giovedì 30 settembre 2010

C'è un Giudice a Milano!

da Il Fatto Quotidiano ... ed ecco che la Lega torna ad appellarsi al "sentire dei cittadini" ... brutta storia ... per fortuna, però, i Giudici non devono decidere in base al "sentire dei cittadini" ... ricordo al Sindaco di Tradate che, secondo la Costituzione Italiana,"I giudici sono soggetti soltanto alla legge".

30 settembre 2010

Il bonus bebé “leghista” è discriminatorio
“Ora il comune di Tradate paghi gli arretrati”

di Simone Ceriotti

Il tribunale del Lavoro di Milano boccia il ricorso del comune del Varesotto e lo obbliga a erogare il contributo a tutti i nati dal 2007 ad oggi. Non solo ai figli di italiani. Il sindaco: "Sentenza che non corrisponde al sentire dei cittadini"

Ricorso respinto e obbligo di pagamento degli arretrati dal 2007 ad oggi. Non poteva andare peggio al comune di Tradate (in provincia di Varese, amministrato dalla Lega Nord) nella battaglia legale in difesa del bonus bebé riservato “solo ai figli di entrambi i genitori italiani”. L’attesa sentenza del giudice del lavoro di Milano, depositata ieri, non si limita a respingere il reclamo contro la sentenza di primo grado del luglio scorso (che già definiva discriminatorio il provvedimento), ma dispone anche di pagare i contributi non versati negli ultimi 3 anni. “Il Collegio – si legge nell’ordinanza – ordina al comune di offrire l’erogazione del bonus bebé ai neonati iscritti all’anagrafe del comune stesso dal 2007 in poi”, con il solo vincolo che uno dei genitori sia residente a Tradate da almeno cinque anni. Spazzata via dunque la restrizione contenuta nella delibera originaria del comune, che stabiliva come requisito per l’erogazione di 500 euro (contributo alla natalità) “la cittadinanza italiana di entrambi i genitori”. La sentenza non lascia spazio a dubbi: “Non è possibile individuare – si legge – alcun valido motivo di differente trattamento tra cittadini e stranieri, che non sia quello di escludere dal beneficio previsto gli stranieri solo perché tali”.

“Questa sentenza – spiega l’avvocvato Alberto Guariso, che ha seguito la causa e i ricorsi per Asgi e Avvocati per niente – rende giustizia alle nostre richieste. Ripristina la parità di trattamento obbligando il comune a porre rimedio a una discriminazione”. In sostanza, l’amministrazione di Tradate aveva presentato reclamo contro la sentenza di primo grado, che a luglio aveva ordinato la sospensione del provvedimento, definendolo “discriminatorio”. Gli avvocati delle associazioni che rappresentano gli immigrati hanno deciso di presentare a loro volta un reclamo, contestando quella parte di sentenza che non ordinava al comune di pagare gli arretrati”. Il giudice Silvia Ravazzoni, nella sentenza di appello, ha definito “pienamente condivisibili” le decisioni del giudice di primo grado riguardo al comportamento discriminatorio, ricordando “il principio costituzionale di uguaglianza” che “non tollera discriminazioni”. E, appunto, ha ordinato al comune di pagare i bonus non erogati dal 2007 (anno di pubblicazione della delibera) ad oggi.

Raggiunto al telefono da ilfattoquotidiano.it, il sindaco di Tradate Stefano Candiani, segretario provinciale della Lega Nord, dice di non avere ancora notizia della sentenza, ma rilascia una dichiarazione sarcastica: “Sono soddisfattissimo come cittadino, perché la giustizia ha dato prova di saper completare due gradi di giudizio in poco più di tre mesi”. Sollecitato sulle disposizioni della sentenza, Candiani si lascia andare: “Rispettiamo le sentenze, ma in questo caso non corrispondono al sentire dei cittadini. Prima di dire che ci adegueremo alla sentenza, voglio ricordare che ci sono tre gradi di giudizio”. Nel ricorso presentato ad agosto, il comune di Tradate aveva definito questo bonus “un incentivo contro la morte dei popoli”, sollevando dure polemiche, tra cui quello di “provvedimento nazista”. Ma Candiani non ritratta: “Voglio ripeterlo – continua – il nostro intervento sulla natalità non voleva essere di carattere sociale, ma squisitamente demografico. Alla luce della sentenza, faremo riflessioni di carattere politico, perché questa è una sentenza politica”.

