campagna diffamatoria” (idem), di “eclatante campagna diffamatoria” (Radio vaticana), di “furibonda fobia scatenata contro la Chiesa Cattolica” (Joaquin Navarro Vals), di “menzogna e violenza diabolica” (monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino), di “accuse menzognere” (cardinal Angelo Scola), di “accuse ignobili e false” (cardinal Carlo Maria Martini), e chi più ne ha più ne metta, visto che sono gli stessi documenti vaticani a confessare la linea di catafratto rifiuto della Chiesa gerarchica ad ogni ipotesi di denuncia dei colpevoli alle autorità giudiziarie secolari? E si badi, il “Motu proprio” e l’”Istruzione” del 2001 segnano un momento considerato di maggiore severità di Santa Madre Chiesa nei confronti dei sacerdoti pedofili. Possiamo immaginarci cosa fosse prima.

Davvero di fronte a questo scandalo la miglior difesa è l’attacco, come sembrano aver deciso i vertici vaticani? Punta di diamante di tale strategia è il cardinal Sodano, decano del Sacro Collegio, che sull’Osservatore Romano del 6-7 aprile tuona: “La comunità cristiana si sente giustamente ferita quando si tenta di coinvolgerla in blocco nelle vicende tanto gravi quanto dolorose di qualche sacerdote, trasformando colpe e responsabilità individuali in colpa collettiva con una forzatura veramente incomprensibile”.

No cara eminenza, nessuno si sogna di coinvolgere in blocco la comunità cristiana, nemmeno nel più ristretto senso di comunità cattolica, qui si tratta solo della Chiesa gerarchica e delle sue massime autorità, che hanno imposto il silenzio del “segreto pontificio” e dunque impedito che le autorità statali mettessero i sacerdoti pedofili nella condizione di non nuocere. E poiché nel catechismo è scritto innumerevoli volte che si può peccare in modo equivalente “per atti o per omissioni”, vorrà convenire che attraverso questa omissione resa solenne e inderogabile attraverso il “segreto pontificio”, il Papa e il cardinal Prefetto si sono resi responsabili (di certo moralmente) delle migliaia di crimini di pedofilia che sollecite denunce alle autorità statali avrebbero invece impedito. E’ purtroppo un dato di fatto acclarato che aver voluto trattare questi crimini semplicemente all’interno del diritto canonico, e nella maggior parte dei casi limitandosi oltretutto a spostare il sacerdote violentatore da una parrocchia all’altra, ha avuto il risultato di diffondere la peste pedofila.

Tentare di corresponsabilizzare tutti i fedeli è anzi un “gioco sporco”, cara eminenza. Dubito che la grande maggioranza dei fedeli sapesse del “segreto pontificio” e delle sue implicazioni di dovere insuperabile del silenzio nei confronti di qualsiasi autorità esterna (polizie e magistrati) alle gerarchie ecclesiastiche. Dubito che se ne avesse avuto conoscenza avrebbe approvato l’idea che i nomi dei preti pedofili dovessero restare sepolti nelle “segrete del Vaticano” a tutela del “buon nome” della Chiesa.

In questa orribile vicenda non è in discussione la Chiesa nell’accezione di “popolo di Dio” o comunità dei fedeli. E’ in discussione, cara eminenza, solo, sempre ed esclusivamente la Chiesa gerarchica e i suoi vertici. Timothy Shriver, figlio di Eunice Kennedy, dunque esponente della più famosa famiglia cattolica d’America, dunque parte della Chiesa in quanto comunità dei credenti, ha pubblicato sul Washington Post un appello – da cattolico – in cui è detto senza mezzi termini: “Se questa Chiesa, con la sua attuale gerarchia, col suo Papa e i suoi vescovi, non saprà confessare la Verità; se continuerà a nascondere le proprie colpe, come Nixon lo scandalo Watergate; se si dimostrerà più votata al potere che a Dio, allora noi cattolici dovremo cercare altrove una guida spirituale”. Solo il 27% dei cattolici americani (la Chiesa nel senso del “popolo di Dio”), interpellati da un sondaggio della Cbs il 2 aprile, ha espresso un giudizio favorevole e di fiducia in Ratzinger e nei suoi vescovi (la Chiesa nel senso della Gerarchia). Addirittura solo uno su cinque, sulla questione specifica dell’atteggiamento verso lo scandalo dei preti pedofili.

