lunedì 11 aprile 2011

Omaggio a Sidney Lumet


Tutti ricordano "Quinto potere" ... magnifico film ... ma Sidney Lumet non è solo quello ... altri film sono altrettanto belli, altrettanto arrabbiati ... altrettanto tristi ...
Terzo grado, per evidenti ragioni, mi tocca molto ...

domenica 13 febbraio 2011

Grandioso questo articolo!

da Micromega

Gioie del sesso e devoti di regime


di Paolo Flores d’Arcais, il Fatto quotidiano, 12 febbraio 2011

“In mutande ma vivi” è l’esibizionistico titolo che Giuliano Ferrara ha voluto dare alla manifestazione indetta “contro il moralismo puritano e ipocrita” di chi si ostina a pensare che il comportamento di Berlusconi sia incompatibile con i requisiti minimi di un politico (“statista” sarebbe parola grossa) delle liberaldemocrazie occidentali. L’iniziativa si svolgerà questo pomeriggio a Milano al Teatro Dal Verme, nome perfettamente propiziatorio e provvidenzialmente adeguato (dappoiché nomina sunt consequentia rerum).

Lo scopo dell’adunata di cotanta goliardia tristemente appassita nel servo encomio di “Lui Culomoscio” (definizione di una fan e pupilla del medesimo – la classe non è acqua – non di esecrabili “azionisti”) è fornire ai minzolini di tutte le testate di regime l’occasione per svillaneggiare in anticipo la manifestazione promossa da alcune donne, non certo in nome del moralismo e nemmeno della moralità, ma della necessità di una seppur minima decenza nel comportamento sulla scena pubblica (che del resto è richiesta dall’articolo 54 della Costituzione – anche per questo invisa alle cheerleader di Forza Arcore? – che recita: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore”). Manifestazione che domenica dilagherà in decine e decine di piazze con centinaia di migliaia di partecipanti, nel minimalismo dei pennivendoli di regime.

Del resto, la manifestazione “Dal Verme” è solo il diapason di una campagna che la setta dei libertini devoti, falsamente libertini ma effettivamente devotissimi al già menzionato “Lui C.”, va sviluppando da mesi sul superdeficitario Foglio (malgrado i milioni elargiti ogni anno dal governo e pescati nelle tasche degli irrisi non-evasori), e che ha segnato una trafelata accelerazione da quando Ilda Boccassini, Pietro Forno e Antonio Sangermano, hanno doverosamente aperto un’inchiesta per una concussione platealmente rivelata dal medesimo “Lui” – altresì “utilizzatore finale” (l’espressione è del suo avvocato onorevole Ghedini) di una prostituta, questa volta minorenne – con una telefonata alla Questura di Milano (su una linea ufficiale che registra): per ottenere, grazie al peso della sua carica, una “altra utilità”, cioè l’indebito rilascio della minorenne che avrebbe potuto inguaiarlo. Il manipolo dei finti libertini di Giuliano Ferrara vuole infatti da mesi far credere che gli avversari (soprattutto le avversarie) del regime liberticida di Berlusconi, in gioventù sessantottina teorizzanti e talvolta anche praticanti “porci con le ali” delle gioie della liberazione sessuale, si siano trasformate/i in occhiuti bacchettoni e laide beghine e vogliano imputare a “Lui”, in sinergia con i “guardoni” delle procure, quanto vorrebbero ancora ma non possono. Invidia e risentimento, insomma, altro che legalità e moralità.

Ferrara e la sua coorte di devotissimi di “Lui” sanno benissimo di mentire per la gola. Ma con la cassa di risonanza di un controllo televisivo quasi totalitario è molto facile far diventare bianco il nero. Contano su questo, sull’incubo orwelliano della neolingua sontuosamente realizzato da “Lui-con-quel-che-segue”.

E invece. Libertari e garantisti siamo rimasti (e libertini talvolta, ma questa è irrinunciabile privacy). Libertari: pensiamo che in fatto di sesso, tra adulti consenzienti, di tutto e di più. Adulterio, masturbazione, orge, sadomasochismo, uso di pornografia e “gadget” sessuali, scambio di coppie, prostituzione, financo sesso con animali (se non si dà luogo a maltrattamento), e chi più ne ha più ne metta, il tutto sia in chiave etero che omo che transessuale. Nessuno, magistrato o giornalista che sia, in questa sfera privata deve poter mettere becco.