giovedì 16 settembre 2010

Soluzione 5 per cento - di Marco Travaglio

da Il Fatto Quotidiano ... sempre mitico Travaglio

Navigando senza Tom Tom nelle centinaia di paginate dei giornali piene di indiscrezioni, retroscena, interviste, dichiarazioni con smentita incorporata, il cittadino (e)lettore si chiede che diavolo sta succedendo. Ha sentito i finiani garantire il loro voto al 95% del programma in 5 punti e 13 pagine di B, che comprende tutto lo scibile umano, dall’economia planetaria alla Salerno-Reggio Calabria, e ingenuamente domanda: dov’è allora il problema? Perché il pover’ometto, a quell’età e in quelle condizioni psicofisiche, si arrabatta per comprare traditori pronti a tradirlo appena svoltato l’angolo, pescandoli preferibilmente (e comprensibilmente) tra le coppole siciliane? Perché non s’accontenta di quel 95% di riforme, visto che in 16 anni non ne ha fatta manco una? La risposta è banale, addirittura lapalissiana. Ma diventa un rompicapo, una sciarada, visto che la stampa italiana non serve, come nel resto del mondo, a semplificare le cose complicate, ma a complicare le cose semplici. È raro trovare un giornale (men che meno un tg) che spieghi chiaramente cos’angustia il Caimano in queste notti di fine estate: non le grandi o le piccole riforme, e nemmeno la Salerno-Reggio Calabria; bensì, pensate un po’, i suoi processi.

Due (Mills e Mediaset) furono bloccati col “legittimo impedimento” alle soglie della sentenza di primo grado; il terzo (Mediatrade) alle soglie del tribunale. Poi ci sarebbe l’inchiesta di Trani sulle manovre anti-Annozero, ma quella riposa in pace alla Procura di Roma, così solerte invece (addirittura nella pausa estiva) sul mega-scandalo di casa Tulliani, di cui peraltro si ignora il reato. Varato nel febbraio scorso per la durata di 18 mesi, il “legittimo impedimento” scade fra un anno. Ma potrebbe svanire già il 14 dicembre se la Consulta dovesse bocciarlo. Insomma, i tre processi potrebbero ripartire a gennaio e i primi due chiudersi in tribunale entro l’estate. Dunque B. ha tre mesi per inventarsi qualcos’altro di più sicuro e duraturo, e trovare una maggioranza che glielo voti. L’ideale era il “processo breve”, ma ammazzava mezzo milione di processi: ritirato dopo il marameo di Fini. Che fare? Allungare il congelamento con un nuovo “legittimo impedimento” che impedisca alla Consulta di pronunciarsi sul primo? Troppo rischioso. Trattandosi di una nuova legge, la Consulta potrebbe intanto bocciare la vecchia e, implicitamente, anche la nuova: a quel punto persino Napolitano avrebbe difficoltà a firmarla. Meglio una soluzione finale, che fulmini i tre processi una volta per tutte. Perfidamente Fini insiste per il lodo Alfano costituzionale. Ma Ghedini giustamente non ne vuol sapere: per una legge costituzionale occorre almeno un anno di lavori parlamentari, con doppia lettura Camera-Senato-Camera-Senato più un altro anno per il referendum confermativo (evitabile solo con una maggioranza del 66%, e B. non è sicuro nemmeno del 51%) che, con l’aria che tira, diventerebbe abrogativo. Intanto c’è tutto il tempo per arrivare alle sentenze di primo grado, più l’appello della causa civile Mondadori (in primo grado la Fininvest fu condannata a pagare 750 milioni a De Benedetti).