Torniamo perciò al punto cruciale. Wojtyla e Ratzinger hanno preteso e imposto che i crimini di pedofilia venissero trattati solo come peccati, anziché come reati, o al massimo come “reati” di diritto canonico anziché reati da denunciare immediatamente alle autorità giudiziarie secolari. Queste omesse denunce sono responsabili di un numero imprecisato ma altissimo di violenze pedofile che altrimenti sarebbero state evitate.

Se l’attuale regnante Pontefice ha davvero capito l’enormità della “sporcizia” e la necessità di contrastarla senza tentennamenti anche sul piano della giustizia terrena, può dimostrarlo in un modo assai semplice: abrogando immediatamente con “Motu proprio” le famigerate “Istruzioni” che fanno riferimento al “segreto pontificio” e sostituendolo con l’obbligo per ogni diocesi e ogni parrocchia di denunciare immediatamente alle autorità giudiziarie ogni caso di cui vengano a conoscenza. E spalancando gli archivi, consegnandoli a tutti i tribunali che ne facciano richiesta, visto che alcuni paesi hanno deciso di aprire per la denuncia del crimine una “finestra” di un anno per sottrarre alla prescrizione anche vicende lontane.

Se non avrà questa elementare coerenza, non si straccino le vesti il cardinal decano e tutti i cardinali del Sacro Collegio nell’anatema contro i credenti e i non credenti che insisteranno nel giudicare corrivo l’atteggiamento attualmente scelto.

Tanto più che la Chiesa gerarchica, che in tal modo si rifiuterebbe di ordinare alle proprie diocesi la collaborazione per punire come reato il peccato di pedofilia dei sui chierici e pastori, è la stessa che pretende di trasformare in reati, sanzionati dalle leggi dello Stato e relative punizioni, quelli che ritiene peccati (aborto, eutanasia, fecondazione eterologa, controllo artificiale delle nascite, ecc.), e che per tanti cittadini sono invece solo dei diritti, ancorché dolorosi o dolorosissimi.

(10 aprile 2010)

fonte: Micromega

martedì 23 marzo 2010

Autobiografia di una maggioranza - di Andrea Scanzi

da "Il Criminoso" di Micromega ...

riporto tutto l'articolo ... votiamo la foto più bella ... io sono indecisa tra la croce celtica e la casalinga di Voghera ...

Autobiografia di una maggioranza

di Andrea Scanzi

Il milione di persone che ha raccolto l’invito del presidente del Consiglio e ha percorso le vie di Roma è la dimostrazione concreta che il berlusconismo non volge affatto al termine ma è vivo e lotta insieme a noi“. Sono parole, austere e fiere, deflagranti e rifulgenti, che faccio mie. Purtroppo non le ho scritte io, ma Maurizio Brutpietro in uno dei suoi frequenti moti di prognatismo carnivoro. Bravo Mascellone nostro: la Forza è in te. Daje mo’.
Vi rode, eh? Siete cresciuti col mito fatuo delle manifestazioni, degli scioperi, delle adunate. Credevate che gli unici capaci di scendere in piazza fossero quelli di sinistra, cioè voi, pusillanimi e lavativi, ieri rossi e oggi viola. E invece vi è caduto un altro postulato effimero: siete carne morta (cit).
Berlusconi ha adunato un milione di adepti, che per Emilio Fede sono 12 e per il filosofo Gasparri (che li ha contati uno ad uno, usando i fagioli zolfini come pallottoliere) addirittura 39.
E’ stato un trionfo. All’acme di una giornata in cui hanno trionfato amore e gioia, c’è stato anche il giuramento. Lo si osservi: neanche Stefano Benni sott’acido avrebbe saputo fare di meglio.
Stavolta non faremo (parlo in prima persona plurale, come il Divino Otelma) l’esegesi di reperti audio-video. Racconteremo bensì (?) L’Evento mediante alcuni scatti fotografici. Faremo satira visiva. Funziona così: se ridete, sono bravo io. Se non ridete, non capite le mie battute perché siete ignoranti e la vostra idea di cultura coincide con le bozze di Emmaus di Alessandro Baricco. Se vi prende un po’ di malinconia, siete nati nel paese sbagliato.
Si dia inizio, con media sicumera, alla carrellata.
- Le Stazioni del Calvario (Prima Sosta): L’Adunanza

