Mi è stato detto "Siamo alla scena finale del Caimano di Moretti"
Ne ricordavo il significato, ma non ricordavo esattamente la scena ... sono andata a rivedermela (fonte Youtube)...
... Veramente inquietante ...
domenica 30 gennaio 2011
martedì 4 gennaio 2011
Sulla mancata estradizione di Cesare Battisti ...
Da Il fatto quotidiano pubblico questo articolo che condivido pienamente nelle motivazioni. In più, aggiungerei: dov'erano tutti questi giustizialisti quando è morto Craxi? Uomo condannato con sentenza passata in giudicato per reati contro la PA, fuggito in Tunisia per sottrarsi alla giustizia ... e cosa si è fatto? ADDIRITTURA IL FUNERALE DI STATO ... E caliamo un velo pietoso su chi c'era al governo in quel momento ... Che tristezza ... Povera Italia ...
In difesa del Brasile- di Massimo Fini
Che garanzie hanno le Autorità brasiliane che Battisti non sia stato condannato da qualche gruppo di magistrati felloni? Nel suo parere favorevole all’estradizione di Battisti l’Avvocatura dello Stato brasiliano dice: “Non si deve tralasciare di riconoscere che lo Stato italiano è indiscutibilmente uno Stato democratico di Diritto e che le sue decisioni devono considerarsi espressione della volontà dei propri cittadini”. Ma proprio questa precisazione dice che in Brasile si hanno dei dubbi sulla effettiva democraticità del nostro Stato. Nessuno si sentirebbe in dovere di chiarire che la Germania o la Svezia o l’Olanda sono “Stati democratici di Diritto”, sarebbe dato per presupposto, per implicito, per scontato. E in effetti l’Italia non è uno Stato democratico. Non è democratico un Paese in cui la Magistratura, che è l’organo di garanzia dell’osservanza delle leggi, quello che ci consente di essere uniti e di non darci alla giustizia privata, alla faida, è delegittimata. Non è uno Stato democratico quello in cui il presidente del Consiglio, proprio in base a questo sospetto sulla Magistratura dello Stato di cui pur è guida, si sottrae, con vari espedienti, alle leggi del suo Paese. In realtà, nel caso Battisti, scontiamo anni di garantismo peloso. Di destra e di sinistra. Da noi esiste un signore, Adriano Sofri, che è stato condannato a 22 anni di reclusione per l’assassinio sotto casa di un commissario di polizia, dopo nove processi, di cui uno, caso rarissimo in Italia, di revisione, avendo quindi goduto del massimo di garanzie che uno Stato può offrire a un suo cittadino.
Eppure Sofri ha scontato solo sette anni di carcere e, senza aver potuto usufruire dei normali benefici di legge, che non scattano dopo solo sette anni su ventidue, è libero da tempo, e scrive sul più importante quotidiano della sinistra, La Repubblica, e sul più venduto settimanale della destra, Panorama, e da quelle colonne lui ci fa quotidianamente la morale ed è onorato e omaggiato dall’intera intellighentia che, ad onta di tutte le sentenze, lo ritiene, a priori e per diritto divino, innocente. Perché, soprattutto vedendo le cose dal lontano Brasile, non potrebbe essere innocente anche Cesare Battisti che ha potuto usufruire solo dei tre normali gradi di giudizio? In verità siamo noi, noi italiani, che ci siamo messi in questa situazione giuridicamente ambigua che con lo Stato di diritto e la democrazia non ha nulla a che vedere. E Silvio Berlusconi che ha guidato per quattro volte il governo ha dato il suo potente e determinante contributo alla delegittimazione della giustizia dello Stato di cui pure è a guida e, con essa, alla delegittimazione del nostro Paese. Nella sostanza e nell’immagine. Per cui è patetico che adesso facciamo le suorine scandalizzate perché il Brasile non ci vuole consegnare l’assassino Cesare Battisti. Raccogliamo ciò che, in questi anni, abbiamo seminato. All’interno ci consideriamo un Paese democratico. All’estero ci vedono per quello che siamo e appariamo: un Paese in cui sono saltate tutte le regole dello Stato di diritto. Io non consegnerei Battisti all’Italia nemmeno se fossi il Burkina Faso.
da Il Fatto Quotidiano del 4 gennaio 2011
domenica 2 gennaio 2011
Buon 2011 ... speriamo ...
Da Il Fatto Quotidiano
... bell'articolo ... interessante vedere chi è chi ...
Non cliccate su mi piace - di Alberto Puliafito
E’ un processo lento e inesorabile, quello che mi va di sviscerare in questa fine 2010. Non che il Capodanno sia mai stato questo gran rito di passaggio, in effetti. Eppure, i riti di passaggio sono stati importanti e dovrebbero esserlo ancora. La festa, la socialità, sono importanti. I sogni collettivi sono importanti. Come le parole. Ma quel processo lì, cui si assiste spesso inermi, se non complici, opera una metamorfosi delle parole, cancella i sogni collettivi e riempie le pance di pochi eletti. Quelli non eletti, provano a riempirsele da sole, come meglio possono.