Qualche buontempone ripropone il lodo Consolo: decide il Parlamento se un reato è ministeriale o no. Ma i delitti contestati a B. sono corruzione, falso in bilancio, appropriazione indebita, frode fiscale: che c’entrano con le funzioni di governo? In attesa che il cilindro di Mavalà partorisca un nuovo coniglio morto, B. passa le notti in bianco. E il Paese è sempre appeso ai suoi processi: 60 milioni di scudi umani presi in ostaggio in cambio della sua impunità. Ma zitti, mi raccomando, non si deve sapere. Ieri Ostellino, sul Pompiere, invitava B. a “mostrare di essere un uomo di Stato” e “chiarire quali ostacoli istituzionali, politici, sociali gli hanno impedito di fare le riforme”. Povero Ostellino, la mamma non gli ha ancora spiegato nulla. Quando uno lo legge, non capisce mai se ci è o ci fa. L’ipotesi più accreditata è che ci sia e ci faccia contemporaneamente.

Una repubblica fondata sulla volgarità - di Angelo d'Orsi

da Micromega ... che bello questo articolo ...

Quando si sta per un po’ di tempo fuori del Bel Paese, nell’Europa Occidentale, al rientro, inesorabilmente, lo si ritrova così brutto, così piagato dalle sue tante mafie, che ci si chiede come lo si possa ancora definire Bello. Certo, direte: i paesaggi, i musei, le città d’arte (e cittadine: quante sono!), la cucina… Ma i paesaggi sono scempiati giorno dopo giorno, inesorabilmente, dall’attivismo dei nostri concittadini, tollerati quando non addirittura incoraggiati (ah, i condoni edilizi!), dai governi, quest’ultimo, in particolar modo: in ogni caso la logica della ruspa vince, senza neppure istituire gare, contro la logica della bellezza, che è peraltro la logica della salvezza della natura.

E che dire dei musei? Privi di fondi, con strutture spesso cadenti, si barcamenano come possono, con orari ridotti, personale insufficiente (e sovente dequalificato), scarsa o nulla sicurezza. E quanto alle città d’arte, troppi interventi all’insegna del cosiddetto “arredo urbano”, troppe automobili, troppi torpedoni che scodellano torme di turisti, a cui si esemplano ormai le strutture economiche e urbanistiche: ossia, queste città sono diventate luoghi in cui è quasi impossibile condurre un’esistenza “normale”. Provate a fare la spesa a Venezia, Firenze, o Roma: se non vi allontanate dal centro è impresa improba, tanto per dirne una. Senza contare la ricaduta sui prezzi.

Infine, ci rimane la cucina: ma benché la televisione pulluli di programmi ad hoc, e a dispetto delle migliaia di manifestazioni enogastronomiche – per cui parrebbe che oggi non si possa realizzare un raduno culturale senza spaccio di vino e “prodotti del territorio” – troppi sono i locali in cui si mangia in modo mediocre e si spendono cifre esorbitanti. Insomma, smettiamola, con questi miti. Che non corrispondono più se non in piccola parte alla realtà. A meno che non siamo in grado di fare una rivoluzione culturale; perché se non assumiamo tutti un’ottica volta a cogliere l’interesse generale, se non smettiamo di praticare la politica del guardare all’immediato senza tener conto del dopo, e se non ricominciamo a partecipare in prima persona alla vita della cittadinanza (attiva), sarà impossibile invertire la rotta.