milionidipersone
Questo scatto dimostra, da solo, come le cifre prosserte (?) da Silvio Berlusconi corrispondano al vero. C’era davvero un milione di persone in piazza. Alle centocinquantamila assise nell’agone repubblichino e puntualmente rilevate dalla Questura (organo notoriamente bolscevico), vanno infatti aggiunte le 700mila unità assiepate dentro il capannone verdolino (in basso a destra) e le 49mila999 infermiere nascoste, una sopra l’altra, dentro le ambulanze. La milionesima persona, sepolta sotto la tomaia della Brambilla, era Luigi Amicone. Luigi uno di noi, uuuuuuno di noi, Luigi uuuuuno di noiiiiiii (tutti insieme: è un coro da stadio, va fatta anche la ola brandendo un autoscatto di Taradash per amplificare l’effetto scenico).

- Le stazioni del Calvario (Seconda Sosta): Foto di gruppo con blackberry
politici 2
Eccola, l’ammiraglia del potere. Il nucleo avanguardista della liberazione liberale, riformista e (parecchio) riformata. In prima fila vi è scintillio di scibile, esondazione di cervelli. Profluvio di Sapere. Da sinistra si scorge l’ineffabile Fitto, sciaguratamente rivolto a sinistra in un moto di labirintite bakuniana; Lady Ravetto, che gesticola cercando affannosamente il suo Blackberry; Alfano, fieramente vacuo nella sua tronfia ottusità; Scajola, che rimpiange i fasti delle mattanze alla Diaz; Brontolo; la Prestigiacomo, sepolta da uno scialle tricolore che trasuda amor patrio; Gasparri, col pulloverino stinto preso ai saldi dell’Upim, postura plastica da dromedario sciatico e l’occhio bovino proteso alla ricerca di un Questore qualsiasi (e senz’altro ubriaco) da insultare; Cicchitto, col consueto surplus di carisma e quella eroticissima permanente naturale in poliuretano caprino espanso. Infine, l’elegante Santanchè, intenta a dialogare aulicamente – citando Kierkegard e Sylos Labini – con Alessandro Meluzzi (fuori inquadratura). A me queste cose mi caricano, e soprattutto agli italiani gli caricano (cit).

- Le stazioni del calvario (Terza Sosta)
: Al ballo mascherato della gran società

politici
Spuntano nuove menti eccelse (le stesse, verosimilmente, che hanno scritto “vincie” con due “i”, chiara libertà letteraria dai rimandi gaddiani). Ecco il Sindaco di Roma, Alemanno, che più che ridere pare tradire un certo imbarazzo nell’osservare la pettinatura Big Jim dell’ineffabile Fitto. Al centro, statuaria come un castello di sabbia in un giorno di maremoto, troneggia la Polverini. Ella ride. Ecco: la Polverini ride. Sempre. Fateci caso: in ogni foto, lei ride. Le va concesso di prendere benissimo la sua situazione (Moacyr Barbosa fu zimbellato per molto meno *). Accanto a lei, un ex fascista qualsiasi. Nella tasca dell’ex fascista qualsiasi, spunta il ciuffo di Brontolo (nomignolo affettuoso, s’intende: ho sempre amato le favole). Alla destra della foto, la Santanché continua a citare Sylos Labini con Meluzzi (fuori inquadratura). Della foto piace molto lo sguardo affascinante di Giovanardi, che appare dietro Alemanno esibendo un profilo greco vagamente riconducibile a Jabba the Hat (con la “a”, non con la “u”: Hat, non Hut. Non è una Pizza).