Le righe che precedono le ho scritte oltre un mese fa, sul sito del Fatto (quasi duecentomila visitatori al giorno), e gli unici dissensi sono stati di qualche lettore animalista. Bacchettoni e beghine, si tranquillizzi il devotissimo Ferrara, non albergano da queste parti. Quanto alla tutela della privacy, noi giustizialisti-giacobini-girotondini-azionisti (sempre e comunque trinariciuti nel nostro affetto per la Costituzione nata dalla Resistenza), siamo più rigidi della Comunità europea, per non parlare degli Usa (“che hanno sempre ragione” secondo il lapidario servilismo di “Lui”, prono-americano solo se si tratta di guerre) dove la tutela della privacy della persona pubblica è per legge infinitamente minore di quella del privato cittadino. Noi no. Noi pensiamo che debba essere la stessa, catafratta, e che solo il politico possa stabilire le eccezioni che lo riguardano. Se fa della difesa della famiglia un tema per ottenere consensi, legittima qualsiasi domanda o inchiesta sulle proprie infedeltà. Se si dedica a campagne contro i gay non può invocare la privacy qualora si scopra un suo penchant omosessuale, se propone leggi draconiane contro la prostituzione (clienti compresi) ogni sua utilizzazione di prostituta diventa fatto pubblico, se dichiara che certe cose non le ha mai fatte, anziché limitarsi al secco “fatti miei”, rende legittima la curiosità giornalistica sull’eventuale menzogna. Altrimenti no. Chiaro il criterio, devotissimo Ferrara?

Quanto alla gioiosa libertà sessuale: cosa c’entra il sesso libero, che è condiviso e reciproco piacere per il piacere (o per amore, o per curiosità, gioco, sperimentazione...) con l’acquisto a ore di un corpo, o di un’infornata di corpi, mossi non già da gioiose voglie ma da “danaro o altra utilità”, auri sacra fames capace di compensare lo schifo, confessato pre e post alle amiche, per le carni in smottamento alla cui virilità chimico-meccanicamente artefatta devono dedicarsi? Se non capisci la differenza lascia perdere, devotissimo Ferrara: non parlare di cose che non conosci.

(12 febbraio 2011)

domenica 30 gennaio 2011

Siamo a questo punto?

Mi è stato detto "Siamo alla scena finale del Caimano di Moretti"
Ne ricordavo il significato, ma non ricordavo esattamente la scena ... sono andata a rivedermela (fonte Youtube)...
... Veramente inquietante ...

martedì 4 gennaio 2011

Sulla mancata estradizione di Cesare Battisti ...

Da Il fatto quotidiano pubblico questo articolo che condivido pienamente nelle motivazioni. In più, aggiungerei: dov'erano tutti questi giustizialisti quando è morto Craxi? Uomo condannato con sentenza passata in giudicato per reati contro la PA, fuggito in Tunisia per sottrarsi alla giustizia ... e cosa si è fatto? ADDIRITTURA IL FUNERALE DI STATO ... E caliamo un velo pietoso su chi c'era al governo in quel momento ... Che tristezza ... Povera Italia ...

In difesa del Brasile- di Massimo Fini

Se io fossi nei panni delle autorità brasiliane non consegnerei Cesare Battisti all’Italia. Che garanzie di giustizia può dare un Paese il cui presidente del Consiglio dichiara quasi quotidianamente, anche in sedi estere, che “la magistratura è il cancro della democrazia italiana”, che “all’interno della magistratura esiste un’associazione a delinquere a fini eversivi”, che “i giudici sono antropologicamente dei pazzi”? Dice: ma Battisti è stato condannato molti anni fa, nel 1985, nel 1991, nel 1993, prima dell’era berlusconiana. Ma se la Magistratura è il “cancro della democrazia” non lo è diventata improvvisamente dall’avvento di monsieur Berlusconi, se la suo interno ci sono “associazioni a delinquere”, ci sono oggi come potevano esserci anche ieri.