Ma lo choc maggiore rientrando in Italia lo si riceve aprendo i giornali, riguardando la tv, ascoltando la radio... Ritrovando i servi fedeli del tycoon che fingono di fare i giornalisti, gli opinionisti, i commentatori, o addirittura i narratori di fatti (magari inventati: ma il nesso tra fatti e notizie è ormai puramente casuale); riascoltando le cattiverie di Brunetta, o le insinuazioni di Cicchitto, o le scempiaggini di Buonaiuti; ma, soprattutto, ovviamente, rivedendo LUI, il Cesare, il supremo barzellettiere di casa nostra (o di cosa nostra?), il principe dei bugiardi, l’uomo-che-si-è-fatto-da-sé, o, chissà, con qualche misterioso “aiutino”, che ancora oggi lo sostiene, come rivelano giorno dopo giorno la ragnatela di comitati d’affari che tutti, per un verso o per l’altro, a lui conducono.

L’ho visto, dunque, l’uomo della Provvidenza, il più grande presidente del Consiglio della storia mondiale, l’individuo a cui forse solo Gesù, il Cristo, è stato superiore (ma v’è tempo per ribaltare anche questo piazzamento in classifica, naturalmente). L’ho visto e sentito, mentre apostrofava i magistrati italiani, in un consesso internazionale, con le ben note accuse; l’ho visto e sentito gigioneggiare, intubato nel suo vestito anti-grasso, e raccontare mentre una scempia ministra che ha come solo atout la giovane età (ma a mio avviso trattasi di aggravante) fingeva di intervistarlo: impresa improba, d’altronde, vista la logorrea del piazzista; l’ho ammirato mentre si prestava al gioco della torre, con tanto di cubi con le facce dei politici, da far cadere… È stato a quel punto che una voce interiore mi ha mormorato: sei tornato nel Bel Paese. Ma che (Bel) Paese è mai questo?

E costui è il nostro presidente? E milioni di nostri concittadini gli concedono ancora fiducia? A questo propalatore di menzogne? A questo raccontatore di favolette? A quest’uomo ossessionato dalla “tutela” del suo patrimonio, per la cui difesa è pronto a mandare a fondo una nazione? A questo maschio infoiato che, a furia di Cialis e Viagra, sembra aver perso qualsiasi senso non dico del pudore (sentimento a lui negato dalla natura), ma della decenza?

Ho cambiato canale, e mi è capitato di assistere a uno degli ormai innumerevoli raduni leghisti: ho sentito il lider maximo, in camicia verde, che bofonchiava, e incitava, con i suoi giannizzeri accanto, e un figlio inerte che manco annuiva: presenziava. Ma intanto il suo posto è accanto al padre padrone, delfino che suppone di ereditare un partito. Un misto di sdegno e pena mi ha travolto.

Mentre scuotevo la testa, un po’ scoraggiato, ho provato ancora a cambiare canale tv, mentre distrattamente sfogliavo vecchi giornali (inutili come il giornale di ieri, scrive Prévert, in una sua poesia: ma per noi l’inutilità non sta nell’invecchiamento quanto nella impossibilità di distinguerlo da quello di oggi): ho scoperto notizie interessanti, come quella relativa allo “sciopero” dei calciatori (no comment), o notizie ahimé vecchissime, che si ripropongono implacabilmente ogni giorno: 3 morti, 2 morti, 5 morti “sul lavoro”.

La “piaga delle morti bianche,” col presidente della Repubblica che s’indigna, qualche ministro che fa dichiarazioni sottolineando l’impegno del governo, salvo scoprire in altro giornale che Tremonti ha dichiarato che non ci sono fondi da investire nella sicurezza dei lavoratori, e la signora Marcegaglia tuonare che ci sono troppi vincoli e restrizioni e pesi a carico dei poveri imprenditori.

E che dire delle ultime imprese leghiste? Ho un solo termine per definirle: raccapriccianti. La mia preferita (!), è quella della scuola di Adro, nel Bresciano, di cui leggo essere stata “appaltata” al partito di Bossi. Il mio sogno è un drappello di carabinieri, che, su ordine di un magistrato, vada ad arrestare la Giunta comunale, il dirigente scolastico, e l’intero stato maggiore della “Lega Nord – Padania”, della provincia. In attesa che l’intero gruppo dirigente – i resistibili Signor Nessuno portati alla ribalta dal celodurismo bossista – del partito, finisca al fresco: imputazione? Attentato alla sicurezza e all’unità nazionale. Basta?