- Le stazioni del calvario (Quarta Sosta): L’ernia sacrificale di Alfano

politici 4
Ella ride. E’ lei è lei, è la Polverini. Che ride. Ride. Ride. Oh, quanto ride. Varie correnti di pensiero si interrogano sulle motivazione di tale ilarità irrefrenabile. Tesi pecoreccia: Cicchitto ce sta a prova’. Tesi boccaccesca: Gasparri, con fare tronfio e virile, ha appena sganciato una pugnetta di media consistenza chimica. Tesi littoria: Alemanno stava imitando Mussolini a Piazza Venezia (come si evince dalla postura prognatica), e alla Polverini Piazza Venezia ha sempre fatto ridere molto. La foto, di grande tenore drammatico, commuove per il sacrificio spinale del Ministro Alfano, che nello stentoreo tentativo di abbassarsi ai livelli sotto il livello del mare di Brontolo, lascia sul campo tre vertebre, un’ernia iatale e uno scompio dorsale fulminante. Vi sia lode.

- Le stazioni del Calvario (Quinta Sosta): L’ira funesta del divino Brontolo

brunetta
La foto, bella come il sole in un giorno di tsunami, denota il cipiglio della classe politica berlusconiana. Nello specifico, cosa stava dicendo Brunetta? Ipotesi musicale: stava cantando, con foga autobiografica, Un giudice di De André. Ipotesi erotica: stava dicendo “Questa qua dietro mi tira come un carro di buoi in salita”, alludendo alla sciantosa rossastra che spunta (parecchio) da sopra (va be’) le sue spalle. Ipotesi dotta: stava gridando “Pocciate qua, comunisti di questa gran ceppa de minchia” (però con affetto). Ipotesi fetish: stava urlando “Che palle ‘sto tacco 12, io oggi volevo venire a piedi nudi ma Silvio non ha voluto”.

- Le stazioni del Calvario (Sesta Sosta): In the name of love

ITALY PEOPLE OF FREEDOM RALLY
Questo scatto, da solo, mostra l’amore a cui alludono i leader del centrodestra. Un amore totalizzante e totalitario, fatto di affetto e tolleranza, fratellanza e libertà. Un amore che, se solo Himmler fosse ancora vivo, si sentirebbe quasi a casa.

- Le stazioni del Calvario (Settima Sosta): La giustizia

borsellino
Amena foto, che molto ha fatto discutere, in cui i manifestanti mettono alla gogna personaggi (tarocchi) sgraditi. Guardiamoli, allora, questi tarocchi. C’è il “matto” Di Pietro, e mi pare giusto. C’è la “morte” Bonino, e mi pare simpatico. C’è la “giustizia” Borsellino, e mi pare sintomatico. E’ questa la differenza tra loro e voi, cari cazzoni comunisti. Che voi, quando fate le manifestazioni, trasudate odio e insultate il giuslavorista Biagi, il presidente della Repubblica, il Papa. Loro, no. Loro arrivano a sputtanare un uomo che ha dato la vita per la lotta alla mafia, denotando con ciò un pessimo messaggio etico a questo paese. Pronta è arrivata la smentita: Borsellino, hanno detto gli organizzatori, era messo lì proprio come contrapposizione “buona” a Di Pietro. Ne prendiamo atto (uso sempre il plurale, come il Divino Otelma). E’ una rettifica che fa piacere. Ci sfugge, però, come l’elogio di Borsellino possa andare di pari passo con gli inviti a non rispettare, odiare e denigrare la magistratura italiana. Inviti lanciati, con la consueta piacevolezza, anche sabato dal Capopopolo (cit) che “ha battuto ogni record nelle democrazie occidentale sono al 61 percento dei consensi non sono in crisi la sinistra sa solo odiare il popolo è con me i giudici dettano l’agenda elettorale il Milan ha pareggiato ahi ahi ahi io so’ io e voi non siete un cazzo”.