Mentre festeggiamo, il governo fa passare il Milleproroghe e Napolitano promulga la cosiddetta riforma dell’università – percarità, sollevando alcune eccezioni – un calderone che svuota la parola riforma di qualunque significato.
Il Milleproroghe non esisteva fino al 2005. Giorgio Napolitano, in polemica con Berlinguer, faceva parte, nel Pci, dei Miglioristi (fra le cui fila militava anche, per dire, un certo Sandro Bondi). Perché la questione morale non aveva importanza.
Festeggiamo, e siamo talmente concentrati sugli scandali nostrani – certo, quando troviamo il tempo per pensarci, fra un boccone e l’altro – che ignoriamo che esista anche un mondo là fuori, che vive quotidianamente, fuori dalle Alpi e dal mare, indipendentemente dalla visione italocentrica che va per la maggiore anche nelle realtà antisistemiche. Festeggiamo e possiamo esprimere il nostro consenso cliccando mi-piace-su-Facebook. Il dissenso, su Facebook, non esiste.
Negli anni ’90, qualcuno parlò della dittatura del pensiero unico. Quel qualcuno si chiamava Ignacio Ramonet, direttore de Le monde diplomatique. Era un’idea, un’idea importante. Un’idea che ci siamo velocemente dimenticati, travolti dalla polvere delle Twin Towers, dal sangue versato al G8 di Genova, plasmati dagli slogan dell’amore e del buonismo, persi fra i meandri della controinformazione, che non dovrebbe essere informazione-contro.
L’antagonismo si radicalizza su posizioni sempre meno condivisibili, perché afferiscono a schemi vecchi e slegati dalla realtà – esattamente come le posizioni di una politica che risponde alle proteste a colpi di zone rosse – e parole d’ordine che appartengono ad un’altra epoca; altre realtà emergenti galleggiano in un limbo a metà fra l’essere virtuosi, il moralismo neocristiano e una narrazione manicheista (buoni contro cattivi) che spesso sfocia nel qualunquismo (siamo tutti un po’ buoni e un po’ cattivi).
Montezemolo propone una lista civica nazionale – controsenso in termini. Ma anche il concetto di lista civica, è un controsenso in termini cui siamo ormai assuefatti – da una sinistra rosa pallido emergono ventate di alleanza con il cosiddetto terzo polo (nella cui orbita gravitano, senza troppi misteri, ex fascisti): un abominio politico che va al di là di qualsiasi connubio possibile, e che dovrebbe sembrare aberrante a entrambe le parti. Il papa fa i suoi proclami urbi et orbi e poi opera qualche cambiamento sulla Banca vaticana: arriveranno “gli euri” con la sua effigie, si faranno più controlli, ma tanto i conti resteranno cifrati. Tanto, la memoria storica si perde, e degli scandali dello Ior, prima o poi, si ricorderanno in tre.
Fassino (migliorista anche lui, a quanto risulta) si prepara a candidarsi per la poltrona da sindaco di Torino e intanto dice che da operaio voterebbe sì all’accordo per Mirafiori, con buona pace di Moretti e del suo “dì qualcosa di sinistra”. L’eccezione si fa regola; affiorano ovunque associazioni non-profit che sembrano lobby protomassoniche e che si fanno veicolo delle idee dei grandi pensatori dell’anno o del decennio – i think tank, locuzione che fa rabbrividire, a pensarci sul serio. Le differenze si appiattiscono, i santoni si ritagliano le loro prime serate in tv e in tutto questo il pensiero critico – unico vero nemico del pensiero unico – si affossa e marcisce, impegnato a seguire, quando può, come può, quel corteo, questo scandalo di letto, quella P3, quel movimento di un qualche “no”, condivisibile ma limitato a una visione del mondo parziale.
Fra un pezzo di panettone e una bollicina di spumante, rimarrà di sicuro una traccia di quel pensiero critico lì, che – questo l’augurio che mi sento di fare, per quel che vale – potrebbe rinascere dalle ceneri di un anno passato anche sulle barricate, ma troppo senza un disegno comune, un vero sogno collettivo che non fosse la caduta del sovrano.
Rinascerà, si spera. Resisterà e rinascerà da tutte quelle realtà che, lentamente, costruiscono coscienza civica, studiano e informano e non si limitano a sopravvivere. Non darà frutti nel 2011: forse ci vorranno vent’anni. Ma da qualche parte bisogna pur ricominciare, per creare un modello alternativo, con parole nuove e nuovi significati.
E ora, se cliccate su mi piace, si consumerà il paradosso.
... bell'articolo ... interessante vedere chi è chi ...