Depresso per i volti di Bossi, Calderoli, Borghezio, e ancora più per il silenzio o l’attitudine minimizzatore di troppi davanti a episodi di tale gravità, vado a frugare nelle cronache mondane: tra immagini e parole, mi sono imbattuto nelle storie, storielle e storiacce dei “vip in vacanza”. Beh, qui mi devo fermare. L’Italia è diventata dunque una repubblica fondata sulla volgarità?
Aiuto!

Angelo d'Orsi

domenica 12 settembre 2010

martedì 7 settembre 2010

I fischi democratici d’Europa

da Micromega pubblico questo articolo ... che sarebbe banale in un paese civile ...
eppure non lo è ... Domenica, ad una commemorazione partigiana, ho sentito esaltare la libertà, che non c'era durante il Fascismo e che c'è oggi ... e poi, subito dopo, stigmatizzare la protesta ... ma ... mi sono detta ... accidenti ... eppure ... la libertà di dire "W IL DUCE" c'era anche durante il Fascismo ... è la libertà di dire qualcosa CONTRO il potere ad essere stata conquistata ... almeno ... io la vedo così ... e per fortuna, evidentemente, leggendo questo articolo, non solo io!

Che succede al presidente Napolitano? Che succede ai massimi dirigenti politici del Paese (opposizione compresa)? Che succede a un giornalismo che dovrebbe essere libero? Sabato in Europa sono accaduti due episodi di contestazione: a Dublino l’ex premier inglese Tony Blair, in tourneé per presentare un suo libro, è stato accolto dal lancio di uova e di scarpe, e da urla di “assassino”. A Torino il presidente del Senato Renato Schifani (si parva licet), invitato dal Pd alla festa nazionale del partito, è stato accolto da fischi e da domande su frequentazioni mafiose.

Non si hanno notizie che il capo dello Stato del Regno Unito, sua maestà Elisabetta II, o il presidente della Repubblica d’Irlanda, di fronte alla gragnuola di uova e di scarpe, e al grido di “assassino”, abbiano stigmatizzato l’accaduto come “intimidatoria gazzarra” e lo abbiano denunciato come “segno dell’allarmante degenerazione che caratterizza i comportamenti di gruppi, sia pur minoritari, incapaci di rispettare il principio del libero confronto”. Non risulta che il capo del partito opposto a quello di Blair, il conservatore Cameron, abbia parlato di “squadrismo”.

Meno che mai risulta che l’editoriale del Guardian, a firma di un ipotetico Aldous Bigslave, si sia sbrodolato in arzigogoli sulla “violenza e intolleranza” che ci porrebbe “di fronte a una patologia sociale che rischia di travolgere i fondamenti della vita civile”. Il quotidiano “The Indipendent”, invece, ha spiegato come il viaggio di promozione per il suo libro sia cominciato per Blair tra comparsate televisive, chiacchierate radiofoniche e “of course, an entourage of protesters”. Per la stampa anglosassone uova e scarpe contro un politico fanno parte del “of course”. Come confermato dalla circostanza che lo stesso Blair che non ha fatto una piega.

È bastato invece qualche fischio a Schifani, perché Napolitano, Fassino e commentatori d’ordinanza si siano dedicati alle invettive di cui sopra (mentre l’unica violenza realmente avvenuta, semmai, sono le manganellate della polizia prese da alcuni contestatori). È probabile che nel mondo liberale anglosassone tali invettive verrebbero qualificate come intimidazioni contro l’esercizio dei diritti democratici dei cittadini. In quel mondo, del resto, tutto il passato di Schifani sarebbe stato raccontato per filo e per segno dalle testate di destra e di sinistra, e insomma dal giornalismo-giornalismo. In Italia lo hanno fatto solo Il Fatto Quotidiano e L’espresso.

Paolo Flores d'Arcais

(7 settembre 2010)