- L’approdo al Golgota: Autoscatto di un paese intero

sgniacchera
Lo scatto, ultimo della serie, racchiude tutta la manifestazione. Se, tra cento anni, volessero riassumere il periodo berlusconiano, basterebbe mostrare questa foto. Ritrae la versione ultima della casalinga di Voghera. Il suo sguardo trasuda letture importanti, aspettando un inutile restyling dalla parrucchiera di fiducia, circondata da cagnette a cui hanno sottratto l’osso, comari che non possono più dare cattivo esempio e regine del tua culpa (tripla cit). L’occhio è compiaciutamente obnubilato dalla Cura Mediaset Ludovico. Il volto è massiccio, ridondante, satollo. La figura intera emana erotismo da tutti i pori (del resto, si sa, le fighe sono di destra e quelle di sinistra vanno in giro con le Superga). Il cappello, si direbbe in carta igienica, allude anch’esso all’amore, materia di cui la Donna è senz’altro esperta. Sopra la Pasionaria, un ritaglio di giornale, con Berlusconi col braccio destro (giustamente) alzato. Quando vedi una donna così, ti viene voglia di Signorini.
Ebbene, cari trotzkisti, questa non è una donna: è uno specchio. Questa donna è l’Italia. L’Italia della maggioranza. Quella che tranquilla coltiva l’orribile varietà delle proprie superbie. Come una malattia. Come una sfortuna. Come un’anestesia. Come un’abitudine.

* Se non sapete chi è Moacyr Barbosa, non è colpa mia. Non posso star qui a spiegarvi sempre tutto.

sabato 20 marzo 2010

The wolf

Ci sono poche certezze nella vita ... e, di quelle poche, alcune vorresti che non lo fossero ... ma lo vorresti davvero? Ah, saperlo ...
Ci sono cose che non cambiano, ci sono punti fermi ... che cerchi di spostare ... ma che ritornano ... che ti accorgi che sono rimasti sempre lì ... a volte più evidenti, altre più nascosti ...
A cui cerchi di non pensare ... che cerchi di ignorare ... ma che in realtà ti aiutano a vivere ... anzi, ti fanno sentire vivo ...
Traverso impassibile anche mille oscurità ... e continuerò ... in silenzio ... nonostante tutto ... e fino all'eternità ...

venerdì 19 marzo 2010

Il sacro Colle - di Marco Travaglio, L'espresso, 18 marzo 2010

Travaglio, sempre grande!
Sono completamente d'accordo ...

Il sacro Colle

di Marco Travaglio, L'espresso, 18 marzo 2010

Secondo tutti i giuristi degni di questo nome, il decreto 'salva-liste' con cui il governo ha tentato di legalizzare ex post le proprie liste illegalmente presentate nel Lazio era illegale e incostituzionale. Illegale perché la legge 400/1988 vieta i decreti in materia elettorale e non è mai stata abrogata. Incostituzionale perché il decreto sanava solo le irregolarità delle liste Pdl e non delle altre bocciate in varie parti d'Italia; e pretendeva di dettare la sentenza al Tar, già investito del caso, così che - ha confessato il ministro Ignazio La Russa - "non possa darci torto". Se il presidente della Repubblica abbia fatto bene o male a firmare un decreto illegale e incostituzionale, è questione aperta: rientrava nella sua discrezionalità farlo o non farlo. La Costituzione gli consente di rinviare al mittente una legge se non gli piace o gli ripugna. Che possa rinviarla solo quando è "manifestamente incostituzionale", come sostengono alcuni corazzieri della penna, non sta scritto da nessuna parte. E non è vero che, se la legge respinta viene riproposta identica, lui sia obbligato a firmarla.

Che succederebbe se il governo decretasse che i voti dati al Pdl valgono doppio? È ovvio che rifiuterebbe di promulgare sia la prima sia la seconda volta, dopodiché spetterebbe al governo sollevare il conflitto di attribuzioni alla Consulta e a questa stabilire chi ha sbagliato. Ma ancora una volta il malvezzo della 'moral suasion' ha legato le mani a Napolitano. Il 4 marzo un Berlusconi più minaccioso del solito gli ha sottoposto informalmente la prima versione del decreto. Il presidente ha anticipato che non l'avrebbe firmata e ha indicato i punti inaccettabili, partecipando così alla stesura della seconda versione. Che l'indomani, previo intervento di Gianni Letta, ha promulgato (senz'accorgersi, fra l'altro, che le elezioni regionali sono regolate da leggi regionali, immodificabili con norme nazionali). Il che forse non sarebbe accaduto seguendo la via maestra: il capo dello Stato attende, sordo e muto, che il governo vari il decreto, e solo dopo decide se firmarlo o no.