Che garanzie hanno le Autorità brasiliane che Battisti non sia stato condannato da qualche gruppo di magistrati felloni? Nel suo parere favorevole all’estradizione di Battisti l’Avvocatura dello Stato brasiliano dice: “Non si deve tralasciare di riconoscere che lo Stato italiano è indiscutibilmente uno Stato democratico di Diritto e che le sue decisioni devono considerarsi espressione della volontà dei propri cittadini”. Ma proprio questa precisazione dice che in Brasile si hanno dei dubbi sulla effettiva democraticità del nostro Stato. Nessuno si sentirebbe in dovere di chiarire che la Germania o la Svezia o l’Olanda sono “Stati democratici di Diritto”, sarebbe dato per presupposto, per implicito, per scontato. E in effetti l’Italia non è uno Stato democratico. Non è democratico un Paese in cui la Magistratura, che è l’organo di garanzia dell’osservanza delle leggi, quello che ci consente di essere uniti e di non darci alla giustizia privata, alla faida, è delegittimata. Non è uno Stato democratico quello in cui il presidente del Consiglio, proprio in base a questo sospetto sulla Magistratura dello Stato di cui pur è guida, si sottrae, con vari espedienti, alle leggi del suo Paese. In realtà, nel caso Battisti, scontiamo anni di garantismo peloso. Di destra e di sinistra. Da noi esiste un signore, Adriano Sofri, che è stato condannato a 22 anni di reclusione per l’assassinio sotto casa di un commissario di polizia, dopo nove processi, di cui uno, caso rarissimo in Italia, di revisione, avendo quindi goduto del massimo di garanzie che uno Stato può offrire a un suo cittadino.

Eppure Sofri ha scontato solo sette anni di carcere e, senza aver potuto usufruire dei normali benefici di legge, che non scattano dopo solo sette anni su ventidue, è libero da tempo, e scrive sul più importante quotidiano della sinistra, La Repubblica, e sul più venduto settimanale della destra, Panorama, e da quelle colonne lui ci fa quotidianamente la morale ed è onorato e omaggiato dall’intera intellighentia che, ad onta di tutte le sentenze, lo ritiene, a priori e per diritto divino, innocente. Perché, soprattutto vedendo le cose dal lontano Brasile, non potrebbe essere innocente anche Cesare Battisti che ha potuto usufruire solo dei tre normali gradi di giudizio? In verità siamo noi, noi italiani, che ci siamo messi in questa situazione giuridicamente ambigua che con lo Stato di diritto e la democrazia non ha nulla a che vedere. E Silvio Berlusconi che ha guidato per quattro volte il governo ha dato il suo potente e determinante contributo alla delegittimazione della giustizia dello Stato di cui pure è a guida e, con essa, alla delegittimazione del nostro Paese. Nella sostanza e nell’immagine. Per cui è patetico che adesso facciamo le suorine scandalizzate perché il Brasile non ci vuole consegnare l’assassino Cesare Battisti. Raccogliamo ciò che, in questi anni, abbiamo seminato. All’interno ci consideriamo un Paese democratico. All’estero ci vedono per quello che siamo e appariamo: un Paese in cui sono saltate tutte le regole dello Stato di diritto. Io non consegnerei Battisti all’Italia nemmeno se fossi il Burkina Faso.

da Il Fatto Quotidiano del 4 gennaio 2011

domenica 2 gennaio 2011

Buon 2011 ... speriamo ...

Da Il Fatto Quotidiano
... bell'articolo ... interessante vedere chi è chi ...

Non cliccate su mi piace - di Alberto Puliafito

E’ un processo lento e inesorabile, quello che mi va di sviscerare in questa fine 2010. Non che il Capodanno sia mai stato questo gran rito di passaggio, in effetti. Eppure, i riti di passaggio sono stati importanti e dovrebbero esserlo ancora. La festa, la socialità, sono importanti. I sogni collettivi sono importanti. Come le parole. Ma quel processo lì, cui si assiste spesso inermi, se non complici, opera una metamorfosi delle parole, cancella i sogni collettivi e riempie le pance di pochi eletti. Quelli non eletti, provano a riempirsele da sole, come meglio possono.

Mentre festeggiamo, il governo fa passare il Milleproroghe e Napolitano promulga la cosiddetta riforma dell’università – percarità, sollevando alcune eccezioni – un calderone che svuota la parola riforma di qualunque significato.
Il Milleproroghe non esisteva fino al 2005. Giorgio Napolitano, in polemica con Berlinguer, faceva parte, nel Pci, dei Miglioristi (fra le cui fila militava anche, per dire, un certo Sandro Bondi). Perché la questione morale non aveva importanza.