Non cliccate su mi piace - di Alberto Puliafito
E’ un processo lento e inesorabile, quello che mi va di sviscerare in questa fine 2010. Non che il Capodanno sia mai stato questo gran rito di passaggio, in effetti. Eppure, i riti di passaggio sono stati importanti e dovrebbero esserlo ancora. La festa, la socialità, sono importanti. I sogni collettivi sono importanti. Come le parole. Ma quel processo lì, cui si assiste spesso inermi, se non complici, opera una metamorfosi delle parole, cancella i sogni collettivi e riempie le pance di pochi eletti. Quelli non eletti, provano a riempirsele da sole, come meglio possono.
Mentre festeggiamo, il governo fa passare il Milleproroghe e Napolitano promulga la cosiddetta riforma dell’università – percarità, sollevando alcune eccezioni – un calderone che svuota la parola riforma di qualunque significato.
Il Milleproroghe non esisteva fino al 2005. Giorgio Napolitano, in polemica con Berlinguer, faceva parte, nel Pci, dei Miglioristi (fra le cui fila militava anche, per dire, un certo Sandro Bondi). Perché la questione morale non aveva importanza.
Festeggiamo, e siamo talmente concentrati sugli scandali nostrani – certo, quando troviamo il tempo per pensarci, fra un boccone e l’altro – che ignoriamo che esista anche un mondo là fuori, che vive quotidianamente, fuori dalle Alpi e dal mare, indipendentemente dalla visione italocentrica che va per la maggiore anche nelle realtà antisistemiche. Festeggiamo e possiamo esprimere il nostro consenso cliccando mi-piace-su-Facebook. Il dissenso, su Facebook, non esiste.
Negli anni ’90, qualcuno parlò della dittatura del pensiero unico. Quel qualcuno si chiamava Ignacio Ramonet, direttore de Le monde diplomatique. Era un’idea, un’idea importante. Un’idea che ci siamo velocemente dimenticati, travolti dalla polvere delle Twin Towers, dal sangue versato al G8 di Genova, plasmati dagli slogan dell’amore e del buonismo, persi fra i meandri della controinformazione, che non dovrebbe essere informazione-contro.
L’antagonismo si radicalizza su posizioni sempre meno condivisibili, perché afferiscono a schemi vecchi e slegati dalla realtà – esattamente come le posizioni di una politica che risponde alle proteste a colpi di zone rosse – e parole d’ordine che appartengono ad un’altra epoca; altre realtà emergenti galleggiano in un limbo a metà fra l’essere virtuosi, il moralismo neocristiano e una narrazione manicheista (buoni contro cattivi) che spesso sfocia nel qualunquismo (siamo tutti un po’ buoni e un po’ cattivi).
Montezemolo propone una lista civica nazionale – controsenso in termini. Ma anche il concetto di lista civica, è un controsenso in termini cui siamo ormai assuefatti – da una sinistra rosa pallido emergono ventate di alleanza con il cosiddetto terzo polo (nella cui orbita gravitano, senza troppi misteri, ex fascisti): un abominio politico che va al di là di qualsiasi connubio possibile, e che dovrebbe sembrare aberrante a entrambe le parti. Il papa fa i suoi proclami urbi et orbi e poi opera qualche cambiamento sulla Banca vaticana: arriveranno “gli euri” con la sua effigie, si faranno più controlli, ma tanto i conti resteranno cifrati. Tanto, la memoria storica si perde, e degli scandali dello Ior, prima o poi, si ricorderanno in tre.
Fassino (migliorista anche lui, a quanto risulta) si prepara a candidarsi per la poltrona da sindaco di Torino e intanto dice che da operaio voterebbe sì all’accordo per Mirafiori, con buona pace di Moretti e del suo “dì qualcosa di sinistra”. L’eccezione si fa regola; affiorano ovunque associazioni non-profit che sembrano lobby protomassoniche e che si fanno veicolo delle idee dei grandi pensatori dell’anno o del decennio – i think tank, locuzione che fa rabbrividire, a pensarci sul serio. Le differenze si appiattiscono, i santoni si ritagliano le loro prime serate in tv e in tutto questo il pensiero critico – unico vero nemico del pensiero unico – si affossa e marcisce, impegnato a seguire, quando può, come può, quel corteo, questo scandalo di letto, quella P3, quel movimento di un qualche “no”, condivisibile ma limitato a una visione del mondo parziale.
Fra un pezzo di panettone e una bollicina di spumante, rimarrà di sicuro una traccia di quel pensiero critico lì, che – questo l’augurio che mi sento di fare, per quel che vale – potrebbe rinascere dalle ceneri di un anno passato anche sulle barricate, ma troppo senza un disegno comune, un vero sogno collettivo che non fosse la caduta del sovrano.
Rinascerà, si spera. Resisterà e rinascerà da tutte quelle realtà che, lentamente, costruiscono coscienza civica, studiano e informano e non si limitano a sopravvivere. Non darà frutti nel 2011: forse ci vorranno vent’anni. Ma da qualche parte bisogna pur ricominciare, per creare un modello alternativo, con parole nuove e nuovi significati.
E ora, se cliccate su mi piace, si consumerà il paradosso.
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