Tutto ciò premesso: che male c'è a criticare Napolitano per aver firmato una legge che si ritiene sbagliata, illegale e incostituzionale? Possibile che ogni critica venga spacciata per 'attacco', 'aggressione', 'vilipendio'? Il campionato dell'ipocrisia l'ha vinto il Pd con la manifestazione in piazza del Popolo. Ridicoli avvertimenti a Di Pietro: "Se critica il Colle, è fuori dalla coalizione". Patetici rastrellamenti della piazza per depurarla da cartelli contro il Quirinale. Ma se il "decreto del presidente della Repubblica" porta le firme di Napolitano e Berlusconi, che senso ha attaccare il secondo e vietare ogni critica al primo? Chi, come gli ex Pci, chiese l'impeachment per due presidenti (Leone e Cossiga), è poco credibile quando zittisce Di Pietro che s'è limitato a evocarlo (senza basi giuridiche) per Napolitano. A meno che, all'insaputa dei più, non sia stato ripristinato il delitto di lesa maestà.

(18 marzo 2010)

da Micromega

mercoledì 3 febbraio 2010

A proposito della Sentenza della Corte EDU sul crocifisso, ma non solo ...

Bellissimo questo articolo (cliccate sul link): La supervisione europea presa sul serio

Riporto alcuni punti ...

... Sul margine di apprezzamento
"Nel sistema CEDU (...) la dottrina del margine di apprezzamento (...) riserva agli stati uno
spazio per decidere come applicare gli standards della Convenzione nel modo più corrispondente
alle condizioni interne".
"E’ del tutto chiaro che, se applicata con ampiezza, la dottrina del margine di apprezzamento può minare alle fondamenta la tutela sovranazionale dei diritti umani"

... Sul caso Lautsi
"nei contesti in cui la maggioranza appartiene ad una determinata religione, non tutte le manifestazioni della stessa sono accettabili, poiché possono costituire una forma di pressione su coloro che non vi appartengono. E poiché il crocifisso, nonostante le argomentazioni bizantine del
governo italiano, può ragionevolmente essere interpretato come un simbolo religioso tale esposizione può turbare le coscienze di coloro che non si riconoscono nel Cattolicesimo, i quali si
“sentiranno istruiti in un ambiente scolastico marcato da una determinata religione”. “La libertà
négativa non si limita all’assenza di servizi o insegnamenti religiosi, ma si estende alle pratiche e ai simboli che esprimono, in particolare o in generale, una credenza, una religione, o l’ateismo. Questo diritto negativo merita una protezione particolare quando è lo stato ad esprimere una
credenza e se il soggetto è posto in una situazione da cui non può sottrarsi o può farlo solo a prezzo di un sacrificio sproporzionato".
"Nel far propria questa costruzione, e rifiutando così di dirimere i conflitti tra maggioranza e
minoranze sulla base della dottrina del margine di apprezzamento, i giudici di Strasburgo
conquistano finalmente un fisiologico ruolo “contro maggioritario”, il ruolo di una Corte che
bilancia la logica democratica maggioritaria, per la salvaguardia dei diritti delle minoranze. Il
sistema internazionale di tutela dei diritti, serve infatti precisamente per correggere alcune delle
maggiori deficienze della democrazia maggioritaria, in particolar modo fornendo un surplus di
tutela alle minoranze"

... Sul concetto di "tolleranza"
"La presenza obbligatoria del crocifisso corrisponde ad un modello non pluralista di tolleranza, di cui fornisce una lucida definizione Jaques Derrida: “tolleranza è dire all’altro, da una posizione sopraelevata io ti lascio esistere, ti faccio posto nella mia casa, ma tu non devi mai dimenticare di essere a casa mia…”"
"Il caso italiano e quello bavarese costituiscono esempio eloquenti di queste tendenze. In
entrambi il crocifisso è assunto a simbolo di una non meglio identificata "identità occidentale" o
"europea" di cui la cristianità, nella sua versione laicizzata, costituirebbe una radice fondamentale"