Festeggiamo, e siamo talmente concentrati sugli scandali nostrani – certo, quando troviamo il tempo per pensarci, fra un boccone e l’altro – che ignoriamo che esista anche un mondo là fuori, che vive quotidianamente, fuori dalle Alpi e dal mare, indipendentemente dalla visione italocentrica che va per la maggiore anche nelle realtà antisistemiche. Festeggiamo e possiamo esprimere il nostro consenso cliccando mi-piace-su-Facebook. Il dissenso, su Facebook, non esiste.

Negli anni ’90, qualcuno parlò della dittatura del pensiero unico. Quel qualcuno si chiamava Ignacio Ramonet, direttore de Le monde diplomatique. Era un’idea, un’idea importante. Un’idea che ci siamo velocemente dimenticati, travolti dalla polvere delle Twin Towers, dal sangue versato al G8 di Genova, plasmati dagli slogan dell’amore e del buonismo, persi fra i meandri della controinformazione, che non dovrebbe essere informazione-contro.

L’antagonismo si radicalizza su posizioni sempre meno condivisibili, perché afferiscono a schemi vecchi e slegati dalla realtà – esattamente come le posizioni di una politica che risponde alle proteste a colpi di zone rosse – e parole d’ordine che appartengono ad un’altra epoca; altre realtà emergenti galleggiano in un limbo a metà fra l’essere virtuosi, il moralismo neocristiano e una narrazione manicheista (buoni contro cattivi) che spesso sfocia nel qualunquismo (siamo tutti un po’ buoni e un po’ cattivi).

Montezemolo propone una lista civica nazionale – controsenso in termini. Ma anche il concetto di lista civica, è un controsenso in termini cui siamo ormai assuefatti – da una sinistra rosa pallido emergono ventate di alleanza con il cosiddetto terzo polo (nella cui orbita gravitano, senza troppi misteri, ex fascisti): un abominio politico che va al di là di qualsiasi connubio possibile, e che dovrebbe sembrare aberrante a entrambe le parti. Il papa fa i suoi proclami urbi et orbi e poi opera qualche cambiamento sulla Banca vaticana: arriveranno “gli euri” con la sua effigie, si faranno più controlli, ma tanto i conti resteranno cifrati. Tanto, la memoria storica si perde, e degli scandali dello Ior, prima o poi, si ricorderanno in tre.

Fassino
(migliorista anche lui, a quanto risulta) si prepara a candidarsi per la poltrona da sindaco di Torino e intanto dice che da operaio voterebbe sì all’accordo per Mirafiori, con buona pace di Moretti e del suo “dì qualcosa di sinistra”. L’eccezione si fa regola; affiorano ovunque associazioni non-profit che sembrano lobby protomassoniche e che si fanno veicolo delle idee dei grandi pensatori dell’anno o del decennio – i think tank, locuzione che fa rabbrividire, a pensarci sul serio. Le differenze si appiattiscono, i santoni si ritagliano le loro prime serate in tv e in tutto questo il pensiero critico – unico vero nemico del pensiero unico – si affossa e marcisce, impegnato a seguire, quando può, come può, quel corteo, questo scandalo di letto, quella P3, quel movimento di un qualche “no”, condivisibile ma limitato a una visione del mondo parziale.

Fra un pezzo di panettone e una bollicina di spumante, rimarrà di sicuro una traccia di quel pensiero critico lì, che – questo l’augurio che mi sento di fare, per quel che vale – potrebbe rinascere dalle ceneri di un anno passato anche sulle barricate, ma troppo senza un disegno comune, un vero sogno collettivo che non fosse la caduta del sovrano.

Rinascerà, si spera. Resisterà e rinascerà da tutte quelle realtà che, lentamente, costruiscono coscienza civica, studiano e informano e non si limitano a sopravvivere. Non darà frutti nel 2011: forse ci vorranno vent’anni. Ma da qualche parte bisogna pur ricominciare, per creare un modello alternativo, con parole nuove e nuovi significati.

E ora, se cliccate su mi piace, si consumerà il paradosso.