... Sulle sentenze di Tar Veneto e CdS sul caso Lautsi
"Nella sentenza del TAR Veneto, poi confermata dal Consiglio di Stato, sul caso Lautsi, il giudice coglie “una percepibile affinità ... tra il «nocciolo duro» del cristianesimo, che, privilegiando la carità su ogni altro aspetto, fede inclusa, pone l’accento sull’accettazione del diverso, e il «nocciolo duro» della Costituzione repubblicana, che consiste nella valorizzazione solidale della libertà di ciascuno e quindi nella garanzia giuridica del rispetto dell’altro”. Quindi, nonostante alcuni disgraziati incidenti quali "l’inquisizione, l’antisemitismo e le crociate”, Il “nucleo centrale e costante della fede cristiana” si rinviene "agevolmente" (!) nel “principio di dignità dell’uomo, di tolleranza, di libertà anche religiosa e quindi in ultima analisi nel fondamento della stessa laicità dello Stato”. Sarebbe dunque paradossale escludere nel nome della laicità proprio il simbolo che ne costituisce la rappresentazione. Al contrario, il crocifisso va esposto, perché simboleggiando i valori fondamentali del patto costituzionale, ha una importante funzione pedagogica per tutti gli scolari, indipendentemente dalla religione che essi professano".

... Sul binomio schmittiano amico-nemico
"Stabilendo un’identità di massima tra valori cristiani e civiltà occidentale, in particolare con il
riferimento alla tolleranza come monopolio dell’identità cristiano-occidentale, si finisce però per
allinearsi con i teorici dello “scontro di civiltà”, come Samuel Huntington"
"L’uso in chiave antagonistica della religione e della laicità, ripropone poi una rivisitazione del binomio schmittiano amico-nemico, l’individuazione di un’identità collettiva omogenea che si
oppone agli outsiders, ai quali chiede forzatamente di adeguarsi, accettando di condividere, anche
visivamente, i valori maggioritari, pena il divieto o la limitazione dell’accesso alla sfera pubblica".
"la differenza religiosa (nella sua versione patologizzata) diventa l’elemento primario per la
costruzione del nemico. Dal “complotto ebraico” alla minaccia del terrorismo islamico, possiamo
individuare il medesimo processo di emarginazione, esclusione e, infine, di colpevolizzazione di
una minoranza che finisce per divenire un “nemico oggettivo”"
"Gli Italiani, semplicemente, non sono tutti cristiani, e non solo per il fatto che alcuni di essi
hanno tradizioni religiose diverse, ma anche perché sono individualmente dotati del libero arbitrio e possono dunque scegliere di non essere cristiani, e anche di rifiutare attivamente ed esplicitamente la cristianità in tutte le sue declinazioni, radici culturali comprese"

... Sul concetto di laicità
"lo stato laico non può imporre identità precostituite e omnicomprensive, e deve offrire un ambiente includente a tutti, specialmente a chi è più vulnerabile, come i bambini. E per questo non può dar adito al sospetto di preferire una religione rispetto alle altre o all’assenza di religione, attraverso l’affissione di simboli che, per lo meno plausibilmente, possono essere ad essa associati"

... ed infine: perché non va bene la soluzione bavarese
"Certo, esiste la soluzione bavarese, da alcuni auspicata, e cioè la soluzione di obbligare le scuole
all’affissione del crocifisso, salvo individuare specifici compromessi nel caso qualcuno protesti.
Non è però una soluzione giusta, anche solo semplicemente perché pretende un sacrificio
sproporzionato da parte dei singoli dissidenti, che devono sfidare la volontà delle maggioranze per ottenere il rispetto dei propri diritti".
"L’ambiguità di questa procedura è emersa chiaramente quando una scuola e, successivamente, la corte amministrativa della Baviera hanno rigettato le obiezioni dei genitori di uno scolaro, definendole “pretestuose e polemiche” ed affermando che l’ateismo della famiglia non costituisce un motivo serio per obiettare all’esposizione del crocifisso. In ultima istanza la Corte Suprema Amministrativa (Bundesverwaltungsgericht) ha accolto invece le argomentazioni dei genitori dissenzienti, affermando che la libertà di coscienza include anche quella di non credere (Bundesverwaltungsgericht, sentenza n. 21/1999, 21 aprile 1999)"